La teoria della terra cava: la verità si trova nel sottosuolo
La teoria che esporrò oggi è tanto affascinante quanto apparentemente incredibile e follemente coraggiosa a seconda dell’approccio che si tiene sull’argomento.
Innanzitutto dovremo fare un breve incipit sulla nomenclatura di questa particolare teoria poiché, almeno personalmente e secondo gli studi e gli autori dai quali ho attinto, la struttura della nostra dimora planetaria non sarebbe cava nel senso assolutista del termine, ma avrebbe delle intercapedini e delle cavità nella crosta, e forse nel mantello, che la renderebbero abitabile per forme di vita sviluppate e adatte alla costituzione di intere civiltà tecnologicamente avanzate.
Le antiche cronache
Questo argomento trovò ampio spazio in quella che oggi chiamiamo mitologia antica, ma che quando venne codificata in testi scritti era religione condivisa o cronaca storica. Ad esempio Agartha e Shanbhala sono versioni asiatico-himalayane mentre Annwn e Midgard quelle euro-celtiche.
Non ci addentreremo oggi in una rassegna su tutti i richiami a continenti perduti e civiltà scomparse perché ci vorrebbe un articolo interamente dedicato ad essi e ne risentirebbe la scorrevolezza e la fluidità del testo, ci concentreremo invece sul periodo contemporaneo e proveremo a sviscerare le motivazioni per il quale questa teoria, che un tempo era considerata altamente credibile, sia stata relegata ad una semplice e ridicola speculazione da social dalla stragrande maggioranza dei politici e degli accademici.
Il secolo d’oro degli scritti e dei tesori
Quattordici anni prima che Jules Verne pubblicasse le avventure intra terrestri del professor Lidenbrock nel suo famoso romanzo, un altro scrittore di nome William Morris ebbe il merito di celebrare il binomio di parole Terra Cava dando questo titolo ad un suo particolare racconto.
Cinquantadue anni dopo un altro letterato, tale Willis George Emerson, scrisse un libro presentato come un resoconto di viaggio di un marinaio norvegese di nome Olaf, nel quale viene descritto l’ingresso, la struttura e l’organizzazione di una città sotterranea abitata da una razza di giganti che aveva come centro spirituale ed energetico una grossa sfera pulsante rossa in grado di sostenere tutta la vita della comunità.
Da qui la doppia denominazione del titolo del libro “Il dio fumoso” o “Viaggio nella terra cava”, mentre “Il mondo perduto” è il romanzo di Sir Arthur Conan Doyle da cui prende spunto anche il secondo capitolo della saga giurassica avviata da Spielberg, anche se con immense differenze sulla trama.
La parziale apertura del mondo scientifico
Con una conoscenza pratica così esigua non si può certo dare per assodata l’inesistenza di qualcosa di cosciente all’interno degli abissi terrestri, considerato anche uno studio pubblicato su Nature e divulgato da Focus in cui si sosteneva che l’interno della crosta terrestre fosse pieno di montagne, pianure e vaste distese.
Queste vaste pianure venivano chiamate “zone vuote” dagli strumenti degli operatori.
Inoltre, non può certamente non essere menzionato un recente studio dell’Università di Harvard secondo il quale i numerosi avvistamenti di Ufo, oggi chiamati Uap, non sarebbero esseri biologici provenienti da altri sistemi stellari, ma macchine e artefatti aventi la propria origine nelle profondità oceaniche.
A sostegno di questa tesi ci sono anche le testimonianze di diversi piloti americani soprattutto e giapponesi che durante la WWII, ma anche in spedizioni successive nell’Oceano Pacifico, videro strutture volteggianti in cielo sopra il mare “cerchi rotanti all’interno di quadrati” e altre stranezze sia visive che uditive.
Considerazioni e confronti
Sebbene questi testi vengano considerati nient’altro che letteratura fantastica, non bisogna dimenticare che così come la fantascienza è stata spesso preludio alla scienza, la stessa cosa potrebbe succedere per le cripto-esplorazioni.
Dobbiamo infatti considerare i 6.371 km di raggio terrestre e le relative difficoltà nello scavare in profondità: il punto più basso raggiunto dall’uomo ufficialmente è il Pozzo Kola dove nel 1983 tecnici e ingegneri sovietici superarono i 12 km di profondità.
A cura di
Samuele Baldinini

Ho trovato l’articolo estremamente interessante e coinvolgente . La lettura risulta scorrevole e ricca di spunti di riflessione.