Dalle vacanze sui social alla ricerca della lentezza perfetta: quando anche il silenzio, i luoghi nascosti e il riposo diventano immagini da condividere
C’è una scena nel film “La Dolce Vita” in cui Marcello Mastroianni si ritrova su una spiaggia all’alba e non riesce più a sentire cosa gli sta gridando una ragazza dall’altra parte del mare. Troppa acqua in mezzo o, più semplicemente, troppa vita che scorre per continuare a capirsi.
Ogni estate rivive la stessa scena, ma capovolta: è il bisogno di farsi sentire a impedire il silenzio, quello vero. Perché, in teoria, questo dovrebbe essere il periodo dell’anno dedicato alla disconnessione. In pratica, è quello in cui sentiamo più forte il bisogno di documentarla, con la stessa cura maniacale di chi rifà il letto in hotel il giorno del check-out.
Capita sempre più spesso di passare, nello stesso minuto, dalla fotocamera dello smartphone a un’app di editing che elimina quel turista di troppo sullo sfondo e rende il tramonto più vero del tramonto. Naturalmente, mentre si è ancora seduti a guardarlo.
Non basta più riposare, è necessario produrre la prova di aver riposato. E quella prova segue un galateo preciso: il lino spiegazzato, paesaggi immersi nella natura più incontaminata, il calice di vino biologico in controluce, il libro giusto, abbastanza impegnativo da raccontare qualcosa di noi senza costringerci a finirlo.
Alla continua ricerca del proprio fotogramma di quiete, da condividere ancora prima che diventi un ricordo, l’esigenza di rendere conto di sé stessi si è automatizzata a tal punto che perfino il riposo, forse l’unica dimensione che dovrebbe restare sottratta allo sguardo altrui, è finito nel nostro calendario editoriale.
Fotografare la lentezza è diventata, in fondo, l’ultima forma di produttività rimasta a chi non riesce più a distinguerla dal produrre.
Gli altri siamo noi
Chi innaffia le piante sul balcone la domenica mattina non conosce cosa sia lo slow living. Chi legge il giornale al bar alle sette, con i gomiti appoggiati al bancone, non ha mai sentito parlare di digital detox. Lo stesso vale per il pescatore che rammenda una rete con le mani segnate dal sale. Loro non stanno rallentando, vivono.
Se li incontrasse Holden Caulfield, li salverebbe dalla categoria dei “phonies”, i fasulli. Noi che ammolliamo la frisella nel Mar Mediterraneo un po’ meno. Così come noi che osserviamo e raccontiamo queste dinamiche in un articolo, perché nessuno scrive davvero da un punto esterno.
Non c’è nulla di sbagliato in tutto ciò, né vuole esserci una critica. Ogni conquista porta con sé anche una conseguenza inattesa. La nostra raggiungibilità permanente, così capace di trasformare perfetti sconosciuti in dirimpettai digitali, ha un costo di cui ci accorgiamo sempre meno: l’erosione della nostra intimità, di quei piccoli spazi che hanno valore proprio perché non devono dimostrare niente a nessuno.
La vita lenta filtrata dai social ha amplificato il battito anche a quei luoghi inesplorati, da conquistare: una scogliera, una stradina in salita, una pasticceria di paese senza insegna dove il tempo sembra essersi fermato ai primi anni Sessanta. Posti che vengono puntualmente consegnati ai reel, accompagnati da commenti che rivendicano il campanilismo. Come se il problema fosse solo chi pubblica e non il pollice che continua a scorrere, cliccando su tutto ciò che poi finge di disprezzare.
Quello che ci stiamo dimenticando è il gusto dell’imprevisto. Kerouac attraversava gli Stati Uniti senza aver deciso in anticipo dove dormire la sera ed era proprio quella mancanza di coordinate a sorprenderlo. Oggi, non ci sorprende più neanche un autovelox. Alla strada resta soltanto il compito di confermare ciò che abbiamo già tracciato, salvato, condiviso.
Il paradosso più sottile
La vita lenta rischia di diventare più performativa della frase che ci ritroviamo a pronunciare in ufficio: «Lato mio, ok per la call delle 17:55». Almeno quella, nel suo contesto, ha la decenza di presentarsi per ciò che è: una convenzione. La lentezza, che continua a raccontarsi come autenticità, cerca sempre più spesso un pubblico. In effetti, si vive di mode anche quando la moda consiste nel dichiarare di esserne usciti.
Forse, allora, quest’estate vale la pena scegliere una meta all’ultimo momento, inaspettata. Non per snobismo, ma per il gusto quasi illegale di vivere senza didascalia. Tornare a casa con la sabbia nella valigia, anche solo per ricordarsi come suonava il silenzio, prima che imparasse anche lui a mettersi in posa.
a cura di
Edoardo Siliquini
