Dal tie-break al tiro allo scadere, fino al sorpasso in Formula 1: come i campioni trasformano la pressione in un vantaggio
Il tennis è uno sport fatto di decisioni. L’atleta è continuamente sotto pressione e deve fare scelte che possono influire in maniera positiva o negativa sulla partita. È una caratteristica comune ad ogni disciplina sportiva, ma la situazione risulta decisamente più complicata se in campo sei da solo.
L’esempio di Jannik Sinner è emblematico, basta guardare un solo match per capire la sua vera forza: ogni volta che si trova in situazioni complicate (come uno 0-40 oppure un tie-break), trova sempre il modo di ribaltare la situazione, pur non giocando il suo miglior tennis. Ogni volta che sembra sull’orlo del baratro, vince. Lo stesso vale per campionissimi come Federer, Djokovic o Serena Williams. Per questa ragione è lecito domandarsi come alcuni sportivi riescano sempre, o quasi, a prendere decisioni giuste sotto pressione, dimostrando una capacità di resistere alla pressione incredibile.
Il talento NON è sufficiente
I campioni possiedono qualità fuori dal comune, ma questo non basta. Spesso capita di fronteggiarsi con un avversario che sta giocando un match perfetto, oppure di trovarsi nella classica “giornata storta”. È qui che nasce la differenza. A parità di condizioni, il campione riesce più spesso degli altri a prevalere nei momenti decisivi. Dati alla mano, Sinner in media vince il 68% di punti al servizio, la percentuale sale al 71,3% quando deve salvare palla break. Questi punti percentuali di “sovraperformance” spiegano il salto da giocatore forte a campione. Novak Djokovic è l’emblema del giocatore che sotto pressione aumenta il livello. Durante la sua carriera il serbo ha infatti vinto il 65,5% dei tre-break giocati, un record di 307-152.
I (non) segreti dei fenomeni
Partiamo da quello che rappresenta uno dei veri segreti della mentalità di un tennista: il reset mentale tra un punto e l’altro. Il campione riesce a lasciarsi alle spalle il punto appena concluso. I tennisti utilizzano la respirazione per scaricare la tensione e resettare il sistema nervoso. L’obiettivo è non rimanere agganciati emotivamente a ciò che è appena successo e spostare tutta la concentrazione sul prossimo punto.
Molti professionisti, inoltre, seguono uno schema fisso durante i 20-25 secondi di preparazione. Solitamente, si compiono gesti leggeri, come mettere a posto le corde della racchetta, seguiti da una rapida visualizzazione del primo colpo per il prossimo punto. Questo serve a rimuovere il dubbio decisionale e ad abbassare il rumore dei pensieri negativi. Come se fosse un binario che impedisce all’ansia di interferire.
Fondamentale, per giocatori come Sinner e Iga Swiatek, è l’esecuzione. In una situazione ad alto rischio, i campioni non giocano pensando “devo fare il colpo migliore”, ma si concentrano sulla preparazione, sulla tecnica di esecuzione. Questo li distrae dalla paura dell’errore. Pensano al processo, non al risultato.
La componente della fiducia, inoltre, è un fattore da non sottovalutare. I giocatori costruiscono la propria fiducia sulla base delle esperienze vissute. In particolare, i campioni sono più abituati ad affrontare e superare situazioni complicate. Per questo hanno maggiore consapevolezza e convinzione dei propri mezzi.
Anche un gran tiro, uno smash di rovescio in testa che finisce nella Top Ten Plays di ESPN: anche quello è solo un punto. Quando giocate un punto, è la cosa più importante al mondo. Ma quando è alle tue spalle, è alle tue spalle.
– Roger Federer
L’importanza della respirazione
Il meccanismo fisiologico è semplice: stress e ansia peggiorano le prestazioni soprattutto perché alterano la respirazione, che a sua volta riduce l’ossigenazione cerebrale nei momenti critici. Un atleta che gioca “con il cervello poco ossigenato” prende decisioni peggiori proprio quando servirebbe lucidità massima. Ecco perché il lavoro sul respiro non è un dettaglio, ma la base fisiologica della lucidità decisionale sotto pressione. Durante le partite è difficile notarlo ma è un aspetto fondamentale.
La pressione è presente in tutti gli sport
La pressione è una componente comune in tutte le discipline sportive, anche se si manifesta in forme diverse. Nel calcio, ad esempio, alcuni giocatori vogliono sempre prendersi il rigore decisivo. Il calcio di rigore è uno dei casi più studiati in assoluto. Uno studio del 2008 ha dimostrato come i giocatori che prendevano più tempo durante la rincorsa, soprattuto coloro che eseguivano una routine fissa, avevano nettamente più possibilità di segnare. Giocatori come Cristiano Ronaldo o Erling Haaland utilizzano respirazione e schemi fissi visivi. In questo modo, riescono a restare ancorati al momento e mantengono la concentrazione solo su ciò che è controllabile.
