Le Femcel sono donne sole, spesso arrabbiate, spesso ferite. Internet le ha trasformate in un fenomeno culturale, ma chi sono davvero e cosa ci dice la loro esistenza sulla società in cui viviamo?
Prima ancora di capire cosa siano, bisogna sapere cosa non sono: non sono le fidanzate mancate degli incel, non sono vittime passive, non sono un trend passeggero.
Si definiscono femcel, contrazione di female involuntary celibate, donne celibi non per scelta. Il termine richiama quello degli incel e i due si somigliano abbastanza da essere spesso confusi. È un errore che vale la pena correggere subito, perché sotto la somiglianza fonetica si nascondono due fenomeni profondamente diversi, per origine, per dinamiche psicologiche e per il tipo di pericolo che rappresentano.
Stessa radice, destini opposti
C’è un’ironia fondante in tutta questa storia: il termine incel fu coniato originariamente da una donna. Era il 1993 quando una studentessa canadese di nome Alana creò “Alana’s Involuntary Celibacy Project”, uno spazio di supporto per chiunque si sentisse solo e incapace di costruire relazioni, indipendentemente dal genere. Con il tempo, quella parola fu colonizzata da comunità maschili sempre più aggressive, fino a diventare sinonimo di misoginia organizzata. Oggi gli incel sono classificati da alcune autorità come potenziale minaccia terroristica, dopo diversi attacchi violenti rivendicati in loro nome, tra cui il massacro del 2014 in California compiuto da Elliot Rodger, mosso dall’odio verso le donne che lo avevano respinto.
Le femcel condividono con gli incel la sensazione di essere escluse dal mercato affettivo contro la propria volontà. Ma la direzione di tutto il resto è opposta. Se per gli incel la frustrazione diventa violenza, per molte femcel il celibato si trasforma in una difesa: la decisione di sottrarsi alle relazioni con gli uomini a causa di violenza sistemica e cattive esperienze. Gli incel sono apertamente misogini e rivolgono la frustrazione verso l’esterno. Le femcel, tendenzialmente, rivolgono quella stessa frustrazione verso se stesse: si considerano difettose, inadeguate, invisibili. Quando c’è rancore verso gli uomini, raramente si tramuta in violenza organizzata. Finora.
Questo “finora” non è retorico. Perché se gli incel sono un problema già esploso, la femosfera – il nome con cui si indica l’ecosistema digitale femminile che fa da incubatore alle idee femcel – è un fenomeno in piena crescita, ancora poco studiato e ancora meno discusso pubblicamente.
Voci dai forum: il disagio ha molti volti
Nei forum frequentati dalle femcel circolano storie che difficilmente si lasciano ridurre a uno schema. C’è la donna di trentuno anni, autistica, che dopo anni di isolamento si innamora di un incel conosciuto online e si trova a vivere una connessione autentica e impossibile al tempo stesso:
Dopo tre decenni finalmente incontro qualcuno che mi capisce, eppure è inutile
C’è quella che teme di “diventare una femcel”, eppure ha 37mila like su Bumble (app di incontri) e una terapeuta, uno psichiatra e una famiglia di supporto. Il suo problema non è l’aspetto fisico: è la sensazione di essere desiderata senza mai essere vista.
Penso che non vedano la vera me, solo la fantasia che hanno proiettato su di me. Una volta che la fantasia svanisce, sono inamabile
Queste voci non sono uniformi. Alcune femcel proiettano la frustrazione verso l’esterno, altre la rivolgono interamente su se stesse. Alcune cercano comunità, altre semplicemente un linguaggio per nominare qualcosa che non trovavano nominato altrove. È questa eterogeneità che rende il fenomeno così difficile da ridurre a uno schema.
Il profilo psicologico
Uno studio empirico dei ricercatori Sparks e Zidenberg ha confrontato 61 donne che si identificano come femcel con 58 che non lo fanno, misurando tredici domini del benessere sessuale. I risultati mostrano livelli significativamente più elevati di stress: minore autostima sessuale, maggiore ansia, depressione, paura delle relazioni, preoccupazione ossessiva per la propria vita affettiva. Non è un’estetica. È una condizione psicologica misurabile.
