Quando le attività di quartiere scompaiono dalle città, anche i piccoli rituali diventano una specie in via d’estinzione
La barista sotto l’ufficio, con due occhi grandi che sembrano aver intuito l’andazzo della giornata, mette un bicchierino di vetro sotto la macchina e prepara un caffè lungo, ma non troppo.
Una richiesta ai limiti della schizofrenia gastronomica, che richiederebbe un’apposita commissione parlamentare per essere definita, e che lei invece esegue senza bisogno di ulteriori spiegazioni. Un saluto, il rumore del macinacaffè, qualche parola sul tempo, a volte nemmeno quelle.
Dentro quel piccolo rituale quotidiano esiste una familiarità che non ha mai avuto bisogno di presentazioni. È una cosa da niente, almeno finché continua a esserci.
In fondo, buona parte della nostra vita si è sempre svolta tra l’alimentari sotto casa e l’edicola dietro ai giardini, piccoli avamposti di umanità dove non serviva un appuntamento per incontrare qualcuno. Bastava passare.
Ray Oldenburg, sociologo americano, chiamava third places quei luoghi informali in cui ci si incontra senza particolari obblighi, al di fuori delle mura domestiche e del lavoro. Un concetto piuttosto elegante per descrivere anche il tavolino del “Bar Claudio”, dove tre pensionati discutono sulla formazione della Roma, con risultati apprezzabili soprattutto sul piano della perseveranza.
Cronaca di una lenta scomparsa
In Italia, tra il 2012 e il 2025, sono scomparsi almeno 156mila punti vendita del commercio al dettaglio e ambulante e, dal 2019, oltre 24mila bar.
Nelle grandi città il cambiamento si trascina come il rumore delle rotelle di un trolley sui sampietrini. Gli appartamenti diventano case vacanze, mentre i negozi di prossimità lasciano sempre più spazio a esercizi commerciali per turisti di passaggio. Nei piccoli centri, invece, la trasformazione è più silenziosa. Chiude la cartoleria davanti alla scuola, poi la gelateria sul corso principale, magari l’unica libreria nel raggio di parecchi chilometri.
E quando si abbassa una serranda, non chiude soltanto un’attività: si interrompe anche quella trama di incontri e abitudini che, senza accorgercene, scandiva le giornate di un intero quartiere: il giornalaio che ci tiene da parte l’ultimo Dylan Dog, il farmacista che ci chiede se abbiamo ancora quel fastidio alla schiena. D’altronde, “Il favoloso mondo di Amélie” non sarebbe stato poi così favoloso senza il “Café des 2 Moulins”, il fruttivendolo e quella costellazione di personaggi stravaganti che popolavano Montmartre.
Oggi che compriamo vestiti e latticini attraverso uno schermo, non possiamo affidare la sopravvivenza di bar, botteghe e negozi alla sola nostalgia. In attesa di politiche — e politici — che rendano sostenibile l’apertura di quelle serrande ogni mattina, qualcosa è ancora nelle nostre mani. Non per senso del dovere nei confronti di chi resiste agli affitti, ai rincari e all’urgenza di una società a domicilio. Piuttosto perché ogni scelta, per quanto minuscola, contribuisce a decidere quali third places troveremo ancora lungo la via.
Le città non diventano anonime all’improvviso. Succede lentamente, un’insegna alla volta, finché noi stessi diventiamo turisti davanti al nostro numero civico. Eppure, Ilaria, la barista dagli occhi grandi continua a preparare quel caffè lungo ma non troppo, rigorosamente al vetro. Lo appoggia sul bancone, scambia due parole e torna a occuparsi degli altri clienti. Niente di trascendentale, nessuna epifania tra il cucchiaino e la bustina dello zucchero di canna.
E se un giorno quel bar dovesse chiudere?
Ne troveremmo certamente un altro, magari con un arredamento più fantasioso e un caffè perfino migliore. Bisognerebbe soltanto ricominciare da capo. E spiegare, ancora una volta, cosa significa lungo, ma non troppo.
a cura di
Edoardo Siliquini
