La prima volta non si scorda mai. L’ultima, invece, arriva in silenzio, si nasconde dentro un giorno qualunque e si dimentica di salutare
All’orizzonte c’è il profilo di un’isola e sulla sabbia un’ombra si allunga insieme al tramonto. Sull’asciugamano, un libro aperto racconta di un ritorno, a una manciata di pagine dalla fine. A pensarci meglio, quel profilo scuro con la sagoma di un vulcano, ha anche prestato il nome a un film di Rossellini, con Ingrid Bergman che per tutta la pellicola oscilla tra il desiderio di restare e quello di fuggire. Sembra un dettaglio trascurabile, ma è proprio lì, in quella geografia dell’orizzonte, che ci ritroviamo a chiederci se questo sarà l’ultimo bagno in questo punto di mare.
Torneremo tra un mese, chissà, magari tra un anno. Oppure no. Il mondo è talmente grande che basta una spiaggia per capire quanto sia incerto un ritorno.
Le prime volte hanno il buon senso di annunciarsi: il primo giorno di scuola, il primo bacio, il primo concerto, il primo viaggio da soli. Arrivano con una piccola fanfara e sappiamo riconoscerle mentre accadono. Le ultime volte sono ingannevoli, si travestono da giorni qualunque e sono più difficili da accettare. Nessuna data sottolineata sul calendario, nessuno che ti ferma per strada per avvisarti: «Goditela Edoà, è l’ultima». Si continua a camminare, con la fretta di uscire, pensando già a dove mettere il piede per non inciampare.
Il giorno dopo
Il problema è che il giorno dopo non cambia nulla. Il semaforo diventa rosso, l’autobus è sempre in ritardo, il tabaccaio sotto casa ha finito le Chesterfield blu e i carrelli del supermercato continuano a tirare tutti dalla stessa parte. Nessuno sembra aver ricevuto la notizia che qualcosa, per qualcuno, si è appena conclusa: l’ultima volta che hai parlato con tuo padre, l’ultima passeggiata con il cane, l’ultima estate ancora insieme.
E anche se lo sapessimo con un po’ di anticipo, probabilmente cambierebbe meno di quanto ci piace immaginare. Forse moltiplicheremmo il pane, resteremmo seduti un’ora in più a cena e diremmo quella cosa che rimandiamo da mesi. O, molto più probabilmente, ordineremmo il solito, passando buona parte della serata a controllare il cellulare. C’è qualcosa di profondamente umano nel non riuscire a misurare l’importanza di certi momenti nemmeno quando compaiono sullo schermo i titoli di coda.
C’è un porto, su una piccola lingua di roccia oltre le saline, dove si saluta Kamel. Lo si abbraccia forte, per quella genuinità con cui scarrozza i turisti in giro, riparandoli da un sole che supera i quaranta gradi, sussurrandogli «a presto», sapendo bene che non è una previsione. È un impegno che si finge saluto, il modo più onesto per lasciare una porta socchiusa a qualcuno arrivato per una sola stagione. Pronunciare alcune frasi con più cura e presenza non cambia il destino, ma rende irripetibile quell’istante, anche quando sappiamo che sarà l’ultimo.
Meglio vivere ogni giorno come se fosse il primo o l’ultimo?
Che gran mal di testa. Basterebbe fermarsi per qualche secondo, respirare e prendere anche noi qualcosa in prestito da qualcuno: Be Here Now.
D’estate è più facile lasciarsi trasportare dalla leggerezza. Sappiamo che dopo poche settimane torneremo a casa, che quel mare resterà lì, che ci sarà un’altra vacanza, un’altra estate, appunto. Forse è questo che le rende così preziose: sono piene di prime volte, ma soprattutto di promesse. Un tuffo che rifaremo, una persona che rivedremo, una caletta lasciata per la prossima volta. Poi si chiude la valigia, cambiano le abitudini, le latitudini e ci accorgiamo che quel futuro possibile aveva già cominciato a consumarsi mentre lo immaginavamo.
Le ultime volte non sembrano ultime. Sono un martedì qualunque, senza colonna sonora, proprio come il giorno in cui esce questo articolo. Chissà se sarà l’ultima puntata di Briciole. Non c’è nessun annuncio ufficiale da scrivere e costruirci intorno una cornice drammatica sarebbe patetico, soprattutto in un pezzo sulle ultime volte che non si riconoscono come tali.
Il libro sull’asciugamano resta aperto, con poche pagine ancora da leggere. Si potrebbe finirlo adesso, o lasciarlo lì, alla mercé del vento, e tornare domani. O magari non tornare più. Non possiamo saperlo e, tutto sommato, non serve nemmeno. In fondo, le ultime volte non hanno davvero bisogno di essere riconosciute, ma di essere abitate abbastanza bene da non doverle rimpiangere quando avranno cambiato nome.
Nel frattempo, resta solo da guardare bene quell’isola all’orizzonte, finché la luce non se la porta via.
a cura di
Edoardo Siliquini
