L’Italia nega l’immigrazione ma non può farne a meno. Dietro la retorica resta un sistema che preferisce il caos alla regola per coprire i vuoti che nessun italiano vuole più colmare
C’è una scena che si ripete, puntuale. Barconi nel Mediterraneo, tg che aprono con il numero degli sbarchi, politici che alzano la voce. Da un lato chi urla “tutti a casa”, dall’altro chi risponde con la parola “accoglienza” come fosse una bacchetta magica. E il mare, nel mezzo, continua a inghiottire persone.
La realtà dei numeri
Parliamo di numeri. Al 1° gennaio 2026, i cittadini stranieri residenti in Italia sono 5 milioni e 560mila. Ma se si aggiungono i soggiornanti regolari non iscritti all’anagrafe e gli irregolari, la presenza straniera totale sfiora i 5 milioni e 900mila: quasi il 10% della popolazione. Non è un’invasione: è un dato strutturale, stabile da anni. La stragrande maggioranza – oltre l’85% – vive nel centro-nord, nelle aree urbane e nelle province ad alta densità industriale. Classe operaia, in larga parte. Anche i dati sulle nazionalità smentiscono il mito dello “straniero distante”: i primi tre gruppi sono infatti romeni, albanesi e ucraini. Europei, dunque. Il resto si divide più o meno a metà tra Africa e Asia, con una minoranza latinoamericana.
Gli sbarchi al 27 aprile 2026 si attestano a 8.379, in calo del 47% rispetto allo stesso periodo del 2025. Il principale paese di provenienza è il Bangladesh (27%), seguito da Somalia (12%) e Pakistan (11%). Nel 2025 sono sbarcati 12.177 minori non accompagnati. Bambini e ragazzi soli, che troppo spesso il sistema abbandona a sé stessi.
Il dato che nessun politico cita
Nel 2025, in Italia sono nati 355mila bambini e sono morte 652mila persone. Questo significa che l’Italia ha registrato una perdita di quasi 300mila abitanti. Il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14, il minimo storico. La Sardegna è sotto l’unità: 0,85. Siamo il paese più vecchio dell’Unione europea.
Nel 2025 la popolazione straniera residente è cresciuta di +188mila unità. Quella italiana è calata di −189mila. Sono quasi esattamente gli stessi numeri, con segni opposti. Gli immigrati non stanno “invadendo” l’Italia: la stanno tenendo in piedi. Senza le migrazioni, che nel 2025 hanno portato un saldo positivo di +296mila, la popolazione italiana sarebbe in caduta libera. Non è un’opinione: è matematica.
Nei prossimi anni andrà peggio. L’Italia ha molti più cinquantenni che ventenni. Lo dice la piramide delle età ISTAT. Mentre i primi escono dal mercato del lavoro e i secondi ci entrano, il gap si trasformerà in un buco strutturale di forza lavoro manuale. Non è un caso che proprio questo governo, dichiaratamente il più severo sul fronte migratorio, si sia trovato ad approvare un decreto flussi da mezzo milione di ingressi in tre anni. Ne serviranno probabilmente il doppio.
Eppure il dibattito si concentra sugli sbarchi, non su questi dati. La domanda non è: vogliamo gli immigrati? . La domanda è: con quali condizioni li vogliamo? Come forza lavoro strutturale e riconosciuta, o come riserva irregolare e ricattabile?
Ci rubano il lavoro? Il fact-checking
Come canta Willy Peyote con ironia tagliente: “che se uno che non sa nemmeno la lingua e non ha nessuna conoscenza riesce a fotterti il lavoro con questa facilità ti servirebbe un esame di coscienza”.
L’esame di coscienza, però, dovremmo farlo collettivamente sui numeri, più che sui singoli.
Parliamo di fatti. In agricoltura gli stranieri rappresentano il 42,9% delle nuove assunzioni. Nelle costruzioni il 33,6%. Il 69% delle colf e il 59,6% delle badanti sono straniere.
È la narrazione della “sostituzione etnica” che si scontra con la realtà dei fatti: dov’è l’esercito di italiani pronti a reclamare il proprio posto sotto il sole di agosto nei campi, sui ponteggi dei cantieri o nei turni di notte delle RSA? Diciamo le cose come stanno: questi sono posti che resterebbero scoperti, non rubati.
Ma qui viene la parte scomoda. La retribuzione media degli stranieri è inferiore del 35% a quella degli italiani. La metà dei laureati stranieri svolge mansioni a bassa qualificazione (tra gli italiani, solo l’1,8%). Secondo un’indagine INAPP del 2024, il 51% dei lavoratori stranieri in agricoltura, edilizia e cura lavora senza contratto. Otto su cento hanno subito infortuni, ma solo il 57,6% ha poi chiesto assistenza sanitaria, per paura di perdere il posto.
Il datore che offre tre euro l’ora sa esattamente cosa sta facendo. L’immigrato che accetta lo fa perché non ha scelta. Lo Stato che non controlla, non sanziona, non regolarizza, sa anche lui cosa sta facendo. La responsabilità non è di uno solo: è di un sistema intero che preferisce il caos alla regola.
Questo sistema conviene a molti: a chi compra frutta a prezzi bassi, a chi paga in nero la badante, a chi svende la logistica al miglior offerente. Finché esiste un bacino di persone irregolari, ricattabili, senza diritti, il caporalato prospera. E la criminalità organizzata con lui.
Immigrazione e criminalità: i dati
I dati del Viminale del 2024 dicono che oltre un terzo degli arrestati in Italia è straniero (34,7%), con picchi oltre il 60% per i reati predatori. Sono numeri reali e negarlo sarebbe disonesto. Ma il fact-checking richiede un passo in più: circa il 70% di quei reati è attribuibile a immigrati irregolari. Gli studi lo dimostrano: quando un immigrato ottiene la regolarizzazione, la sua propensione al crimine si dimezza. Non è buonismo: sono dati.
