Tra droni, cavi sottomarini ed esplosioni sospette, l’Europa fa i conti con la cosiddetta guerra ibrida
Oggi, 15 settembre, si celebra la Giornata Internazionale della Democrazia.
Quest’anno, però, la minaccia più concreta alla democrazia europea non arriva da un’elezione contestata o da una legge liberticida. Arriva da un drone trovato sulla pista di un aeroporto tedesco. Da un’esplosione in una fabbrica di munizioni nel Lazio. Da un cavo sottomarino tranciato nel Mar Baltico.
Nessuno rivendica questi episodi, ed è proprio in questa mancanza che emerge uno dei problemi che una democrazia deve affrontare: come si risponde a un attacco quando non sai con certezza chi lo ha compiuto, né se davvero di attacco si tratti?
Cosa è accaduto
Ripercorriamo ciò che è successo. Nella notte del 4 agosto un drone carico di esplosivo viene trovato vicino a un aereo ucraino fermo sulla pista dell’aeroporto di Lipsia, in Germania. Si tratta di uno degli scali più importanti per la logistica militare diretta a Kyiv. Pochi giorni dopo un secondo drone colpisce un aereo in fase di atterraggio, costringendolo a dirottare su un altro scalo.
Il 13 agosto, in Italia, un’esplosione scuote lo stabilimento KNDS Ammo di Colleferro, che produce munizioni destinate all’Ucraina. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha dichiarato che al momento non ci sono elementi per parlare di sabotaggio, ma la tempistica, a due giorni da un episodio simile in Bulgaria e da un altro in Estonia, ha comunque acceso i sospetti a livello internazionale.
Nello stesso periodo si sono moltiplicati gli sconfinamenti aerei sopra la Romania (23 dall’inizio del 2026) e i Paesi baltici, mentre l’1 settembre in Germania vengono trovati ordigni esplosivi vicino a una sottostazione elettrica nel Brandeburgo.
Preso singolarmente, ogni episodio potrebbe essere un incidente, un atto isolato, una coincidenza. Uno dietro l’altro sembrano disegnare, insieme, qualcosa di diverso.
Cos’è la “guerra ibrida” e perché nessuno la chiama “guerra”
Quello che sta accadendo ha un nome: si parla di guerra ibrida. Indica una forma di conflitto che non passa dagli eserciti schierati, ma da una combinazione di sabotaggi, attacchi informatici, droni, pressioni politiche e disinformazione. Tutte azioni pensate apposta per restare in una zona grigia, dove diventa quasi impossibile dire con certezza chi le ha ordinate.
Non è una novità degli ultimi mesi, ma i numeri raccontano un cambio di passo netto. Secondo un report del servizio ricerche del Congresso americano, gli episodi attribuibili a questo tipo di campagna russa sarebbero quadruplicati tra il 2023 e il 2024, e dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina se ne contano complessivamente oltre 150 in tutta Europa.
Il numero è solo la superficie. Quello che conta è la progettazione. Ogni singolo episodio è costruito per restare sotto la soglia che giustificherebbe una risposta militare. Abbastanza grave da fare pressione ma mai abbastanza grave da obbligare la NATO a invocare l’articolo 5, la clausola per cui un attacco a un alleato è un attacco a tutti.
Perché la Russia lo fa
La Russia lo fa perché conviene. L’obiettivo è indebolire nel tempo il sostegno europeo all’Ucraina, esaurendo risorse e unità politica dei Paesi che la sostengono, senza mai oltrepassare la soglia della risposta collettiva. Nulla di nuovo, è la logica classica del ” gray-zone warfare ” (la zona grigia).
Vecchia ma sempre efficace: si avanza dove non si trova resistenza, ci si ferma solo quando la si incontra, scegliendo sempre un modo per colpire che permetta di dire “non siamo stati noi”. È il caso della nave battente bandiera cinese ma con comandante russo, sospettata di aver tranciato due cavi sottomarini nel Baltico senza che nessuno riuscisse mai a provarlo.
Trovo anche che ci sia anche un esperimento in corso. Ogni episodio misura la reazione, o la non reazione, dell’Occidente. Fin dove è disposta a spingersi Mosca prima che qualcuno risponda sul serio?
Questo mette le democrazie europee in una posizione scomoda perché ogni singolo episodio, preso da solo, sembra troppo piccolo per giustificare una risposta forte. Ma è proprio l’accumulo silenzioso di episodi piccoli, non un singolo attacco eclatante, il vero obiettivo della strategia.
Come rispondono le democrazie
L’Europa sta reagendo, ma non con le armi. La NATO ha lanciato missioni dedicate a sorvegliare le infrastrutture sottomarine e lo spazio aereo orientale e, a metà agosto, ha organizzato un’esercitazione improvvisa intorno all’enclave russa di Kaliningrad.
