L’evento che già è storia e che diverrà mito, 11 settembre 2001
Ogni civiltà che sia mai esistita ha dentro di sé miti fondativi che orbitano nella memoria collettiva e nell’interpretazione individuale. Alcuni di essi sono racconti di gesta eroiche, fondazioni di città eterne, epopee guerresche contro nemici apparentemente invincibili, genealogie di re, terre sacre concesse al popolo, rivoluzioni che hanno abbattuto la precedente istituzione al potere o guerre d’indipendenza contro la dominazione straniera.
Spesso questi racconti, più o meno documentati, vengono discussi e criticati da singoli, o da gruppi, che non credono ciecamente al racconto o che possiedono uno spirito investigativo che li spinge ad indagare anche ciò che per molti è a tutti gli effetti un dogma inviolabile.
L’attacco al cuore d’America e la distruzione dei simboli
Esistono casi in cui il mito incontra la cronaca e per reiterarsi nel tempo accade che una delle due forme di pensiero finisca per inglobare l’altra, giungendo ad essere un unico racconto che ha dentro di sé elementi di entrambi. Possiamo sicuramente annoverare tra questi l’attacco terroristico sul suolo americano avvenuto l’11 settembre 2001.
A New York, dove caddero in frantumi le due famosissime torri gemelle, cioè gli Edifici 1 e 2 del complesso metropolitano del World Trade Center, e il meno conosciuto Edificio 7, una struttura di 47 piani, alta 123 metri, dipinta di rosso granito che crollò nell’arco di un minuto alle 17:20 di quell’infernale martedì di settembre.
In Virginia nella Contea di Arlington, ha sede la struttura Quartier Generale delle forze armate americane, di cui incominciò la costruzione l’11 settembre 1941 e finì il 15 gennaio 1943, chiamata Pentagono. Proprio qui uno dei quattro aerei dirottati si sarebbe schiantato alle 9:37 sul lato ovest dell’edificio, causando la morte di 125 persone tra passeggeri, equipaggio, funzionari governativi e i dirottatori stessi.
In Pennsylvania, il quarto aereo cadde in un campo vicino a Shanksville alle 10:03. Secondo la ricostruzione statunitense l’obiettivo era la casa bianca e solo grazie all’intervento eroico dei passeggeri l’aeromobile non riuscì a colpirla.
La contrapposizione psicologica degli spettatori
Come spesso accade nell’era dell’informazione, si sono create due distinte fazioni con una visione diversa sulle cause e i colpevoli di questa strage, la più grave mai avvenuta sul suolo americano continentale dalla Guerra Civile (1861-1865). Ripercorriamo ora gli avvenimenti che hanno reso possibile questa contrapposizione e proveremo a dare una risposta su quale delle due sia la più plausibile, concentrandoci maggiormente sulla tesi alternativa, o “complottista”, della storia, poiché la versione ufficiale è decisamente più semplice nella sua narrazione e di più rapida e comprensibile fruizione.
L’idea di complotto sull’11 settembre è un pensiero trans-ideologico e sovra-politico, sebbene con una leggera prevalenza nei Democratici per il fatto che all’epoca il presidente in carica era il Repubblicano G. W. Bush. Costui si premurò di affermare, durante una conferenza otto giorni dopo l’evento, che la sua amministrazione non avrebbe tollerato teorie del complotto su quanto accaduto.
La voce del governo e i nemici alle porte
Il giorno successivo all’attentato l’FBI provvede a comunicare la propria ricostruzione degli avvenimenti insieme a nome e origine dei colpevoli. Quindici terroristi dell’Arabia Saudita, due degli Emirati Arabi Uniti, uno dell’Egitto e uno del Libano, tutti di religione islamica sunnita, furono identificati dai passaporti presumibilmente ritrovati tra le rovine.
Sei di questi dirottatori avrebbero combattuto in Bosnia nella brigata islamica dell’avvocato e politico Alija Izetbegovic’, secondo il giornalista tedesco Jürgen Elsässer a libro paga della MPRI (Military Professional Resourche Incorporate), un’agenzia di copertura della CIA. Otto di loro entrarono negli USA con un visto dell’ambasciata americana di Jeddah, dove il console si dimise perché sarebbe stato costretto a rilasciare visti a terroristi noti.
