Tra l’inasprimento del Decreto Sicurezza e la cronica carenza di alloggi popolari, l’occupazione abusiva resta il termometro di un fallimento sociale. Ecco cosa dice la legge, perché gli sgomberi rallentano e dove si gioca la partita per il futuro dell’abitare
Per capire perché oggi il fenomeno delle abitazioni abusive sia così permeato nel tessuto sociale, dobbiamo guardare indietro: all’inizio del Novecento, l’idea era rivoluzionaria: lo Stato non costruiva per profitto, ma per solidarietà. Nel secondo dopoguerra, questo impegno si fece titanico. L’Italia, devastata dai bombardamenti e travolta dall’industrializzazione, vide sorgere quartieri interi (pensiamo alle periferie romane di quegli anni) dove la casa popolare diventò il simbolo della stabilità familiare e dell’integrazione sociale. Non era solo cemento: era la promessa che chiunque, attraverso il lavoro, potesse avere un tetto garantito dalla comunità.
Il declino di un modello: cosa è cambiato?
Poi, il modello si è logorato: a partire dagli anni Ottanta e Novanta, l’investimento pubblico nell’edilizia residenziale ha iniziato a contrarsi, lasciando spazio a un mercato privato sempre più inaccessibile. La casa è passata da “diritto garantito” a “bene di consumo”.
Prima, la costruzione di nuovi alloggi pubblici era una priorità nazionale; adesso, è quasi ferma, mentre il bisogno abitativo non è scomparso. Il risultato è una burocrazia immobile che ha trasformato le graduatorie in liste d’attesa lunghe anni, rendendo l’accesso alla casa una corsa a ostacoli inaccessibile per le fasce più deboli.
Le nuove barriere del mercato privato
La contrazione dell’investimento pubblico si è incrociata, negli ultimi anni, con una metamorfosi profonda del mercato immobiliare privato nelle grandi città: non si tratta solo di un aumento fisiologico dei prezzi, ma di una vera e propria riconfigurazione degli spazi urbani dettata dalla redditività immediata.
La proliferazione incontrollata delle piattaforme di affitto breve per finalità turistiche ha sottratto migliaia di appartamenti alla locazione residenziale di lungo periodo, riducendo drasticamente l’offerta e facendo impennare i canoni per le famiglie. A questo fenomeno si affianca la cosiddetta studentificazione, ovvero il boom di studentati privati rivolti prevalentemente a una fascia di mercato medio-alta che, anziché garantire il diritto allo studio dei fuori sede meno abbienti, si rivolgono a una fascia alta di mercato. Il risultato è l’espulsione progressiva dal tessuto urbano non solo delle fasce indigenti, ma dello stesso ceto medio-basso, spinto verso periferie sempre più isolate e privo di alternative accessibili.
Le case popolari: come funzionano e le graduatorie
Le case popolari, o Edilizia Residenziale Pubblica (ERP), esistono ancora ma il sistema è in affanno. Non esistono corsie preferenziali: l’accesso è regolato da bandi comunali che richiedono requisiti stringenti di reddito, assenza di altre proprietà e residenza consolidata. La graduatoria si basa su un sistema a punti che privilegia le fragilità (minori, disabili, sfrattati per morosità incolpevole) e criteri come un valore ISEE molto basso (spesso sotto i 7.000 – 10.000 euro) dà accesso ai punteggi maggiori. Tuttavia, la teoria si scontra con la pratica: la mancanza di un turn-over veloce e la cronica indisponibilità di alloggi pronti rendono il sistema una promessa che, per moltissimi cittadini, resta non mantenuta.
I dati di Roma: il paradosso del patrimonio
Roma è l’epicentro di questa contraddizione. Il patrimonio Ater e comunale conta circa 76.000 unità, ma la capacità di assegnazione è zavorrata da migliaia di alloggi inutilizzabili per incuria o burocrazia. In questo scenario, circa 7.700 immobili risultano occupati. Questo vuoto gestionale crea un paradosso: da una parte persone in attesa legale da un decennio, dall’altra spazi pubblici che restano “dormienti” e che, inevitabilmente, diventano oggetto di occupazione.
L’anomalia italiana nel contesto europeo
Questa paralisi gestionale non è però un destino inevitabile, bensì il risultato di una specificità tutta italiana nel panorama continentale. Nel nostro Paese, l’edilizia residenziale pubblica rappresenta appena il 4% del patrimonio immobiliare totale, una quota marginale che ci colloca decisamente in fondo alle classifiche europee.
