La paternità in Italia tra il divario nei congedi, il ritardo rispetto all’Europa e la trappola delle partite IVA: perché la cura dei figli resta un carico quasi tutto femminile?
I primi giorni di vita di un bambino ridisegnano la geografia di una casa, la scansione del tempo e gli equilibri di una coppia. In Italia, però, per un lavoratore il tempo riconosciuto dallo Stato per vivere questa rivoluzione equivale a un battito di ciglia: dieci giorni lavorativi. Poco meno di due settimane di paternità per sbrigare la burocrazia della nascita, assestarsi con i sonni e supportare la madre dopo il parto. Il messaggio subliminale sotteso dalle nostre politiche sociali è nitido: la cura dei figli è una professione a tempo pieno per la madre e una parentesi “part-time” per il padre. Un’impostazione che non solo mortifica il ruolo genitoriale degli uomini, ma continua a scaricare sulle donne il prezzo professionale ed economico della genitorialità.
Dall’elemosina della Riforma Fornero alle tutele correnti
Per cogliere la portata del ritardo italiano occorre ripercorrere la storia recente dei congedi di paternità, segnata da un’avanzata a piccoli passi. Era il 2012 quando la Riforma Fornero introduceva per la prima volta nel nostro ordinamento il congedo di paternità obbligatorio. La misura fu un’elemosina normativa: un solo giorno retribuito. Negli anni successivi il legislatore ha proceduto a singhiozzo (due giorni nel 2016, quattro nel 2018, sette nel 2020) fino al definitivo recepimento della Direttiva Europea 2019/1158 che, con il D.Lgs. 105/2022, ha reso strutturali e permanenti i dieci giorni lavorativi retribuiti al 100% dall’INPS.
A questo si affianca il congedo parentale facoltativo, che consente alla coppia di astenersi dal lavoro fino a un massimo di 10 o 11 mesi complessivi nei primi 14 anni di vita del bambino. Sebbene gli interventi normativi abbiano elevato l’indennità all’80% della retribuzione per i primi tre mesi fruibili dalla coppia, l’impalcatura generale continua a trattare la presenza del padre nei primi mesi di vita come un’opzione accessoria e non come un pilastro fondante.
La rinuncia dei padri e la trappola del divario salariale
Se i dati di adesione al congedo obbligatorio mostrano segnali incoraggianti (con circa il 64-68% dei lavoratori dipendenti aventi diritto che sceglie di usufruire dei dieci giorni a disposizione), la vera disparità si rileva sul congedo parentale facoltativo. In questo ambito la partecipazione dei padri risulta ancora ridotta: oltre il 77% delle giornate complessive di congedo parentale fruite in Italia continua a essere richiesto dalle madri, mentre la componente maschile rappresenta poco più del 20% dei richiedenti.
I fattori alla base di questo divario sono sia di natura economica sia di natura sociale. In un contesto lavorativo in cui permangono differenze retributive di genere e dove spesso la componente maschile registra redditi mediamente più elevati all’interno del nucleo familiare, la scelta su chi debba astenersi temporaneamente dall’attività lavorativa, a fronte di una ridotta copertura retributiva, tende a ricadere sul genitore con il reddito inferiore. A ciò si affiancano dinamiche culturali e organizzative ancora diffuse nel mondo del lavoro, dove la richiesta di periodi estesi di congedo da parte di un padre può talvolta scontrarsi con aspettative tradizionali o resistenze implicite legate alla continuità professionale.
Lavoratori di serie A e di serie B: il vuoto delle partite IVA
Il quadro della paternità si fa ancora più critico quando si varcano i confini del lavoro subordinato a tempo indeterminato. Per i padri con partita IVA, liberi professionisti o iscritti alla Gestione Separata INPS, il congedo di paternità obbligatorio di breve durata semplicemente non esiste nella forma garantita ai dipendenti.
Un lavoratore autonomo non beneficia di un periodo di astensione obbligatoria retribuito al 100% nei giorni immediatamente successivi alla nascita. Sebbene vi sia la possibilità teorica di accedere ad alcune forme di indennità parentale, queste sono subordinate a rigidi requisiti contributivi e si scontrano con la realtà materiale del lavoro autonomo: fermare la propria attività significa interrompere il fatturato, rischiare di perdere i clienti e sostenere comunque i costi fissi della propria posizione professionale. Per un freelance, essere padre rischia di trasformarsi in un lusso da pagare di tasca propria.
L’Europa a due velocità: il modello Spagna e la daddy quota
Mentre l’Italia arranca sui dieci giorni, il resto d’Europa dimostra che una reale parità genitoriale è possibile ed efficace. L’esempio più emblematico è la Spagna, che ha azzerato le distanze azionando una riforma radicale: 16 settimane di congedo di paternità, totalmente retribuite al 100% e non trasferibili, esattamente identiche a quelle spettanti alla madre. I primi mesi sono obbligatori per entrambi i genitori, mentre i restanti possono essere distribuiti nell’arco del primo anno. L’effetto è stato dirompente non solo nel ridistribuire il carico di cura all’interno delle mura domestiche, ma anche nel disinnescare la discriminazione delle donne in fase di selezione del personale, poiché assumere un uomo o una donna comporta oggi il medesimo “rischio” di congedo per l’azienda.
I Paesi nordici, Svezia in testa, adottano invece da tempo la daddy quota: all’interno del monte giorni di congedo familiare (fino a 480 giorni), una quota consistente (90 giorni) è riservata esclusivamente al padre e non può essere ceduta alla madre. Se il padre non la utilizza, la coppia la perde definitivamente. Il risultato è un tasso di utilizzo da parte degli uomini che supera l’80%. In Francia, con la riforma del 2021, il congedo di paternità è stato portato a 28 giorni (di cui sette obbligatori), raddoppiando la durata precedente e registrando un’adesione massiccia.
Il diritto di esserci e la tutela del benessere familiare
Trattare la paternità come un diritto di secondo piano o una parentesi simbolica significa perpetuare una visione arcaica della famiglia e del lavoro. La presenza del padre nei primi mesi di vita di un figlio non è solo una questione di pari opportunità professionali o di superamento della motherhood penalty che gravano sul lavoro femminile: è una necessità affettiva, relazionale e di salute pubblica.
I primi mesi dopo la nascita rappresentano uno snodo delicatissimo per il benessere emotivo della donna e della coppia. Un periodo in cui la solitudine, il carico della cura quotidiana e il riassetto ormonale e psicologico possono spalancare le porte a forme di sofferenza profonda, fino alla depressione post-partum. Avere al proprio fianco un padre pienamente presente (non come un “aiuto” occasionale o un genitore “part-time”, ma come co-protagonista paritario della vita domestica e dell’accudimento) riduce l’isolamento della madre, redistribuisce la fatica emotiva e crea una rete di sostegno fondamentale.
Un bambino non ha bisogno di un padre spettatore, ma di una figura di riferimento che c’è, che impara a prendersi cura di lui fin dai primissimi istanti e che costruisce un legame d’affetto autonomo e profondo. Estendere il congedo di paternità non è una concessione o un privilegio accordato agli uomini: è la leva fondamentale per tutelare la salute mentale delle madri, garantire ai figli il diritto ad entrambi i genitori e restituire alla paternità la sua piena, insostituibile dignità.
a cura di
Michela Besacchi