Volto e nome del presunto mandante
I mediorientali avrebbero compiuto l’atto in nome e per conto di un’organizzazione che fino ad allora non era entrata a far parte dell’immaginario comune: Al–Qāʿida, in arabo “la Base”. Un’associazione militare di cultura wahabita e dall’origine incerta che sarebbe stata anche dietro agli attentati delle ambasciate statunitensi nel 1998. Aveva come capo il miliardario saudita Osama Bin-Laden, conosciuto frequentatore dei salotti occidentali e già presente ad alcune riunioni dell’alta corte americana.
Accusato di essere l’organizzatore e il mandante dai media più influenti all’unisono, Bin-Laden esclude il giorno stesso qualsiasi coinvolgimento con l’attentato, ribadendolo a più riprese tra il 16 e il 28 settembre 2001. Il 3 ottobre inizia l’invasione dell’Afghanistan e il 12 dicembre esce la notizia della morte sul giornale pakistano The Pakistan Observer, ripresa da Fox America. Morte di cause naturali per complicazioni polmonari, sepoltura con rito Wahabi vicino a Tora Bora.
Questa versione della storia non è però comunemente accettata poiché la stragrande maggioranza dei media e delle cancellerie occidentali ritengono verosimile la versione ufficiale emanata dal Dipartimento di Stato Americano, secondo il quale lo sceicco saudita sarebbe rimasto in vita fino al giorno della sua cattura ed esecuzione il 2 maggio 2011 ad Abbottabad, in Pakistan.
Nel 2006 il figlio di Osama, Omar, dichiara alla tv olandese che l’uomo che si vedeva spesso in video non può essere suo padre, gli sembrava che ne abbiano fatto un doppione per fargli dire quello che volevano loro. A confermare ciò sono le dichiarazioni del recentemente scomparso Dick Chaney, che il 29 marzo 2006, intervistato in un programma radiofonico, il Tony Snow Show, affermò che “loro (l’amministrazione Bush) non hanno mai sostenuto che Osama Bin Laden fosse direttamente coinvolto nell’11 settembre“.
L’occhio di Sion
All’interno di questa vicenda già intricata e complessa, si inserisce anche l’accusa di complicità al famoso Mossad, il servizio segreto israeliano. Tutto inizia dopo la segnalazione di una signora, per motivi di sicurezza personale rimasta anonima, che riferisce alla polizia di vedere cinque persone, all’apparenza arabi, cantare e danzare negli attimi appena successivi al crollo della Torre 1.
Arrivati gli agenti e arrestati i sospetti si riscontrerà in breve la cittadinanza israeliana appartenente a tutto il gruppo e il fermo preventivo per ulteriori accertamenti. Le cinque persone, che sembrano legate ad ambienti del Mossad, vennero rimpatriate in Israele soltanto settantun giorni dopo, senza prove a loro carico, dall’allora capo del Dipartimento di Giustizia Michael Chertoff, figlio di un rabbino e di un’assistente di volo. Connessa, per motivi d’appartenenza alle azioni israeliane, è l’accusa, più o meno velata, mossa all’allora proprietario del World Trade Center Larry A. Silverstein, di origine ebraica.
Quel giorno Silverstein aveva in programma un appuntamento con alcuni uomini d’affari agli ultimi piani della Torre Nord, ma la moglie Klara insistette per indurre il marito ad andare a una visita medica ed annullare la riunione. La stessa benevole sorte incluse anche tutti e tre i figli della coppia, Lisa, Roger e Sharon, che proprio quel giorno tardarono al lavoro tutti insieme per l’unica volta, come dichiarato dallo stesso Silverstein in un’intervista.
La fisica dei crolli
Per quanto concerne la fisica del cedimento strutturale, il collasso è avvenuto in nove secondi stando alla versione più accreditata del NIST e il crollo è stato causato dal surriscaldamento dell’acciaio e non dall’impatto. Dalla stabilità fino al punto di tensione di snervamento, l’acciaio si comporta in modo elastico e potrebbe quindi essersi disintegrato causando quel collasso scenico che tutti conosciamo.
