Due proposte scritte riaccendono la sfida sui grandi patrimoni in Italia. Resta da capire se colpire la ricchezza visibile sia il primo passo verso la giustizia fiscale o una mossa che ignora la voragine dell’evasione
Per la prima volta da anni, chi vuole una patrimoniale in Italia ha un problema diverso dal solito: non l’assenza di una proposta, ma la scelta tra due. Sono arrivate sul tavolo due proposte scritte, con soglie e aliquote precise, una nata dal basso e una firmata da decine di economisti.
L’unico vero ostacolo, al momento, è che nemmeno la sinistra sa quale delle due strade imboccare davvero.
Prima di tutto chiariamo di cosa si tratta. Una patrimoniale è un’imposta che non colpisce ciò che produci o spendi – come IRPEF e IVA – ma ciò che possiedi in un dato momento, al netto dei debiti. Non sarebbe una novità assoluta per il fisco italiano. Forme frammentate esistono già, dall’IMU sulle seconde case al bollo sui conti, fino alle imposte di successione. Nel 2024 queste imposte “nascoste” sul patrimonio hanno garantito alle casse dello Stato oltre 51 miliardi di euro, in crescita del 74% in vent’anni. Quello di cui si discute oggi non sarebbe quindi un prelievo nuovo, ma una sua versione concentrata e dichiaratamente mirata ai grandi patrimoni.
Non è nemmeno un tabù storico come si crede. Già Luigi Einaudi si disse aperto a una patrimoniale, a patto che fosse una tassa straordinaria e una tantum, capace di chiudere l’era degli aumenti fiscali ordinari. È rimasta un’eccezione emergenziale. L’episodio più noto resta il prelievo forzoso del 1992, quando il governo Amato trattenne il 6 per mille dai conti correnti degli italiani in una notte, lasciando una diffidenza che dura ancora oggi.
Le due proposte
La prima si chiama 1% Equo. Legge di iniziativa popolare depositata in Corte di Cassazione il 7 maggio, promossa da un comitato di economisti, giuristi e attivisti vicini a Rifondazione Comunista. Colpirebbe i patrimoni netti sopra i 2 milioni di euro (esclusa la prima casa) con aliquote che vanno dall’1% al 3,5% per scaglioni, e punta a raccogliere 50mila firme entro il 15 novembre per arrivare in Parlamento. Il gettito stimato dai promotori oscilla tra i 26 e i 65 miliardi di euro l’anno. Un intervallo ampio, che da solo dice quanto sia ancora aperta la stima reale.
La seconda è il Manifesto per un’agenda Tax the Rich per l’Italia. Firmato da oltre 130 economisti italiani e promosso da Oxfam Italia insieme ai Patriotic Millionaires. Qui la soglia sale a 5,4 milioni di euro di patrimonio netto, colpendo solo lo 0,1% più ricco (circa 50mila persone), con aliquote dall’1,7% al 3,5% e un gettito stimato di 15,7 miliardi l’anno.
La differenza non è solo di importo: il Manifesto propone di sostituire le patrimoniali già esistenti invece di sommarsi a esse, prevedendo meccanismi espliciti contro la fuga all’estero, come lo scambio automatico di informazioni fiscali tra Stati e un’exit tax per chi sposta la residenza.
Nel primo caso, una proposta ampia e politica, pensata per mobilitare; nel secondo, una proposta stretta e tecnica, pensata per durare.
E non sono casi isolati: a livello europeo, Norvegia (1% dal 1892) e Svizzera (a livello cantonale) applicano da tempo qualcosa di simile, mentre la Spagna ha un’imposta progressiva con aliquote che, a seconda della regione, oscillano tra lo 0,16% e il 3,5%.
Per capire cosa significherebbe nella pratica, prendiamo 1% Equo e un caso concreto: un patrimonio netto di 6 milioni di euro, prima casa esclusa.

Il totale è 47.000 €/anno, pari a circa lo 0,8% del patrimonio complessivo, una cifra ben lontana sia dall’esproprio evocato dagli oppositori, sia da quella che il giornalista Riccardo Staglianò ha definito ironicamente <<una mini finanziaria gentilmente offerta dai miliardari>>.
Una sinistra che non trova la quadra
Questo spiega anche perché il centrosinistra non trova una linea comune, anche se la frattura si sta muovendo. A inizio giugno, all’evento Tax the Rich di Milano, Fratoianni e Bonelli (Alleanza Verdi e Sinistra) hanno rilanciato con forza, chiedendo anche una riforma della tassa di successione.
Elly Schlein, dal palco di Confindustria a Rapallo, aveva frenato: <<la patrimoniale non è tra le cose già condivise nel programma dell’alleanza progressista>>.
Nei giorni successivi, però, ha aperto: prima definendo <<non un tabù>> una tassazione sui super ricchi, poi spostando l’accento sulle rendite finanziarie, tassate al 26% contro il 40% e oltre sul lavoro.
