La Dottoressa Carmen Settanta, psicologa presso il Nuovo Centro Clinico di Torino racconta come lei e l’equipe della struttura si occupano dei pazienti affetti da DCA
In questa seconda parte dell’intervista abbiamo indagato insieme alla Dottoressa Settanta come si sviluppa un piano terapeutico adatto al paziente e come il NCC si occupa della diagnosi e del percorso di guarigione da un DCA.
Spesso si è portati ad etichettare chi soffre di un DCA come il “malato di…” quanto e come questo è deleterio? Che effetti ha nel progredire della malattia?
L’etichettamento — il definire una persona esclusivamente attraverso la sua diagnosi (es. “l’anoressica” o “la bulimica”) — è uno dei meccanismi che ha degli effetti controproducenti nel percorso di cura dei DNA.
La persona che soffre molto spesso si aggrappa al sintomo perché è l’unica cosa che la definisce e che la fa sentire speciale, riconosciuta o visibile. La complessità della sua storia, dei suoi vissuti e dei suoi desideri, scompare sotto il peso di una diagnosi che diventa quasi un nome proprio.
Questo processo genera una pericolosa fusione tra l’identità della persona e il disturbo stesso e spesso il processo di cura viene percepito paradossalmente come una minaccia, perché abbandonare il sintomo significherebbe perdere l’unica identità che gli è stata riconosciuta dal mondo esterno.
Inoltre, lo stigma che deriva dall’essere etichettati con una diagnosi psichiatrica spinge spesso all’isolamento o, al contrario, alla ricerca di comunità (anche virtuali) dove la malattia è l’unico valore di appartenenza. Questo rinforza i comportamenti patologici invece di indebolirli. È per questo motivo che il passaggio a un linguaggio che metta la persona prima della sua diagnosi, diventa un atto terapeutico fondamentale nel nostro modello di cura.
Quanto è importante la creazione di un piano terapeutico specifico per ogni paziente?
La creazione di un piano terapeutico specifico e personalizzato rappresenta il cardine su cui poggia l’efficacia del trattamento, specialmente nei disturbi complessi come i DNA.
Poiché ogni individuo arriva alla malattia attraverso un sentiero unico, che è un complesso di fattori quali: genetica, dinamiche familiari, tratti temperamentali, pressioni sociali ed eventi traumatici; un approccio standardizzato o uguale per tutti rischierebbe di curare il sintomo senza mai incontrare la persona.
Senza una personalizzazione profonda, il progetto terapeutico rischia di trasformarsi in una procedura burocratica o meccanica che il paziente subisce passivamente. Al contrario, un piano costruito su misura permette di calibrare l’intervento sul momento specifico che la persona sta vivendo. Ciò che è utile per un paziente nelle prime fasi della malattia potrebbe essere inefficace, o addirittura dannoso, per chi combatte con una forma cronicizzata.
La persona dunque, viene posta al centro come attore principale e responsabile del proprio processo di cura. Questa visione trasforma radicalmente l’approccio terapeutico: non è più solo l’équipe a “curare” il disturbo, ma è il paziente stesso che, supportato dai professionisti, impara a riprendere in mano le redini della propria esistenza.
La specificità del piano consiste quindi nell’identificare le risorse interne dell’individuo, valorizzando le sue parti sane e i suoi interessi, che diventano leve fondamentali per la motivazione al cambiamento.
Al Nuovo Centro Clinico non consideriamo mai il processo di cura come un traguardo uguale per tutti, ma come un percorso individuale di riconquista della propria libertà e autonomia. Nel quale il piano terapeutico funge da mappa flessibile capace di adattarsi alle scoperte e alle difficoltà che s’incontrano lungo la strada.
I malati di DCA sono spesso persone che provano un forte senso di vuoto dentro e, spinti da un desiderio di accettazione, riversano le proprie problematiche sul cibo. Cosa li porta a danneggiare il proprio corpo?
Quando il vuoto interiore diventa insopportabile e il desiderio di essere accettati si scontra con una profonda sensazione di inadeguatezza, il corpo cessa di essere una parte di sé da amare e diventa uno strumento, un oggetto su cui agire per tentare di riprendere il controllo sulla propria vita.
In questo contesto, la privazione del cibo o l’eccesso diventano dei regolatori emotivi. Questo attacco sistematico alla propria fisicità è anche un grido di visibilità estremo. Poiché spesso queste persone sentono di non avere valore, portano il proprio corpo al limite per rendere il dolore innegabile.
Il corpo cessa di essere una parte di sé da amare e diventa uno strumento, un oggetto su cui agire per tentare di riprendere il controllo sulla propria vita. Spesso, questo controllo si manifesta attraverso un perfezionismo estetico ossessivo. Il corpo può apparire estremamente curato, tonico o “ordinato” secondo canoni rigidi, ma questa cura non è un atto di amore verso se stessi.
Al contrario, è una forma di controllo spietato, dove ogni muscolo o ogni grammo deve rispondere a uno standard ideale per placare il senso di inadeguatezza. In questo caso, il “curarsi” non è nutrimento, ma una disciplina ferrea usata per mettere a tacere l’ansia di non essere mai abbastanza.
Tutto ciò diventa nello stesso momento una corazza e, allo stesso tempo, un segnale lanciato agli altri, al mondo esterno. È una maldestra ricerca di protezione che passa attraverso la negazione dei propri bisogni vitali. Si punisce il corpo perché lo si ritiene colpevole di avere desideri, fame o imperfezioni che impediscono di essere “perfetti” e quindi degni di essere amati.
Infine, il controllo ossessivo sul peso e sulle forme corporee offre un’illusione di onnipotenza che colma, seppur temporaneamente, quel senso di vuoto che diventa pervasivo e invalidante.
Tuttavia, è un circolo vizioso tragico: più il corpo viene danneggiato, più la mente si isola nella malattia, rendendo quel vuoto ancora più profondo e richiedendo misure sempre più drastiche per essere messo a tacere. Il danno fisico non è dunque l’obiettivo, ma l’effetto collaterale di una battaglia disperata per trovare un posto nel mondo.
a cura di
Agnese Piana
