Ci sono domande che ritornano, e sono anche puntualissime, ogni volta che la cronaca riapre un caso che si credeva ormai chiuso. E tutte le volte, a seguito di riflessioni su eventuali errori giudiziari, una delle domande che ritorna è: un cittadino può davvero fidarsi della giustizia?
E la risposta, sopra ogni cosa al giorno d’oggi, non è semplice e nemmeno rassicurante. Abbiate pazienza, ma è così. La giustizia, quando esce dalle aule di tribunale, da astratta si fa concreta e, una volta entrata nella vita reale, diventa esperienza di vita. Così vicende che non ci appartengono possono però coinvolgerci perchè “questa cosa potrebbe accadere anche a me”.
Un esempio evidente è il caso Garlasco, tornato al centro del dibattito con nuove analisi, nuove ipotesi e la prospettiva di ulteriori sviluppi giudiziari. Dall’inizio del 2025 infatti questo caso che sembrava aver trovato la sua fine, con la condanna di Alberto Stasi, torna a far interrogare l’opinione pubblica e un dubbio si insinua: la verità processuale coincide sempre con la verità dei fatti? E, soprattutto, quanto è solida la fiducia che i cittadini ripongono in un sistema che può, dopo molto tempo, rimettere tutto in discussione?
La verità che non si chiude
Con il caso dell’omicidio di Chiara Poggi, infatti, si è reso più che mai lampante grazie alle nuove perizie, alle analisi dei documenti mai resi pubblici, ritrovamenti di reperti, tracce e responsabilità mai davvero affrontate, che c’è una vera e propria distanza che può generarsi tra giustizia percepita e giustizia processuale.
E il cittadino si ritrova spaesato, dovendo affrontare questa frattua tra percepito e processuale senza riuscire a darsi una spiegazione. Se un caso apparentemente definito torna improvvisamente a essere oggetto di indagine non si incrina solo la fiducia del cittadino verso il procedimento, ma ci si interroga anche sull’affidabilità della legge e della sua applicazione.
Il sistema ha davvero visto tutto? Ha analizzato tutto? Ha scelto di non considerare qualcosa? E perchè? Ed è con queste domande che si apre una vera e propria crisi contemporanea della credibilità delle istituzioni.
I casi che riaprono il dubbio
Garlasco non è un caso isolato: in Italia altri procedimenti hanno riportato al centro il tema della revisione, della riapertura e di nuovi scenari investigativi. Il caso di Nada Cella, per esempio, riemerso dopo anni di silenzio, ha mostrato come la giustizia possa talvolta arrivare tardi.
C’è anche il caso di Beniamino Zuncheddu, condannato nel 1991 per il triplice omicidio di Sinnai, tornato alla cronaca nel 2024 con la revisione che lo ha assolto dopo 32 anni di carcere. Oppure possiamo citare Angelo Massaro, coinvolto in un processo avviato nei primi anni Duemila, che è diventato simbolo dell’errore giudiziario quando una rilettura dell’intercettazione decisiva ha portato alla revisione e poi all’assoluzione definitiva.
Per non parlare poi del caso, seppur più indietro nel tempo, di Enzo Tortora, arrestato nel 1983 per accuse di camorra basate su pentiti inattendibili e condannato a dieci anni di carcere nel 1985 dopo 7 mesi di detenzione. L’errore, nel suo caso, emerse con la ritrattazione dei testimoni e vizi probatori (come un nome mal letto su un’agenda). Tortora viene poi assolto in appello nel 1986 e in Cassazione nel 1987.
Ogni volta che un’indagine viene riaperta e ogni volta che entra nello scenario un nuovo indagato o emergono errori, l’opinione pubblica si schiera agli opposti: da un lato, si ha la speranza che la verità sia finalmente più vicina mentre dall’altro si insinua il sospetto che per anni si sia creduto in una versione incompleta, se non addirittura errata, dei fatti.
L’effetto psicologico sulla società
Ogni grande caso riaperto, quindi, produce degli effetti sul cittadino che vanno oltre il tribunale poichè agiscono sulla coscienza collettiva correlata alla percezione del rischio e sulle effettive relazioni che ci sono tra l’individio e le istituzioni.
Un cittadino comune infatti, non avvezzo alla legge e ai tribunali, quando si trova davanti ad un fatto dato per concluso che torna ad aprirsi o incrinarsi dopo anni, tende a immedesimarsi ragionando sulla propria vulnerabilità e esposizione e concentrandosi sul fatto che, da un giorno all’altro, anche la propria vita possa un giorno finire dentro ad una ricostruzione sbagliata o incompleta.
La giustizia diventa così anche un fatto psicologico in cui si sviluppanoi pensieri e sensazioni ambigue. C’è sì maggiore consapevolezza di quanto la realtà possa essere complessa ma si crea un disincanto che può erodere la fiducia nella giustizia.
L’imperfezione della giustizia
La giustizia quindi, non è perfetta, è fatta da uomini che per caratteristica appunto umana e non robotica, non rappresentano la perfezione. Ma, pur non essendo perfetta deve comunque rimanere credibile e dare al cittadino la sicurezza che esiste un luogo in cui i fatti sono analizzati con serietà, gli errori corretti e la verità non sia confusa con chi fa più “chiasso” o chi è più teatrale.
La fiducia non è adesione cieca ma richiede attenzione e partecipazione, un ambiente in cui gli errori possono accadere ma che, una volta emersi, possono essere discussi, corretti o anche riscritti. Proprio come dovrebbe essere una società giusta.
Il cittadino deve porsi davanti alla giustizia con una fiducia vigile, interrogarsi, osservare e pretendere chiarezza. La giustizia deve saper costruire un rapporto con i cittadini basato sulla trasparenza e i cittadini devono vedere la giustizia come un potere da accogliere che però non è intoccabile.
Solo così si può costruire una democrazia matura.
a cura di
Sara Alice Ceccarelli