Il M5S resta diviso: una parte liquida il tema come “fumo negli occhi”, un’altra, come Chiara Appendino, lo sostiene apertamente.
Anche il sindacato ha rimesso il tema sul tavolo. Nei primi giorni di luglio Maurizio Landini ha rilanciato un “contributo di solidarietà” sui grandi patrimoni in vista della prossima Manovra, ricevendo una risposta di netto rifiuto da Palazzo Chigi.
È l’ennesima conferma che, più che una proposta condivisa, la patrimoniale resta per il campo largo un terreno di scontro interno prima ancora che una battaglia con la maggioranza.
C’è una ragione, non solo tattica, per cui lo slogan “Tax the Rich” funziona meglio di qualsiasi proposta tecnica: la stragrande maggioranza della popolazione non ne farebbe parte. Colpire lo 0,1% costa pochissimo in consenso, perché il bersaglio è minoritario per definizione. Non è un caso che anche una misura ristretta come 1% Equo raccolga, nei sondaggi citati nel dibattito, un consenso vicino all’80%.
Perché sì
Chi sostiene la patrimoniale parte da un dato di fatto: in Italia il fisco colpisce duramente il lavoro e molto meno la ricchezza accumulata. Una patrimoniale progressiva e con soglie alte permetterebbe di fare tre cose:
- Finanziare i servizi pubblici: generare risorse fresche per sanità e scuola senza toccare le tasche del ceto medio;
- Garantire più equità: ridurre il divario in un Paese dove pochissime persone detengono una quota enorme della ricchezza nazionale;
- Ribilanciare il sistema: colpire i grandi capitali dormienti anziché i consumi e i redditi da lavoro.
Non è solo una tesi di parte. Le raccomandazioni della Commissione UE all’Italia per il 2026 indicano esplicitamente lo spostamento del carico fiscale dal lavoro verso “la ricchezza patrimoniale e le successioni” come leva per il potenziale economico del Paese.
Perché no
Chi si oppone non contesta solo il principio della doppia tassazione (il fatto che quei patrimoni derivino da redditi già tassati all’origine). Evidenzia soprattutto tre problemi molto pratici:
- La fuga dei capitali: il rischio concreto che i grandi patrimoni vengano spostati all’estero. L’esempio più noto è la Spagna, dove la regione di Madrid ha azzerato l’imposta attirando la ricchezza in fuga dal resto del Paese;
- Il caos amministrativo: è difficilissimo calcolare il valore reale di beni “illiquidi” come opere d’arte, quote di aziende non quotate o capannoni industriali. Valutarli rischierebbe di bloccare lo Stato in verifiche infinite;
- Il rischio per i patrimoni “medi”: se la legge non è scritta alla perfezione, c’è il pericolo di colpire chi è ricco solo sulla carta – magari perché ha ereditato una casa di valore – ma non ha la liquidità immediata per pagare la tassa.
A questo si può aggiungere un dato di realtà. In Francia il tentativo di introdurre la “tassa Zucman” (2% sopra i 100 milioni) è naufragato in Assemblea Nazionale. Il segno che il vero ostacolo, più della fuga di capitali, è spesso semplicemente far passare la norma.
Gli studi sullo scambio automatico di informazioni fiscali – in vigore dal 2017/2018 in oltre 100 Paesi, come propone anche il Manifesto degli economisti – indicano che l’ effetto fuga tende a ridimensionarsi nel tempo. Da quando questi accordi sono attivi sono emerse quote consistenti di patrimonio prima nascosto all’estero. L’effetto non è però definitivo. Una parte dei contribuenti si adatta spostandosi verso paradisi non aderenti o verso asset più difficili da tracciare, come immobili e opere d’arte.
Il vero nodo
C’è un punto su cui, paradossalmente, convergono voci molto diverse. Anche tra chi è favorevole in linea di principio, cresce il dubbio che tassare i grandi patrimoni senza prima affrontare l’evasione rischi di colpire ancora chi le tasse le paga già.
Secondo la Relazione del MEF sull’economia non osservata, il tax gap italiano – la differenza tra quanto dovuto e quanto versato – si attesta tra 98 e 102 miliardi di euro l’anno per il 2022. Le prime stime preliminari per il 2023, elaborate dall’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani sull’aggiornamento di dicembre della Relazione, lo portano già a 109,5 miliardi.
Una cifra che, da sola, batte abbondantemente qualunque stima di incasso delle due proposte sulla patrimoniale messe insieme. Chiedere all’1% più trasparente di pagare di più, prima di aver toccato chi non paga affatto, rischia di essere più un bersaglio comodo che giustizia fiscale.
È questo, alla fine, il vero nodo. Non se tassare i grandi patrimoni, ma se l’Italia ha davvero intenzione di scegliere una delle due strade e farlo nel modo giusto o se, come ogni anno, finirà per archiviarla di nuovo nel cassetto delle buone intenzioni.
a cura di
Martina Cavalli
