L’intelligenza artificiale promette di democratizzare la creatività, ma rischia di cancellare qualcosa che non sapevamo di dover difendere
C’è qualcosa di profondamente sconcertante nel vedere una persona creare una canzone in trenta secondi, senza saper accordare una chitarra, leggere uno spartito o distinguere un bridge da un ritornello. Eppure è realtà. Ovunque, sui social, nelle chat e nei gruppi WhatsApp dove fino a ieri si scambiavano meme, oggi si pubblicano brani musicali generati con uno o due prompt.
Per chi è cresciuto nell’epoca in cui si passavano pomeriggi interi a strimpellare quattro accordi, rapiti da live e tutorial sgranati su vecchie VHS, tutto questo assomiglia a un piccolo cortocircuito culturale. Accanto ai poster, ai CD masterizzati e a quel quaderno pieno di testi incomprensibili che sembravano scritti da Leonard Cohen, quella chitarra non serviva soltanto a suonare. Era un tentativo, la prova concreta che tra quello che sognavi di essere e quello che eri esisteva ancora una distanza da percorrere.
Nel 2026, quella distanza dura il tempo di digitare “scrivimi una ballata folk alla Bon Iver”, aggiungendo qualche dettaglio emotivo come si aggiunge origano sul pomodoro. In pochissimi istanti, l’IA ti restituisce una canzone completa: voce, arrangiamenti, persino quella malinconia prefabbricata che per consuetudine richiedeva almeno di aver scoperto il partner impegnato in un audit esterno in camera da letto.
Quando il metronomo diventa innocuo
Negli ultimi decenni la musica ha accolto ogni rivoluzione possibile: synth, drum machine, autotune, software capaci di trasformare una cameretta negli Abby Road Studios. Eppure nessuna di queste tecnologie ha mai cancellato il rapporto fisico con la pratica musicale. Perché la musica, prima di essere un prodotto, è sempre stata un confronto con qualcosa che oppone resistenza: le dita consumate che non arrivano all’accordo giusto, il metronomo che ti umilia, le innumerevoli take durante le registrazioni e il vicino che ti preferiva con una passione meno rumorosa.
Con l’avvento di piattaforme come Suno e Udio, il processo creativo viene compresso dentro una casella di testo dove non si suona, si descrive. Un po’ come nelle app di food delivery: ordini una canzone e l’algoritmo la consegna. Da una parte, sarebbe riduttivo non riconoscere il lato positivo. Migliaia di persone che non avrebbero mai avuto accesso a uno studio di registrazione possono finalmente esprimersi; la creatività diventa più accessibile, meno elitaria. Dall’altra, però, emergono interrogativi scomodi: stiamo davvero ampliando la creatività o ne stiamo semplicemente accelerando il consumo?
Il problema, in fondo, non è l’IA in sé ma la tentazione di trasformarla in una scorciatoia. Se nessuno avvertirà più il bisogno di conoscere, di fallire, di insistere, l’ars imparandi rischia di diventare un passaggio superfluo piuttosto che parte integrante dell’esperienza creativa.
Quelli che nessuno tagga
Parallelamente, sul fatto che questa rivoluzione tecnologica rappresenti una minaccia per gli artisti sono già scese in campo le grandi major discografiche mondiali. Una mobilitazione quasi commovente, come insegnano i migliori sindacalisti al fianco dei lavoratori, se non fosse che a preoccupare le scrivanie dell’industria musicale siano soprattutto le royalties e copyright più che la sorte dei musicisti. Si invocano regolamentazioni, si minacciano battaglie legali e poi, con ogni probabilità, si arriverà a qualche armistizio accompagnato da un nuovo modello di business.
La vera criticità riguarda piuttosto quelle figure invisibili che tengono in piedi l’industria musicale: autori, compositori, arrangiatori, sound designer, tecnici del suono. Professioni che già oggi abitano la penultima riga dei crediti di un disco che nessuno compra più e che rischiano di essere stampate con un carattere sempre più piccolo, fino a scomparire. Il paradosso è totale se si pensa che questi nuovi applicativi esistono soltanto perché sono stati addestrati sulla creatività umana. Milioni di canzoni, secoli di cultura musicale, generazioni di artisti e professionisti. Senza tutto questo, l’IA non avrebbe nulla da apprendere.
La riflessione più interessante, però, non riguarda chi la musica la produce, ma chi la ascolta.
Un’inchiesta di The Verge racconta di utenti che ormai ascoltano quasi esclusivamente canzoni generate da loro stessi, abbandonando Spotify e la scoperta di nuovi artisti, costruendo una playlist infinita progettata sui propri gusti, abitudini e nostalgie, dove non esiste più l’incontro con qualcosa di inatteso.
Un ulteriore paradosso, ragionando sul fatto che ascoltare musica significa entrare in connessione con qualcun altro: attraversare il dolore di Tom Waits, l’alienazione di Thom Yorke, le nevrosi di Damon Albarn o le dipendenze di Amy Winehouse. Perché la musica, sostanzialmente, è sempre stata il confronto con esperienze che non sono banalmente in rima con la nostra vita, al massimo in assonanza. La musica generativa rischia invece di trasformarsi in una gigantesca stanza degli specchi, capace di venderci la rassicurante illusione che il mondo debba assomigliarci sempre.
L’errore necessario
C’è poi un altro elemento in via d’estinzione: l’imperfezione.
Dallo sbarco della musica in televisione, il pop ha progressivamente inseguito l’ossessione della perfezione fino a trasformare certe produzioni in showroom sonori. Tutto pulito, equalizzato, intercambiabile. Eppure ciò che ricordiamo è quasi sempre un piccolo inciampo che sfugge al controllo: una voce che si incrina, una nota leggermente sporca, una sbavatura che cristallizza l’attimo in qualcosa di irripetibile. Pensiamo a Kurt Cobain che sembra rompersi mentre urla il finale di “Where Did You Sleep Last Night”, oppure alla chitarra scordata di John Frusciante in “Scar Tissue”.
La storia della musica è costellata di persone che hanno trasformato una fragilità in linguaggio. L’algoritmo, al contrario, può soltanto simulare una crepa che non ha vissuto. Non possiede ferite, ma colleziona dati. Non attraversa crisi esistenziali, soltanto dataset.
Forse il futuro della musica si dividerà in due binari paralleli. Da un lato una produzione infinita, progettata per accompagnare passivamente ogni momento della giornata, abitata da performer che non esistono e non hanno mai dovuto incollare cartoni delle uova sulle pareti di un garage trasformato in sala prove. Dall’altro, il ritorno ostinato di tutto ciò che richiede tempo: strumenti veri, lezioni, gavetta e concerti.
Perché la musica, come l’arte in generale, non è soltanto un risultato. È anche un percorso, tendenzialmente in salita, da attraversare con una poetica dispnea.
a cura di
Edoardo Siliquini
