Sono passati quindici anni dal 18 aprile 2011, il giorno in cui Carmela Rea “Melania”, venne uccisa dal marito, Salvatore Parolisi. Un delitto che segnò profondamente l’opinione pubblica italiana e che ancora oggi continua a far discutere.
La scomparsa e il ritrovamento del corpo
Melania, 28 anni, il 18 aprile del 2011 era uscita per una gita con il marito e la figlia di 18 mesi, Vittoria, nel Bosco delle Casermette, a Colle San Marco. E di lei da quel momento non si ebbero più notizie.
Secondo la prima versione del marito, Salvatore Parolisi, Melania si sarebbe allontanata da sola, per andare al bagno, e non avrebbe più fatto ritorno. Ma già nelle prime ore emersero incongruenze. Le telecamere di un chiosco nelle vicinanze ripresero Parolisi agitato, con la figlia in braccio, mentre entrava e usciva dal bagno, al telefono. La proprietaria del bar riferì che l’uomo esitava a chiamare i carabinieri e che dovette farlo lei stessa.
I soccorritori, arrivati sul posto, notarono che nel punto indicato non c’erano tracce compatibili con una corsa o un allontanamento spontaneo. Anche i cani molecolari non rilevarono alcuna traccia della donna.
Il 20 aprile, due giorni dopo la scomparsa, una telefonata anonima segnalò un corpo nel bosco, dietro al chiosco di Ripe di Civitella, in Abruzzo. Era Melania, ritrovata a circa 18 km di distanza dal punto in cui era scomparsa.
Trovato in posizione supina il cadavere presentava 35 coltellate, una “X” incisa sul petto, una siringa conficcata vicino al cuore, una svastica incisa sulla coscia sinistra, maglietta alzata, slip e pantaloni abbassati.
Gli investigatori interpretarono questi segni come un tentativo di depistaggio, collegando inizialmente l’incisione della svastica al proprietario del chiosco e ai clienti abituali, vista la loro nota devozione per il ventennio fascista. In seguito, l’esame medico-legale evidenziò un’altra scoperta scabrosa: Melania non morì immediatamente, le coltellate le causarono una lunga agonia prima della morte.
Le prime incongruenze
Fin dall’inizio il comportamento di Parolisi apparve anomalo. Le telecamere del chiosco che lo avevano ripreso agitato, andavano in disaccordo con il suo comportamento. Nonostante sostenesse di essere in preda al panico, gli inquirenti notarono che dalla scomparsa di Melania, cioè nei quaranta minuti precedenti all’arrivo dei carabinieri, Parolisi avrebbe telefonato alla moglie solo poche volte, e avrebbe parlato di Melania al passato con la proprietaria del chiosco.
Le autorità sostennero, inoltre, che nel momento in cui gli chiesero precisazioni sulla sparizione della moglie, Parolisi risultò poco collaborativo. Forniva frasi sconnesse tra di loro e dava l’impressione di star facendo “il finto tonto”, arrivando a dichiarare di non conoscere bene la zona, nonostante fosse istruttore e topografo.
A insospettire ulteriormente gli investigatori contribuì il fatto che lui e la figlia fossero vestiti in modo piuttosto leggero rispetto alla temperatura di quel pomeriggio. Parolisi indossava addirittura pantaloncini corti, un dettaglio ritenuto insolito per una giornata non particolarmente calda in montagna.
Inoltre, nessuno sembrava averli visti con chiarezza nel parchetto con le altalene dove, secondo la sua versione, si trovava a giocare con la bambina mentre Melania si sarebbe allontanata. Un altro elemento considerato anomalo fu l’assenza della borsa con il cambio per la bambina, che normalmente avrebbero portato con loro durante una gita fuori casa.
Anche i suoi movimenti successivi al rientro a casa contribuirono ad alimentare i sospetti degli investigatori. Un trolley nero che, secondo quanto emerso, si trovava nella sua auto il pomeriggio della scomparsa non fu mai più ritrovato. Inoltre, alcuni vicini riferirono che nelle primissime ore dell’alba sarebbe stata avviata una lavatrice nell’abitazione, un dettaglio che attirò l’attenzione degli inquirenti. In seguito quell’elettrodomestico venne rottamato.
L’amante
La comparsa di un nuovo cellulare acceso da Parolisi il giorno dopo fece emergere una relazione extraconiugale con una giovane, iniziata quando Melania era incinta.
La relazione era seria, e lui, che su Facebook usava lo pseudonimo di “Vecio Alpino”, aveva promesso svariate volte alla donna che avrebbe lasciato Melania per lei. La donna continuava a metterlo alle strette, minacciandolo che se non l’avesse lasciata al più presto, lei sarebbe uscita dalla sua vita per sempre.
