In questa terza parte dell’intervista alla Dottoressa Carmen Settanta, abbiamo indagato su come il paziente di approccia al riconoscimento del proprio DCA e al percorso terapeutico adottato dal Nuovo Centro Clinico
Che ruolo gioca la presa di coscienza della malattia da parte del paziente? Viene utilizzata la pratica della Mindfulness nella cura dei DCA?
La presa di coscienza della malattia e il riconoscimento del DCA è un processo estremamente delicato e non lineare.
Spesso, nelle fasi iniziali, il paziente vive in una condizione di egosintonia. Il disturbo quindi non viene percepito come un problema, ma come una soluzione o un alleato per gestire l’ansia e il vuoto.
Il passaggio cruciale avviene quando la malattia viene vissuta come egodistonica. Ciò accade quando il paziente inizia a percepirla come una fonte di sofferenza che limita la sua libertà e distrugge la sua vita.
Questa consapevolezza è il motore del cambiamento: senza di essa, ogni intervento terapeutico viene vissuto come un’imposizione esterna o un attacco. Solo quando il paziente riconosce che il disturbo è “altro da sé”, può iniziare a collaborare attivamente con l’équipe medica per riprendersi la propria identità.
In questo percorso di riappropriazione, la pratica della Mindfulness può giocare un ruolo importante. Non viene utilizzata come una tecnica di rilassamento, ma come uno strumento clinico per allenare la mente a restare nel momento presente senza giudizio.
Le pratiche di Mindfulness aiutano ad osservare i propri pensieri e le proprie emozioni come eventi mentali transitori, non come verità assolute.
Insegnano inoltre, a creare uno “spazio” tra lo stimolo e la risposta. In quello spazio, il paziente impara a osservare l’impulso senza dover agire immediatamente. Comprende che l’emozione è come un’onda: arriva, raggiunge il picco e poi, se non la si combatte, defluisce.
È fondamentale, però, che le pratiche di Mindfulness vengano condotte da istruttori certificati e specializzati in ambito clinico. Un istruttore qualificato possiede le competenze per gestire il “momento dopo” la meditazione, aiutando il paziente a elaborare ciò che ha sentito senza spaventarsi.
La professionalità dell’operatore è la garanzia che la pratica diventi un vero supporto al percorso di cura e non un ulteriore motivo di stress o confusione per chi è già in una situazione di estrema fragilità.
Come il paziente non consapevole si confronta con la diagnosi e l’accettazione della malattia rispetto a uno consapevole di soffrire di un DCA?
Il passaggio dalla negazione alla consapevolezza rappresenta forse la sfida più complessa nel percorso di cura di un DNA. Ciò determina il modo in cui il paziente abita la propria diagnosi.
Quando la persona si trova in una fase di mancata consapevolezza, la diagnosi viene percepita come un’invasione o un atto ostile da parte del mondo esterno.
In questo stato, il disturbo è vissuto come “egosintonico“, ovvero in totale armonia con i propri desideri di controllo e perfezione. La malattia non è vista come un problema, ma come l’unica soluzione possibile per gestire il vuoto interiore.
Per questo paziente, la diagnosi è una minaccia alla propria identità e alla propria sicurezza. Si arriva così a una chiusura difensiva. Ogni tentativo di cura viene interpretato come un desiderio degli altri di distruggere l’unica fonte di valore e forza.
Per gestire questa complessità, è fondamentale l’intervento di un piano di cura integrato, dove diverse figure professionali — medici, psicologi, nutrizionisti e specialisti — uniscono le proprie competenze.
Questo team multidisciplinare non lavora semplicemente per confermare o “colludere” con la diagnosi, ma agisce in modo sinergico per offrire al paziente una visione diversa della realtà. L’obiettivo dell’équipe non è imporre una guarigione forzata, ma aiutare la persona a identificare e costruire nuovi schemi di vita possibili.
Attraverso questo confronto corale, il paziente viene accompagnato a scoprire che esistono modi alternativi di abitare il mondo e di gestire le emozioni. Essi non passino necessariamente attraverso il danneggiamento del corpo o il perfezionismo distruttivo, permettendo così la nascita di un’identità libera dalla schiavitù del disturbo.
Vi sono parole o frasi da non dire ad un malato o trigger warning che nella sua esperienza ha riconosciuto in più pazienti, e che sono quindi maggiormente deleteri?
Nel relazionarsi con una persona che soffre di un disturbo alimentare, il linguaggio gioca un ruolo determinante: le parole possono diventare strumenti di cura o, al contrario, agire come potenti fattori di destabilizzazione.
Esistono infatti concetti e approcci comunicativi che, pur mossi da intenzioni di sostegno, rischiano di alimentare involontariamente la logica della malattia, agendo su punti di estrema fragilità. Uno dei rischi maggiori riguarda i commenti che si focalizzano sull’aspetto fisico o sui cambiamenti visibili del corpo.
Anche quando queste osservazioni sembrano positive, la mente del paziente tende a tradurle attraverso il filtro del disturbo, vedendo in ogni accenno alla salute o alla ripresa fisica una prova della perdita di controllo o del fallimento dei propri sforzi restrittivi.
Allo stesso modo, sono deleteri i tentativi di semplificare eccessivamente il problema, trattandolo come una questione di mera volontà o di logica alimentare. Banalizzare il sintomo non fa che aumentare il senso di solitudine e di incomprensione del paziente, che percepisce il proprio dolore come invisibile o svalutato.
Un altro ambito critico riguarda la tendenza alla sorveglianza e al monitoraggio costante dei comportamenti a tavola: spostare l’attenzione sulle quantità, sulle scelte o sulle modalità del pasto spinge la persona a chiudersi ulteriormente, trasformando il momento del nutrimento in un esame ansiogeno che alimenta il desiderio di segretezza.
Per queste ragioni, all’interno di un piano di cura integrato, il team multidisciplinare dedica una parte fondamentale del lavoro alla riabilitazione comunicativa. I professionisti non si uniscono solo per trattare il corpo o la psiche, ma per aiutare l’intero sistema che circonda il paziente a identificare schemi di vita e di dialogo possibili che siano liberi dal giudizio estetico.
L’obiettivo dell’équipe è insegnare a chi sta accanto alla persona a guardare oltre il sintomo, validando le emozioni invece delle forme fisiche. Solo attraverso un linguaggio che non colluda con la diagnosi ma che metta al centro la sofferenza interiore, è possibile creare un ambiente sicuro. Il paziente può così abbandonare i meccanismi di negazione della propria sofferenza per iniziare un reale percorso di cura.
a cura di
Agnese Piana
