A distanza di 26 anni, la morte di Francesca Moretti rimane avvolta da un alone di mistero che pare ormai impossibile da dipanare. L’unica certezza pare essere l’arma del delitto: un piatto di minestrina al formaggio.
Roma, 22 febbraio 2000. Da qualche giorno Francesca Moretti è in preda a dolori lancinanti alla schiena che le rendono ogni movimento ormai insopportabile, costringendola a letto. Francesca vive nel celebre quartiere romano di San Lorenzo e condivide il suo appartamento con due coinquiline: Daniela Stuto e Mirela Nistor. Quel giorno Daniela, preoccupata per le condizioni di Francesca, decide di prepararle un piatto di minestrina al formaggio prima di lasciare l’appartamento per qualche ora.
Francesca consuma il pasto intorno alle 13:30 e torna nella sua stanza a riposarsi, mentre anche Mirela esce di casa. Nel pomeriggio, delle urla strazianti squarciano la quiete dell’appartamento delle tre ragazze. Francesca si contorce dal dolore nel suo letto, ha gli arti pieni di ematomi, il volto ed il ventre molto gonfi. La prima persona a trovarla in queste condizioni è Mirela, che si affretta ad allertare i soccorsi. Rientra anche Daniela, che accompagnerà Francesca in ambulanza in una disperata corsa in ospedale che risulterà invana. Francesca infatti muore dopo ore di dolorosa agonia.
Gli investigatori si recano la sera stessa nell’appartamento di Francesca per un primo sopralluogo della presunta scena del crimine. Le indagini risulterano sin da subito viziate da un approccio estremamente superficiale dei poliziotti, che si limitano a scattare qualche foto delle stanze, senza repertare alcun oggetto. In effetti, la casa non presentava alcun segno di effrazione, non c’era alcun elemento che riconducesse ad un episodio di violenza che avrebbero potuto portare alla morte di Francesca. Bisognerà attendere l’esito dell’autopsia per la prima grande rivelazione di questa vicenda: Francesca è morta per avvelenamento da cianuro, che ha ingerito a ridosso del suo ultimo pasto, ovvero, la minestrina al formaggio consumata quel pomeriggio.
Le prime indagini: la pista “Rom”
Le indagini, ora concentrate sulla ricerca di un assassino, si indirizzano inizialmente sulla vita di Francesca. La giovane era un’operatrice dell’associazione Opera Nomadi ed era impegnata in diverse attività con la popolazione Rom capitolina. In questo contesto, Francesca aveva conosciuto Graziano Halilovic, ragazzo Rom con cui intratteneva una relazione clandestina, dato che quest’ultimo era sposato con quattro figli. E se in qualche modo la morte di Francesca fosse legata ai Rom?
Questa pista, sostenuta dalla famiglia di Francesca, viene percorsa in diverse maniere, senza mai effettivamente trovare prove credibili che collegasero la comunità Rom con la morte di Franscesca. Viene esplorata l’ipotesi del delitto passionale per mano della moglie di Graziano, Fatima. La donna era a conoscenza di Francesca e, secondo alcune dichiarazioni del tempo, sarebbe stata in possesso anche del suo numero di telefono. Si parla anche di un presunto furto delle chiavi di casa di Francesca orchestrato da Fatima, e di un’ombra che la stessa Francesca avrebbe visto in casa sua qualche giorno prima della sua morte. Tutti elementi che si riveleranno niente più che suggestioni, che si aggiungono alla fantomatica correlazione tra la morte di Francesca con quella del padre di Graziano, Vaijro, avvenuta appena ventiquattro ore prima, che vedrebbe coinvolta la famiglia del giovane Rom, contraria anch’essa alla relazione con Francesca.
Chi ha preparato quella minestrina? L’accusa a Daniela Stuto
Dopo l’abbandono della cosiddetta “pista Rom”, le indagini si spostano sulle coinquiline di Francesca, in particolare su Daniela Stuto. Daniela ha infatti preparato la minestrina a Francesca che, secondo l’autopsia, avrebbe potuto contenere il famigerato veleno. È stata Daniela ad aggiungere il cianuro alla pietanza? Se lo ha fatto, per quale motivo?
La pista investigativa su Daniela Stuto si dimostra sin da subito povera di elementi concreti che la inchiodano al fatto. Tuttavia la Procura, forse smarrita davanti alla complessità del caso, forse tracotantemente convinta della colpevolezza della coinquilina, rimane fedele alla sua linea inquisitoria e passa al setaccio ogni singolo aspetto della vita privata di Daniela alla ricerca di un possibile movente.
Daniela viene presto dipinta come una ragazza dal passato difficile e tormentato, che reprimerebbe una presunta bisessualità e che sarebbe innamorata di Francesca. Non ricambiata e gelosa della relazione di Franscesca con Graziano, Daniela avrebbe deciso di uccidere la coinquilina, infliggendole un’atroce sofferenza con il cianuro. Uno scenario che troverebbe riscontro in qualche libro giallo ma che risulta alquanto irrealistico. Nonostante gli innumerevoli tentativi nel provare a incastrare Daniela, tra cui l’esistenza di un fusto contenente cianuro posseduto dallo zio della ragazza, la Procura è costretta ad assolvere Daniela Stuto.
Qualcuno ha ucciso Francesca Moretti?
Gli errori investigativi e l’apparente banalità di questo caso hanno portato le indagini ad incagliarsi in inutili labirinti e sovrastrutture, ricercando forzatamente un colpevole senza avere nemmeno la completa certezza di trovarsi di fronte ad un omicidio. E se Francesca non fosse morta per mano di qualcun altro?
Durante le indagini, è emerso infatti che Francesca vivesse una situazione di profonda tristezza e malessere, come raccontava nelle pagine del suo diario, che si facevano col tempo sempre più cupe e contorte. Di questo diario, bruciato dalla stessa madre di Francesca, non conosceremo mai interamente il contenuto ma possiamo immaginare che contenga la soluzione di questo caso. Immaginiamoci infatti, per un attimo, nella vita di Francesca, nella vita di una ragazza che viveva una tumultuosa relazione clandestina con un ragazzo disprezzato dalla sua famiglia, con un lavoro da cui non ha mai tratto grandi soddisfazioni e che si vede costretta a scappare per poter vivere liberamente.
Immaginiamo la stanchezza che Francesca provava nel vivere così, immaginiamoci il peso sempre più insostenibile che si portava addosso e che scaricava tra le pagine del suo diario che mai potremo leggere. Immaginiamoci Francesca, in giro per San Lorenzo, tra varie botteghe di artigiani che al tempo facevano ancora ampio uso di cianuro nelle loro lavorazioni, e che spesso vendevano clandestinamente, alla ricerca del veleno che l’avrebbe resa felice.
a cura di
Luca Chieti