Il confronto con le altre grandi realtà comunitarie evidenzia una distanza strutturale: in Francia gli alloggi pubblici sfiorano il 17%, nel Regno Unito si attestano intorno al 16%, mentre il modello di Vienna rappresenta una vera e propria eccezione globale, con oltre un quarto della popolazione che risiede in abitazioni di proprietà pubblica o cooperativa. Questa sproporzione numerica dimostra come il sistema italiano abbia rinunciato da tempo a considerare la casa come un pilastro fondamentale del welfare, riducendo l’intervento statale a un argine emergenziale anziché a una misura strutturale di coesione sociale.
Dentro l’occupazione: la vita sospesa
L’occupazione non è un atto astratto, ma una condizione esistenziale: quando una persona entra in un immobile, residenziale o non che sia, non cerca una vittoria politica, ma una protezione contro la strada. Dentro queste mura si organizza una vita di emergenza: allacci di fortuna, turni di sorveglianza, una convivenza spesso sovraffollata in spazi non a norma. Il focus qui non è il degrado in sé, ma la disperazione che porta a preferire un tetto insicuro all’assenza totale di un riparo.
La legge e la protezione dei figli: perché non si può “mandare via” subito
Cosa succede quando la legge incontra una famiglia con bambini? L’articolo 634-bis del Codice Penale permette sgomberi rapidi, ma la nostra Costituzione e le convenzioni internazionali sui diritti dell’infanzia impongono un freno.
La presenza di minori non impedisce automaticamente lo sgombero, ma impone che l’intervento venga coordinato con i servizi sociali e svolto nel rispetto delle garanzie previste dalla Costituzione, dalla Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dalla giurisprudenza nazionale ed europea.
Di conseguenza, la procedura si trasforma in una complessa triangolazione tra Prefettura, forze dell’ordine e servizi sociali. La legge non dice che l’occupazione è lecita, ma impone che l’esecuzione sia accompagnata da una misura di protezione per i soggetti deboli. Ecco perché, spesso, lo sgombero slitta di mesi o anni: si attende che i servizi sociali individuino una sistemazione alternativa, che però, quasi sempre, non esiste o non è disponibile.
I tempi: quanto dura un’occupazione?
I tempi di permanenza sono dettati dall’incapacità del sistema di offrire alternative. Se lo Stato sgomberasse tutti immediatamente, creerebbe migliaia di nuovi senzatetto. Dunque, si assiste a una sorta di “tolleranza di fatto” legata all’assenza di soluzioni. I tempi giudiziari sono ora più brevi sulla carta, ma l’esecuzione materiale rimane bloccata in attesa di un’alternativa abitativa che il Comune spesso non è in grado di fornire.
Case pubbliche vs Case private
Le occupazioni di immobili pubblici e quelle di abitazioni private seguono percorsi giuridici differenti, perché diverso è il bene tutelato. Nel caso di una casa privata, il proprietario subisce la perdita immediata della disponibilità del proprio immobile. Dal 2025 con l’introduzione dell’articolo 634-bis del Codice penale e della procedura accelerata prevista dall’art. 321-bis del Codice di procedura penale, il legislatore ha rafforzato gli strumenti per consentire una più rapida restituzione dell’abitazione occupata, soprattutto quando si tratta del domicilio effettivo del proprietario o del legittimo detentore.
Sulla carta, dunque, il percorso appare più veloce e incisivo. Nella realtà, però, l’applicazione concreta dipende da diversi fattori: dalla tempestività della denuncia, dalla possibilità di identificare gli occupanti, dalla valutazione dell’autorità giudiziaria e dalla capacità delle forze dell’ordine di intervenire materialmente. Anche nei casi in cui esiste un provvedimento favorevole al proprietario, tra decisione giudiziaria ed effettiva liberazione dell’immobile può trascorrere del tempo.
Anche in questo caso la presenza di minori richiede il coordinamento con i servizi sociali, ma l’iter è più snello rispetto all’edilizia pubblica, dove l’immobile è di tutti e il conflitto si gioca su chi ha “più diritto”: l’occupante bisognoso o il cittadino in graduatoria che attende da anni.
Conclusione
La vera sfida italiana non è soltanto liberare gli immobili occupati, ma impedire che nuove persone si trovino nella condizione di considerare l’occupazione come l’unica alternativa possibile. È su questo terreno che si misura la capacità dello Stato di garantire insieme legalità, tutela della proprietà e diritto all’abitare. Solo ricostruendo un sistema efficiente di edilizia pubblica sarà possibile ridurre davvero il ricorso alle occupazioni abusive, senza lasciare indietro né chi aspetta una casa nel rispetto delle regole né chi vive in una condizione di estrema fragilità.
a cura di
Michela Besacchi
articolo realizzato con il parziale aiuto di AI