Nella pallacanestro, invece, Michael Jordan e Steph Curry, sono esempi di giocatori “nati” per fare l’ultima giocata. Sanno che possono sbagliare ma preferiscono essere loro a decidere l’esito della partita. La maggior parte dei giocatori, negli ultimi secondi restringe l’attenzione sulla paura di fallire. I campioni, invece, si concentrano sul gesto tecnico, sull’equilibrio, sul momento del tiro o sul leggere la giocata del difensore.
Un caso interessante è quello delle gare automobilistiche, dove il tasso di adrenalina è altissimo e i riflessi sono fondamentali. I piloti, per via della velocità, hanno una frazione di secondo per decidere. La loro abilità risiede nella capacità di calcolare la mossa successiva prima ancora che serva, non hanno tempo per decidere all’istante. Si allenano per ore simulando scenari di crisi per abituare il sistemare nervoso ad essere pronto in ogni situazione. In tempi più recenti, Max Verstappen ha dimostrato di essere un maestro in questo. Nella Formula 1, inoltre, gioca un ruolo fondamentale il controllo delle emozioni: una manovra avventata, guidata dalla rabbia, potrebbe portare a conseguenze disastrose considerando la velocità delle vetture.
La “banalità” dell’allenamento
Ogni sport ha le sue caratteristiche e le sue peculiarità. Ci sono però elementi che accomunano i grandi atleti e li rendono dei veri e propri campioni. Sono persone che oltre ad avere un talento smisurato, passano ore e ore ad allenarsi, a ripetere gli stessi gesti e a lavorare sui piccoli dettagli che possono fare la differenza. Un campione non è solo un atleta talentuoso ma un professionista completo, dedito all’allenamento, al sacrificio, che si mette sempre in discussione nonostante i successi ottenuti.
Lebron James è un esempio di professionista che ha trasformato la professionalità in abitudine quotidiana. Ha dedicato la sua carriera alla preparazione fisica, alla cura del proprio corpo, e così è diventato la leggenda che tutti ammiriamo. Katie Ledecky, nuotatrice americana, ha riscritto le pagine del nuoto. Lo ha fatto grazie ai suoi allenamenti e alla sua disciplina. Il suo segreto è la costanza maniacale che è riuscita a mantenere per anni. Come lei, Michael Phelps, è stato dominatore indiscusso nella disciplina del nuoto. Entrambi hanno reso l’allenamento parte della loro vita. Il suo allenatore diceva che Phelps per diversi anni si è allenato 365 giorni l’anno. L’idea era che se gli avversari si fermavano anche un solo giorno, lui guadagnava un piccolo vantaggio.
Quando il talento si perde
Il talento deve essere coltivato per rimanere tale. La storia dello sport è piena di atleti dal potenziale straordinario che, per ragioni diverse, sono rimasti inespressi. Allenarsi costantemente al massimo delle proprie possibilità non è facile. Allo stesso tempo, è facile smarrire la strada. Spesso gli atleti cadono in distrazioni che possono comprometterne la carriera. Neymar Jr. è uno di questi. Un talento cristallino che da subito ha dimostro di poter essere uno dei migliori calciatori della sua generazione. La condotta mostrata dopo il trasferimento al Paris Saint-Germain segnò il declino della sua carriera. Il brasiliano aveva 25 anni e l’impegno e la disciplina non erano all’altezza del suo enorme talento. Inoltre, il comportamento fuori dal campo non era sicuramente quello di un professionista esemplare.
Cosa accomuna i fuoriclasse
Un calcio di rigore, un turno di servizio o il tiro allo scadere hanno una cosa in comune: non vince chi non sente la pressione, ma chi riesce a pensare meglio quando tutti pensano peggio. Il campione non è colui che non sbaglia mai decisione, anche i migliori sbagliano. Il campione è colui che, nei momenti in cui tutti vedono il caos, riesce a trovare ordine. Dietro a questi momenti chiave c’è un lavoro tanto grande quanto invisibile. Il rispetto di una routine fissa, la respirazione controllata e il restringimento del focus su ciò che è controllabile sono alla base della mentalità di ogni fuoriclasse. Questi dettagli, oltre a migliaia di ore dedicate all’allenamento e alla cura del proprio corpo, costituiscono la figura dell’atleta modello. Oltre a vincere e divertire, rappresentano degli esempi postivi per donne e uomini di tutte le età.
a cura di
Luigi Pietrobelli
