Le rimpatriate tra vecchi compagni di scuola non sono soltanto un rivedersi, ma un confronto silenzioso con le vite che hanno preso direzioni diverse
Ogni anno la storia si ripete.
Arriva la maturità e, puntualissima, “Notte prima degli esami” torna a risuonare ovunque, come un inevitabile cambio di stagione negli armadi. Basta una canzone per ritrovarsi seduti nello stesso banco, davanti a un foglio protocollo, tra il Novecento, lo studio di una funzione, la perifrastica attiva e quella strana convinzione che tutta la vita debba ancora cominciare.
Poi ci si saluta per l’estate con l’intenzione di rivedersi presto. Anzi, prestissimo. Promesse pronunciate con la naturalezza di chi ancora non immagina quanto possa dilatarsi il tempo. Qualcuno cambia indirizzo, cognome, aria. Qualcuno si perde o, più semplicemente, continua.
Passano gli anni e, all’improvviso, una notifica riaccende un gruppo WhatsApp rimasto in silenzio.
“Ragazz*, è passato un sacco di tempo. Organizziamo una rimpatriata?”
È una domanda innocua. Eppure riesce a creare più scompiglio di tante altre. Perché una rimpatriata non è soltanto una cena, o un pranzo, tra vecchi compagni di classe. È un piccolo viaggio verso la persona che pensavamo saremmo diventati. Si parte tutti dallo stesso punto: la stessa età, gli stessi corridoi, professori e intervalli. Poi la vita distribuisce occasioni, errori, incontri, perdite. Quando ci si ritrova non si confrontano soltanto persone, ma percorsi.
Non sorprende, allora, che all’ultimo momento ci si rifugi dietro un imprevisto o una scusa. Non necessariamente per mancanza di affetto, a volte è più semplice rimandare che affrontare quel confronto silenzioso. Altre, invece, è perché certe stagioni funzionano meglio come ricordi che come appuntamenti: non tutto ha bisogno di essere riaperto per continuare ad avere valore.
Viviamo in un’epoca che ci chiede continuamente di renderci misurabili. Il lavoro, il corpo, i traguardi, perfino la felicità sembrano esistere davvero solo quando possono essere mostrati. Senza accorgercene finiamo per raccontare la nostra vita come un curriculum. E una rimpatriata, in fondo, rischia di assomigliare all’ultimo colloquio.
“Che lavoro fai? Hai figli? Dove vivi?”
Mentre si sfoglia il menù, fingendo che scegliere tra una Diavola e una Capricciosa sia la decisione più importante della vita, in sottofondo iniziano ad affollarsi punti interrogativi che si riconducono tutti alla stessa domanda, quella che nessuno pronuncia mai davvero: “Sono diventato la persona che pensavo di diventare? O quella che gli altri immaginavano per me?”.
La verità è che quasi nessuno arriva a quella rimpatriata completamente sereno. C’è chi teme di sentirsi rimasto indietro, chi ha paura che gli altri continuino a leggergli addosso le insicurezze di un tempo. È curioso come basti incrociare certi sguardi perché il tempo faccia un passo indietro e, per qualche istante, torniamo tutti ad avere poco più di diciott’anni.
Eppure c’è anche chi sceglie di esserci. Non per dimostrare qualcosa. Né perché fuori dal locale ci sia parcheggiata l’auto giusta. Semplicemente perché, a un certo punto, si smette di vivere ogni incontro come una prova da superare.
Si arriva al dolce, tutti in posa per un selfie, qualcuno continua a chiamarti per cognome, come se negli anni non avesse mai imparato il tuo nome. I saluti, si promette di rifarlo presto, sapendo che probabilmente passeranno altri dieci anni.
E, come succede sempre, si parla anche degli assenti. Di chi vive lontano, di chi non ha risposto, di chi purtroppo non c’è più. Di chi manca ma continua a occupare un posto a tavola, se non con il corpo, almeno nei ricordi.
Alla fine, è proprio questo il senso di una rimpatriata. Ricordarsi che non attraversiamo mai davvero la vita di qualcuno senza lasciare una traccia. Che sia una battuta durante un’interrogazione, un compito passato di nascosto, un amore platonico o un litigio durante la ricreazione. Oppure una frase in codice per marinare la scuola – “Tè alla vaniglia?” – che il tuo compagno di banco ricorda ancora alla perfezione mentre tu, nel frattempo, l’avevi completamente dimenticata.
Le nostre vite hanno preso direzioni diverse, com’era inevitabile. Ma, per un tratto di strada, siamo stati compagni di viaggio. E quel tratto continua a esistere, anche se nessuno lo percorre più.
Forse è per questo che basta una notifica per riagganciarci. Non perché ci riporti indietro, ma perché ci ricorda da dove siamo partiti.
a cura di
Edoardo Siliquini