Una telefonata tra i due amanti, avvenuta dopo la scomparsa, risultò sospetta, Parolisi chiese alla donna di cancellare foto, video e conversazioni che li ritraevano insieme con l’intento di nascondere la loro storia alla polizia.
Poco tempo dopo, in un’altra telefonata l’amante, disse di non avere detto nulla alle autorità di quello che Parolisi aveva fatto la sera precedente alla scomparsa di Melania. Il contenuto di quella frase non fu mai chiarito e la donna divenne un elemento centrale nel quadro accusatorio.
La relazione non fu la prova decisiva, ma contribuì a delineare un possibile movente: il desiderio di iniziare una nuova vita senza la moglie, soprattutto perché lei era a conoscenza di questa relazione.
Come si può immaginare, il comportamento da traditore di Parolisi non era nuovo: aveva avuto anche altre relazioni con allieve, come rivelarono le intercettazioni. Tradimenti dettati dal fatto che Parolisi non si sentiva considerato dalla moglie, arrivando a considerarla una “mammona” per via dello stretto legame con la madre.
Le prove
Il caso fu uno dei primi in Italia a fare largo uso di analisi scientifiche. Celle telefoniche, ricostruzioni 3D, studio delle ferite, entomologia forense, per stabilire l’ora della morte. I tabulati mostrarono che il cellulare di Parolisi agganciò celle compatibili con uno spostamento verso il luogo del ritrovamento, in contrasto con la sua versione. Inoltre, il telefono di Melania risultò spento manualmente poco dopo la scomparsa e venne riattivato il 20 aprile per 15 secondi. Non si scoprì mai chi lo avesse acceso.
Un altro elemento cruciale fu l’assenza di tracce di Melania nel punto indicato come luogo della scomparsa. I cani molecolari, infatti, non rilevarono alcun odore, mentre seguirono una pista alternativa.
Il processo e la condanna
Secondo la procura ci furono abbastanza indizi di colpevolezza per considerare Salvatore Parolisi il vero assassino di Melania. Il 21 giugno 2011 Parolisi fu inserito nel registro degli indagati e venne arrestato il 14 luglio 2011. In primo grado fu condannato all’ergastolo, poi a 30 anni in appello e infine a 20 anni in Cassazione, dopo aver escluso l’aggravante di crudeltà. L’impianto accusatorio fu definito “grave, preciso e concordante”.
Secondo i difensori di Parolisi, però, come risposta “la Repubblica”, “c’erano tutti gli elementi per concedergli le attenuanti generiche”, come il fatto che fosse giovane, incensurato e militare. Ma la corte perugina non assecondò questa richiesta. Nonostante ciò, l’ex militare ha sempre proclamato la propria innocenza.
Per vari permessi premio, Parolisi verrà rilasciato dopo 12 anni per intraprendere un percorso di reinserimento. Appena uscito dal carcere, ad un’intervista per “Chi L’ha Visto”, dichiara di essere finito in prigione ingiustamente, dimostrando di non essere pentito e disprezzando i premessi premio che gli erano stati conferiti. Alla luce di questa vicenda il magistrato revocò i permessi e lo fece tornare in carcere.
La famiglia Rea e i dubbi
A distanza di quattordici anni, il dolore della famiglia è ancora vivo. Il padre di Melania, Gennaro Rea, ha dichiarato, come riportato da “Sky TG24”: “La cosa che mi manda in bestia è pensare che in 14 anni non sia cambiato nulla e che la morte di mia figlia non sia servita”. E aggiunge che Parolisi “non merita compassione”.
Nel tempo, attorno a questo caso, si sono affacciate anche segnalazioni, voci e possibili elementi che non hanno mai trovato un chiarimento definitivo.
Si è parlato dell’eventuale presenza di più profili di DNA maschili, diversi da quello del marito, e di tracce femminili rinvenute sulle dita di Melania, la cui natura e rilevanza sono state oggetto di discussione. Così come è stata oggetto di interpretazioni differenti un’impronta di sangue sulla scena del delitto, ritenuta da alcuni compatibile con una calzatura di misura ridotta e quindi, secondo queste letture, non riconducibile a Salvatore Parolisi.
Sono rimasti sullo sfondo anche altri elementi: le auto che una sentinella avrebbe visto entrare nel bosco e uscire con segni evidenti sulla carrozzeria, il racconto di ciclisti e di alcune donne che notarono nei pressi del Colle vetture con vetri oscurati segnalate a velocità sostenuta, l’utilizzo e la valutazione del lavoro dei cani molecolari.
Circostanze riferite, ipotizzate, talvolta ridimensionate, che nel tempo hanno alimentato dubbi e domande. Interrogativi che, per una parte dell’opinione pubblica, restano ancora oggi senza una risposta.
a cura di
Beatrice Berti