Nel frattempo l’Unione Europea accelera un nuovo pacchetto di sanzioni contro Mosca. A confermarlo è l’Alta rappresentante Kaja Kallas, spiegando che gli episodi delle ultime settimane hanno convinto anche gli Stati membri più cauti a sostenere misure più dure.
In Italia il caso ha già un nome. A maggio, con un Dpcm pubblicato in Gazzetta ufficiale , il governo ha varato una “cabina di regia” per le crisi di sicurezza nazionale, rafforzando il Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica (Cisr), convocabile in caso di sabotaggi, attacchi cyber o crisi energetiche, guidato dal presidente del Consiglio insieme ai ministri di Esteri, Interno, Difesa, Giustizia, Economia e Ambiente.
È la prima Strategia di sicurezza nazionale della storia repubblicana. Il Copasir, l’organo parlamentare che dovrebbe vigilare sui servizi di intelligence, in questo schema viene “sentito” prima che la strategia sia adottata e “informato periodicamente” dopo. Non la decide, non la vota, non può bloccarla.
Sono risposte comprensibili, in alcuni casi necessarie.
Hanno però un tratto in comune: si muovono quasi tutte nello stesso spazio in cui si muove la minaccia che dicono di contrastare, ovvero quello della sorveglianza, della riservatezza, delle decisioni rapide prese da un numero ristretto di persone e comunicate al Parlamento a cose fatte.
Il cortocircuito
C’è una frase, pronunciata da Rosin, un alto responsabile dell’intelligence estone, che aiuta a mettere a fuoco il problema. Secondo lui, non avrebbe più senso parlare di “guerra ibrida”, un’etichetta ormai troppo neutra per descrivere ciò che sta accadendo. Bisognerebbe chiamarla apertamente “terrorismo di Stato“.
Ma chiamare le cose con il loro nome avrebbe una conseguenza precisa. Obbligherebbe l’Europa a una risposta ufficiale, pubblica, dichiarata. Ed è evidente che oggi né i singoli governi né Bruxelles sembrano pronti a darla. Così si resta in una via di mezzo dove si sa che qualcosa sta accadendo, si sospetta chi ci sia dietro ma non lo si dice fino in fondo e nemmeno si risponde fino in fondo.
Il caso italiano della cabina di regia è proprio questo cortocircuito reso concreto. Più potere al governo, meno voce al Parlamento; più velocità decisionale, meno tempo per discuterla. Non perché vi sia una deliberata volontà autoritaria, ma perché rispondere in modo lento, trasparente e argomentato – cioè in modo democratico – a una minaccia pensata per essere veloce, ambigua e negabile è, semplicemente, difficile.
Qui entra un rischio ulteriore. Se guardiamo alla storia, lo stato di eccezione insegna come misure introdotte per affrontare un’emergenza possano smettere, col tempo, di essere eccezionali.
Già negli anni Trenta il giurista Herbert Tingsten osservava che l’uso sistematico di poteri d’emergenza rischiava di logorare la democrazia, riducendo il Parlamento a un organo che si limita a ratificare decisioni già prese dal governo. “Sentito” e “informato periodicamente” sono, letteralmente, quel tipo di ratifica.
Difendersi o trasformarsi?
Torniamo dunque al 15 settembre e a quello che si celebra in questo giorno.
Il Segretario generale dell’ONU, presentando la Giornata internazionale della democrazia, ha parlato di uno spazio civico che si restringe sotto la pressione della disinformazione e delle divisioni. Una frase pensata per per descrivere problemi interni alle democrazie. Ma quest’anno si può leggere anche in un altro modo.
Quanto dobbiamo fare per difenderci è una domanda che ci poniamo spesso. Quanto dobbiamo controllare il modo in cui ci difendiamo, e chi, di preciso, mantiene quel controllo quando l’organo che dovrebbe esercitarlo viene solo “sentito” e “informato”, lo è molto meno.
Una misura può essere necessaria oggi e diventare pericolosa domani, soprattutto quando nessuno stabilisce più con chiarezza quando l’emergenza è finita, né chi ha ancora voce in capitolo per dirlo.
Perché la democrazia non viene messa alla prova soltanto quando deve scegliere se difendersi. Viene messa alla prova soprattutto quando deve scegliere come farlo.
Una minaccia senza volto, difficile da provare e impossibile da ignorare, può spingere uno Stato verso più segretezza, più controllo, più decisioni prese lontano dal dibattito pubblico. La cabina di regia di Palazzo Chigi ne è già un esempio in vigore.
Sono strumenti che possono essere necessari, ma proprio per questo devono avere un limite.
Soprattutto nella Giornata di oggi, chiediamoci non solo chi stia minacciando le nostre democrazie, ma se, per difenderle, rischiamo di trasformarle in altro.
Una democrazia che sorveglia di più, decide in segreto, discute di meno, anche se lo fa per proteggersi, a un certo punto è ancora una democrazia, o è già diventata qualcos’altro?
a cura di
Martina Cavalli