Il problema non è la nazionalità. È l’irregolarità, che come vedremo, la produce in larga parte lo Stato italiano stesso.
Il decreto flussi e il decreto sicurezza
Nel 2025, il governo ha programmato 181.450 ingressi regolari. Di questi, solo il 7,9% ha ottenuto un permesso di soggiorno. Decine di migliaia di persone entrate con un contratto promesso si sono ritrovate senza documenti, senza lavoro, senza diritti. Non per scelta, ma per fallimento burocratico. Il governo crea questo sistema e poi si indigna per l’irregolarità.
Il 25 aprile 2026, il parlamento ha approvato il decreto sicurezza con 162 voti a favore. Due misure colpiscono i diritti dei migranti in modo mirato. La prima elimina il patrocinio gratuito automatico per chi fa ricorso contro un’espulsione: d’ora in poi serve una certificazione del consolato d’origine entro 20 giorni, consolato che spesso in Italia non esiste, o non risponde in tempo. La seconda introduceva un compenso di 615 euro agli avvocati che favoriscono i rimpatri volontari, ma solo se il rimpatrio va a buon fine.
Dopo la protesta del Consiglio Nazionale Forense e del presidente Mattarella, il governo corre ai ripari con un decreto correttivo approvato lo stesso giorno. Uno dei casi più caotici di legiferazione degli ultimi anni.
La sintesi di un avvocato ASGI è perfetta: “Non ti pago l’avvocato che fa il ricorso, ma pago l’avvocato che ti convince a tornare indietro spontaneamente”. In altre parole: non ti garantisco il diritto di difenderti. Ma ti pago qualcuno che ti convinca a rinunciare. Questo, nel 2026, in una democrazia europea.
Il modello Albania: lo show che non convince nessuno
Il fiore all’occhiello della politica migratoria di Meloni ha un problema: non funziona.
I centri di permanenza per il rimpatrio costruiti in Albania – a Shengjin e Gjadër – esistono da mesi, costano decine di milioni e restano quasi vuoti.
La vicenda incarna lo scontro tra propaganda e realtà. Da un lato ci sono i tribunali, che continuano a svuotare i centri sostenendo che i paesi di provenienza (come Egitto e Bangladesh) non siano davvero “sicuri”. Dall’altro c’è il governo, che risponde a colpi di decreti d’urgenza per riscrivere le regole e sottrarle al controllo dei giudici. Persino l’atteso parere della Corte di Giustizia UE del 23 aprile 2026 è rimasto a metà: pur non bocciando il protocollo, ha ribadito che i diritti dei migranti devono essere garantiti, lasciando tutto in un limbo giuridico che durerà ancora anni.
Nel frattempo, la realtà si ferma ai numeri: a Gjadër ci sono solo poche persone in una struttura che potrebbe ospitarne centinaia. L’obiettivo di alleggerire la pressione sulle coste italiane non è mai partito. L’unica cosa che si è mossa davvero è stata la delegazione di Fratelli d’Italia, recatasi in missione ad aprile per farsi riprendere dalle telecamere e spiegare che non è un fallimento.
È la metafora perfetta di un approccio in cui la comunicazione precede la politica, e spesso la sostituisce.
E allora: quali soluzioni?
“Tutti a casa” è uno slogan, non una politica. La remigrazione, parola d’ordine di Lega, FdI e del generale Vannacci, si è tradotta in 675 rimpatri volontari nel 2025, su oltre cinque milioni di stranieri residenti. Il permesso a punti di Salvini fa rumore mediatico, ma non risolve nulla di strutturale.
Le alternative esistono, ma nessuna è senza contraddizioni. A gennaio 2026 il governo Sánchez ha regolarizzato 500mila immigrati irregolari: una mossa accolta positivamente all’estero ma che non ha fermato il malcontento interno. Secondo YouGov (istituto di ricerca britannico), l’81% degli spagnoli ritiene l’immigrazione “troppo alta” e Vox (partito di destra radicale spagnolo) è salito al 18% intercettando voti direttamente da ex elettori del PSOE (Partito Socialista dei Lavoratori Spagnoli di Sánchez).
I modelli nordeuropei (come la Danimarca), che legano i sussidi a obblighi di formazione, mostrano risultati più solidi, ma nessun modello funziona senza la volontà politica di gestire il fenomeno invece di usarlo.
Quindi gli immigrati in Italia sono un problema?
Dipende da come lo si guarda. Come fenomeno demografico, no: sono una variabile strutturale che nessun governo, nemmeno questo, ha davvero intenzione di eliminare. Sul piano politico, sì: un problema da agitare a ogni campagna elettorale e accantonare il giorno dopo. Quanto alla sicurezza, la faccenda si fa più complicata: l’irregolarità produce vulnerabilità, e la vulnerabilità produce criminalità. Ma è l’irregolarità il nodo, non la nazionalità.
Emerge un sistema che preferisce il caos alla regola, lo slogan alla soluzione. I centri in Albania ne sono la sintesi: non una risposta, ma il tentativo di spostare il problema fuori dai confini italiani. In spazi appositi che non possano collidere con la società. È l’immigrazione esternalizzata, letteralmente. La logica è semplice: un’immigrazione gestita male produce irregolari, gli irregolari producono paura, la paura produce voti. Visto così, il sistema non è affatto rotto. Anzi, funziona benissimo. Per chi lo gestisce.
a cura di
Martina Cavalli