Secondo l’organizzazione più conosciuta, ma non l’unica, per la verità sull’11 settembre “Architecs & Engineers for 9/11 TRuth” abbreviata come AE911Truth, i crolli delle tre torri non trovano altre spiegazioni fisiche se non le demolizioni controllate, i detriti rimossi all’istante e, nella più totale segretezza, la presenza di termite nelle polveri e le pozze di acciaio fuso visibili da satellite che continuarono a bruciare per settimane. Sarebbero elementi più che sufficienti per constatare la colpevolezza almeno di branche deviate degli apparati governativi e forse anche i crismi di un vero e proprio complotto internazionale.
Sono oltre duecento i membri del governo, dei servizi segreti e dell’esercito degli Stati Uniti d’America che non credono alla veridicità della versione ufficiale.
Connessioni e richiami di un recente comune passato
Dal capolavoro cinematografico del maestro Alfred Hitchcock, “Intrigo Internazionale“, apprendiamo quanto possa essere stressante, straordinario e pericoloso ritrovarsi nel bel mezzo del mare mosso da interessi superiori alla seppur particolare vita di un singolo uomo. Restando in tema di teatrali britannici, gran maestri di questi scenari, ricordiamo le azioni del tenente colonnello, scrittore, archeologo e agente segreto Thomas Edward Lawrence che diede il soggetto per il colossal diretto da David Lean “Lawrence d’Arabia“, ma soprattutto che coordinò, addestrò e si accordò con le armate della penisola arabica nella loro guerra d’indipendenza dall’Impero Ottomano, entità statale turco-sunnita conquistatrice di Costantinopoli che fino al 1919 gestiva La Mecca e Medina, ponendosi a capo del mondo musulmano.
Questo breve excursus anglo-letterario è necessario per avere ben chiara una questione fondamentale. Dalle ricerche alternative compiute sull’11 settembre 2001 e da un’analisi eseguita sulla geopolitica internazionale posteriore all’evento, può sembrare che emerga un quadro ben definito, dentro al quale la responsabilità sembrerebbe ricadere quasi interamente sulle potenze militari di Stati Uniti e Israele, con gli arabi usati soltanto come mere marionette dentro il palco di legno di un burattinaio occidentale che ha fatto loro compiere il gesto, trasformandoli in specchio per le allodole e motivando la “guerra al terrore” dei decenni successivi.
Geopolitica, interessi e fili rossi
La versione alternativa è certamente una visione credibile ma parziale, poiché manca di supporti geografici e culturali completi e comprensibili; sebbene sia più che plausibile che branche deviate degli apparati americani e dei servizi israeliani abbiano architettato un fatto come questo. I primi, anche per giustificare gli interventi bellici in Iraq e Afghanistan (per le motivazioni occulte sarà necessario un’ulteriore articolo di approfondimento). I secondi, per alleggerire la pressione militare dei propri nemici del Medio Oriente, essendo una potenza regionale in espansione e avendo vicina una nazione analoga, la Turchia sunnita, erede temporale di quell’Impero Ottomano caduto quasi un secolo prima.
L’attentato non potrebbe esser stato compiuto senza l’ausilio di qualche elemento interno al mondo Saudita o tramite una rete araba che aveva sia l’addestramento che l’equipaggiamento donatogli dagli apparenti nemici e una forte e strutturata base autoctona ideologica e motivata. Certi arabo-musulmani possono avere sogni e disegni che convergono con quelli di alcuni cristiani o ebrei.
L’azienda, compagnia, struttura, o organismo che ha più persone a proprio libro paga è il Dipartimento della Guerra degli Stati Uniti d’America con oltre 2,8 milioni di dipendenti più diverse centinaia di migliaia di collaboratori. Con sede al Pentagono, l’apparato militare ha dentro di sé una rete immensa e ramificata di agglomerati umani che, date le sproporzioni numeriche, non è impossibile possano essere in aperto contrasto.
