C’è una frase che torna ciclicamente, come l’Imu e il bollo dell’auto: la politica deve restare fuori dalla musica.
Una frase che solitamente è successiva ad una presa di posizione di un cantante su qualcosa. Una guerra, un governo, i diritti civili, una protesta o una causa sociale. Ed ecco che, all’improvviso, una parte del pubblico decide che l’artista dovrebbe limitarsi a cantare. Cantare bene, sia chiaro, possibilmente mettendo in scaletta solo le canzoni che tutti conoscono così che ci si possa dimenticare che esiste anche un mondo fuori dallo stadio.
E quello che da ieri sta occupando tutto il mio feed di Instagram per esempio, la vicenda di Macklemore e Ed Sheeran, è soltanto l’ultimo capitolo di una discussione che con ogni evidenza, non è ancora risolta.
Questi i fatti: Macklemore è stato escluso dalle successive date nordamericane del Loop Tour di Ed Sheeran dopo aver espresso dal palco il proprio sostegno alla Palestina. Ed Sheeran ha poi spiegato che la decisione non è stata sua, ma dei promoter e dei gestori di alcuni stadi (Kraft e altri), che avrebbero rifiutato di ospitare gli spettacoli con Macklemore in cartellone.
Ha infine sostenuto che i suoi concerti devono essere luOghi capaci di unire le persone, spazi apolitici e che non ha alcuna intenzione di esprimere la propria posizione.
Nel giro di poche ore altri artisti coinvolti nel tour, tra cui Finneas, Lukas Graham, Aaron Rowe e Beoga, hanno deciso di ritirarsi in solidarietà con Macklemore.
Ed ecco che torniamo al principio: la musica deve fare politica? Ritengo che questa sia la domanda sbagliata.
Perché la politica non comincia quando qualcuno prende un microfono e pronuncia il nome di un Paese e non inizia nemmeno quando un cantante espone una bandiera sul palco o sostiene pubblicamente una causa.
La politica è già lì. Lo è da molto prima. Lo è da sempre.
Facciamo politica quando decidiamo quali vestiti comprare e quali aziende finanziare con i nostri soldi. La facciamo anche quando scegliamo in quale supermercato entrare, quali prodotti mettere nel carrello, quali marchi boicottare e quali continuare a sostenere.
La facciamo quando scegliamo dove andare in vacanza, quali giornali leggere, quali contenuti condividere.
E, sorpresa delle sorprese, facciamo politica anche quando decidiamo che di una determinata questione non vogliamo occuparci.
Forse è proprio questo il grande equivoco: abbiamo ridotto la politica ai partiti, alle elezioni, ai parlamenti e ai talk show. Come se tutto ciò che accade prima e dopo fosse semplicemente vita.
Ma la politica, nel senso più ampio del termine, è il modo in cui decidiamo di stare nella società e dunque, perché l’arte, e in questo caso specifico, la musica, dovrebbe esserne immune?
La storia della musica, peraltro, suggerisce esattamente il contrario.
Bob Dylan, Bruce Springsteen, Roger Waters, Rage Against The Machine, The Clash, John Lennon, tra gli altri, sono artisti celebrati, osannati, che ci hanno raccontato guerre, distruzioni, discriminazioni, problemi delle classi lavoratrici, libertà represse e razzismo.
Abbiamo addirittura trasformato alcune di quelle canzoni in inni generazionali e poi, curiosamente, ogni volta che un artista contemporaneo prende posizione su qualcosa che ci divide davvero riscopriamo improvvisamente il valore della neutralità.
Il messaggio quindi sembra chiaro: gli artisti possono fare politica purché sia quella del passato e magari diventata talmente innocua da essere relegata ad una stampa su una t-shirt. Quella presente dà decisamente più fastidio.
Ovvio che si potrebbe obiettare che un cantante non abbia alcun obbligo di trasformarsi in un commentatore politico. Infatti non sostengo che ogni artista debba pronunciarsi su ogni guerra, ogni elezione, ogni crisi internazionale. Ma c’è una differenza enorme tra non avere l’obbligo di parlare e sostenere che il silenzio sia neutrale, perché non lo è.
Anche scegliere di non prendere posizione è una posizione.
Può essere una posizione legittima, può essere comprensibile, può nascere dalla paura delle conseguenze professionali e dal desiderio di non dividere il proprio pubblico o semplicemente dalla convinzione di non avere abbastanza strumenti per intervenire. Ma rimane una scelta che, come ogni scelta, ha delle conseguenze.
La situazione attuale di Ed Sheeran lo dimostra. Nel momento in cui Macklemore viene escluso, qualunque decisione successiva assume un significato: restare nel tour significa una cosa, abbandonarlo ne significa un’altra, contestare l’esclusione ne significa un’altra ancora. Persino tentare di preservare uno spazio dichiaratamente apolitico diventa, inevitabilmente, un atto che produce conseguenze politiche.
Aggiungiamoci anche che qui non si sta parlando di una posizione politica generica, si parla di Gaza, punto su cui, mi sento di dire, il discorso sulla neutralità inizia a starmi stretto.
Il 16 settembre 2025 la Commissione d’Inchiesta indipendente delle Nazioni Unite ha concluso che le autorità e le forze di sicurezza israeliane hanno commesso genocidio contro i palestinesi nella Striscia di Gaza.
Capite che questo non è uno slogan da urlare ad un concerto o la frase su una t-shirt: è a tutti gli effetti una conclusione espressa da un organismo internazionale dopo un’indagine durata due anni.
Si può, ed è giusto, discutere sulle responsabilità, sul sionismo, sul 7 ottobre, su Hamas e sul diritto internazionale, ma sostenere che la neutralità sia una sorta di territorio incontaminato è francamente impossibile da credere.
Si fa fatica ad accettare che “parlare” significa schierarsi mentre “tacere” sia sinonimo di non partecipazione .
Purtroppo non funziona così, perché l’arte non vive sopra la società bensì nasce dentro di essa e la racconta, e non può in alcun modo essere separata artificialmente dal mondo nel quale viene prodotta.
Un artista dunque ha tutto il diritto di scegliere il silenzio per la paura di perdere pubblico, contratti, concerti, sponsor. Ha persino il diritto di pensare che il proprio palco debba essere soltanto un luogo di evasione.
Ma spacciare questo per neutralità è dissonante, perchè quando parlare ha un costo, anche decidere di non pagarlo è una scelta. E forse la domanda non è più se un artista possa fare politica, la domanda più corretta semmai è perché continuiamo a fingere che possa non farla.
a cura di
Sara Alice Ceccarelli

Brava