La differenza rispetto agli incel emerge anche qui con chiarezza. Secondo una ricerca comparativa di Pasciuto e Pizzimenti del 2025, che ha analizzato le community di entrambi i gruppi, gli incel costruiscono la propria identità intorno al risentimento verso l’esterno – le donne, i “Chad”, la società – e il linguaggio che usano è carico di odio, insulti, fantasie di vendetta. Le femcel tendono invece a sviluppare un odio verso se stesse, un’autoaccusa costante: sono loro il problema, il loro corpo, la loro personalità, la loro incapacità di conformarsi agli standard. Quando gli incel perdono, qualcuno fuori di loro è colpevole. Quando perdono le femcel, la colpevole è quasi sempre la femcel stessa.
I test online
Su internet circolano quiz che rivelano quanto sia distorta la cultura che circonda questo fenomeno. Il più emblematico si intitola “Are you a Stacy, Becky, or Femcel?” dove Stacy è la donna attraente e popolare, Becky è la ragazza diligente e acqua e sapone, la Femcel è chi non trova partner. Il test non chiede nulla del vissuto emotivo, delle relazioni, della storia personale. Chiede il colore degli occhi, la texture dei capelli, la forma del naso. È lookismo puro travestito da auto-consapevolezza, con un algoritmo che assegna alle donne un posto in una gerarchia estetica e poi si stupisce se quelle in fondo alla classifica sviluppano risentimento. Non è uno strumento di comprensione del fenomeno, ne è un sintomo perfetto.
La femosfera e la pillola rosa
È qui che il fenomeno mostra il suo lato più problematico. Intorno alle comunità femcel originarie – quelle nate come spazi di supporto reciproco – si è sviluppata una rete di contenuti e comunità definita come femosfera: un ecosistema che specchia le logiche della manosfera. Non nella violenza, almeno non ancora. Ma nella struttura del pensiero: il mondo è diviso in vincitori e perdenti biologicamente determinati, il cambiamento è impossibile, l’unica risposta è la strategia.
Nella femosfera circola la pink pill, la pillola rosa, una visione fatalistica secondo cui la società privilegia strutturalmente solo alcune donne, le Stacy, e che gli uomini siano intrinsecamente predatori. Da questa premessa discendono consigli pratici: rifiutare un invito anche quando si è interessate “per mantenere il controllo”, cercare partner che sostentino economicamente la donna, fingere una vita sociale più ricca di quanto non sia in realtà. Il patriarcato qui non viene combattuto ma sfruttato. Come osserva la giornalista Eugenia Nicolosi, queste comunità spingono le proprie seguaci a boicottare la parità di genere e usare gli uomini per ottenere guadagni economici, in nome di una follia che chiamano femminismo ma non lo è.
Il nodo irrisolto
Le femcel ci obbligano a tenere insieme due verità. La prima: esiste una sofferenza reale, spesso invisibilizzata da stereotipi duri a morire. Come scrive la giornalista Arwa Mahdawi, la ragione per cui se ne parla così poco è che “poche persone credono davvero che sia possibile per le donne rimanere involontariamente senza partner”, perché si assume che gli uomini siano sempre disposti a legarsi a chiunque. Quando gli uomini soffrono, diventa una tragedia collettiva ma quando soffrono le donne, si presume che sia una farsa o una scelta.
La seconda verità: alcune risposte a questo disagio, dentro la femosfera, non sono meno tossiche di quelle elaborate dagli incel. Non producono sparatorie, ed è una differenza che conta enormemente, ma intrappolano le donne in una visione fatalistica del mondo, in ruoli passivi o manipolativi senza vera via d’uscita, senza mai toccare le cause strutturali: l’industria dell’immagine, la precarietà affettiva, le disuguaglianze di genere che si sedimentano anche nella vita sentimentale.
Il punto non è patologizzare le donne sole, né romantizzare una subcultura problematica. È riconoscere che il celibato involontario femminile esiste, che produce dolore vero e che quel dolore merita risposte migliori di quelle che offre la femosfera. E che, invece di insegnare come sopravvivere o manipolare un sistema tossico, partano da una domanda diversa: perché il valore di una donna è ancora misurato dalla sua capacità di essere desiderata?
a cura di
Martina Cavalli