I servizi di intelligence e le società segrete sono strutturati come piramidi a specchio dove ognuna di esse dirige chi sta sotto e controlla chi è di fianco e nessuno sa tutto di tutti rendendo così apparentemente impossibile avere il controllo totale dell’organizzazione. Non è difficile, in questa situazione, che si aprano diatribe e contrasti interni che si riverberano al di fuori e che appaiono incomprensibili per i non addetti ai lavori.
La diatriba mediatica nel Bel Paese
Nella penisola italiana, dove tutto è politicizzato, abbiamo avuto uno scontro tra giornalisti ed esperti che si sono occupati di questo tema. Enrico Mentana, oggi direttore del telegiornale “filo-establishment” di LA7, fu per anni al centro di attacchi e polemiche per aver dato voce a coloro che riportavano fatti controversi e tesi contrarie alla versione governativa americana.
Su Libero lo si accusa di aver lasciato parlare Maurizio Blondet, giornalista e saggista esperto di poteri occulti oligarchici , paragonando quest’ultimo ad un novello Napoleone e chiedendone l’interdizione dalle apparizioni televisive: “Caro Mentana, ora basta, ci liberi dai complottisti”. Quali complottisti? Quelli come il documentarista Massimo Mazzucco di cui è stato trasmesso il documentario “11 settembre 2001-Inganno Globale” nell’estate del 2006 o come il giornalista Giulietto Chiesa, scomparso nel 2020, che dibatteva nei programmi televisivi con un alto grado di conoscenza degli argomenti e di chiarezza nelle esposizioni.
In un pezzo di Mario Cervi su Il Giornale, Maurizio Blondet viene definito “sciacallo dell’11 settembre”. Cervi scrive:
Chiesa e Blondet hanno esposto queste loro tesi senza dover affrontare un valido contraddittorio… S’è parlato di scandalo, con invocazione di misure punitive, per la libertà con cui Luciano Moggi, non rimbeccato, ha espresso le sue opinioni su calciopoli. Ritengo che il ‘caso’ Chiesa-Blondet superi di molto, per gravità, il caso Moggi.
Comprensione degli eventi
Riportate e analizzate le innumerevoli premesse che ammantano questa storia è sostanzialmente impossibile stabilire una verità condivisa. Un quarto di secolo dopo, non è troppo presto per poter vedere nitidamente gli elementi degli eventuali congiurati coinvolti e non è troppo tardi per poter richiedere la declassificazione di molti documenti relativi, sebbene nell’anno 2022 siano stati resi pubblici dall’FBI alcuni video inediti che riprendono gli schianti degli aerei da diverse angolazioni, comunque niente di risolutivo.
Quando i tempi saranno politicamente maturi, la vecchia documentazione sarà desecretata e questo attentato verrà inevitabilmente strumentalizzato, così come è stato appena dopo accaduto. Avendo in sé quasi tutti i crismi e gli attributi del mito, alcuni ancora in fase di evoluzione e divulgazione, verrà raccontato in mille versioni diverse e ognuna di esse avrà elementi credibili e accettabili ed altri speculativi ma organici alla propria narrazione.
Conclusione
Che il più grande dei colpevoli sia una nazione, allo stesso tempo globalizzata e tradizionalista, che ha dichiarato una guerra reale a una sentimento astratto: “guerra al terrore“, in pieno stile linguistico orwelliano. Non si affrontano le emozioni con il ferro dei cannoni, il fuoco delle esplosioni o facendo sentire l’odore di zolfo. Che sia una tribù teocratica che stanzia nella propria terra promessa e che ha dentro se stessa, sia il laicismo più progressista che l’ortodossia più reazionaria o che siano i figli del deserto, eredi dell’ultimo grande impero islamico, che resistono al capitale ateo e allo stesso tempo drenano e rivendono il sangue nero della terra nel sistema economico creato in Occidente. Solo una cosa resta chiara e certa, indipendente dagli impuniti architetti di questo tremendo spettacolo, un acuto e spietato metodo così raffinato da aver creato un mito.
“C’è del genio in questa follia”
William Shakespeare, Amleto, Atto II, Scena II
a cura di
Samuele Baldinini
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