I disturbi alimentari si manifestano in modo diverso a seconda di chi sei, dove vivi, in quale cultura sei cresciuta. Eppure il loro volto ha spesso un solo stereotipo: bianco, magro, occidentale
Per 26 anni sono stata un fantasma nel sistema sanitario.
Achea Redd è una donna nera che per oltre due decenni ha convissuto con l’anoressia atipica senza che nessuno — né i medici, né i familiari — se ne accorgesse. Non perché i segnali mancassero. Ma perché Achea non corrispondeva all’immagine attesa: non era magra, non era bianca, non era benestante. Non era, per dirla con una sigla che circola in ambito clinico, una SWAG (Skinny, White, Affluent Girl), il profilo che per un secolo ha monopolizzato tanto la clinica quanto l’immaginario collettivo sui disturbi del comportamento alimentare.
L’illusione del “non discriminano”
Sui social circola spesso un mantra: “I disturbi alimentari non discriminano”. È una frase rassicurante ma, almeno in parte, falsa.
È vero che la sofferenza non sceglie il corpo in cui abitare. Ma il sistema di cura, sì. I dati lo dicono chiaramente: secondo uno studio americano del 2011, le ragazze nere hanno il 50% di probabilità in più di manifestare comportamenti bulimici rispetto alle coetanee bianche. Eppure accedono ai trattamenti con una frequenza significativamente inferiore, un divario documentato anche sull’International Journal of Eating Disorders.
Il problema ha radici profonde: per decenni, la definizione clinica di DCA è stata costruita su modelli eurocentrici. Il disturbo alimentare, nella sua rappresentazione dominante, è sempre stato associato al desiderio di magrezza, un desiderio che si supponeva proprio delle donne bianche e benestanti. Tutto ciò che non rientrava in quel frame veniva ignorato, minimizzato, mal diagnosticato.
Corpo magro, corpo di potere
Per capire perché siamo arrivati fin qui, bisogna fare un passo indietro.
L’ossessione occidentale per la magrezza non è solo estetica. È politica, e ha radici coloniali. In epoca coloniale, il corpo magro era simbolo di autocontrollo, disciplina, moderazione: valori letti come tipicamente europei e cristiani. Era il contrario del corpo “eccessivo” attribuito alle popolazioni colonizzate, ritratte come prive di misura e di governo di sé. La magrezza, in questo schema, era un marcatore di superiorità.
Quel retaggio non è scomparso. Si è trasformato. Oggi si chiama diet culture e chi non vi si conforma paga un prezzo: sociale, psicologico, spesso medico.
Per una persona nera che ha interiorizzato questo schema, il controllo ossessivo sul corpo può diventare un tentativo estremo di omologazione: non una questione di vanità, ma una ricerca del privilegio negato.
Le voci di chi non rientra nel frame
Ma c’è un altro livello di complessità, che emerge direttamente da chi lo vive. Perché le pressioni non vengono solo dall’esterno occidentale: spesso arrivano anche dall’interno delle proprie comunità.
Achea Redd lo spiega con precisione:
Nella cultura afroamericana, più curve hai, meglio è. Se non hai il sedere prominente e la vita sottile, non sei la “nera perfetta”. Siamo condizionate a essere un’immagine, non un essere umano.
Una voce raccolta su un forum online racconta qualcosa di simile da una prospettiva ancora più frammentata:
Sono per metà asiatica e per metà nera. Mia madre che mi impone i canoni di bellezza della magrezza è stancante, andare a scuola in America cercando di integrarmi è stancante, sentirmi emarginata da qualsiasi gruppo etnico è stancante. Metà di me si aspetta che io sia magra; l’altro lato si aspetta che io sia formosa. Ogni volta che mi sento così, voglio solo non essere percepita.
A completare il quadro, altre due voci. La prima appartiene alla stessa utente e chiude il cerchio con una lucidità disarmante:
Vedo altre persone costruite diversamente, che assomigliano a quello che voglio, e non posso cambiare la mia genetica. Non importa cosa faccia, non riesco a vedermi al di là di stupide etichette e aspettative che mi fanno impazzire.
La seconda è di un’altra utente che si riconosce nella storia:
Anch’io sono per metà, e la mia parte non asiatica è un’etnia nota per le curve. Non rientrerò mai nello stereotipo di un’asiatica magra, non importa cosa faccia. Lo odio così tanto.
Sono frammenti di conversazioni online, anonimi e informali. Eppure valgono più di molti studi: il disturbo alimentare, qui, non nasce dal voler assomigliare a una modella. Nasce dall’impossibilità di esistere senza essere ridotta a uno stereotipo.
Il caso russo
C’è una domanda che circola su un forum online e che apre una finestra inaspettata: “perché i DCA sembrano così poco diffusi in Russia?”. Secondo i dati di Our World in Data, solo lo 0,2% dei russi dichiara di aver sofferto di anoressia o bulimia nell’ultimo anno, la metà rispetto alla media dell’Europa occidentale.
Le risposte degli utenti russi smontano rapidamente l’idea che si tratti di un dato reale.
“La maggior parte di noi pensa che i disturbi mentali siano una cosa sciocca, una scusa”, scrive uno di loro. “Forse ne abbiamo, ma non li chiamiamo così. I dati mancano”. Lo stigma, insomma, non elimina il disturbo: lo rende invisibile.
Ma c’è di più. Diversi utenti raccontano come il trauma collettivo della scarsità — la Grande Guerra Patriottica, gli anni ’90 del crollo sovietico, il servizio militare quando lo Stato non sfamava l’esercito — si sia sedimentato nelle abitudini familiari, trasmettendosi di generazione in generazione attraverso la tavola.
Mia nonna ha vissuto la carestia. Per lei, lasciare cibo nel piatto era un peccato mortale. Sono cresciuto sovralimentato per amore e per paura. Ho dovuto trasferirmi in Canada a 30 anni per capire che il mio rapporto col cibo era un disturbo e non solo tradizione.
Un altro aggiunge:
Io e mio fratello abbiamo sviluppato l’obesità mangiando “a piatto pieno”. Quella tradizione viene dalla Grande Guerra Patriottica.
È un meccanismo che la ricerca clinica conosce bene: il trauma da scarsità non scompare con il benessere. Si trasforma in compulsione, in colpa, in un rapporto distorto con il nutrimento che passa da una generazione all’altra senza mai essere nominato come tale.
La diagnosi come privilegio
Tutto questo ci porta a una verità scomoda: l’accesso alla diagnosi e alla cura è ancora distribuito in modo profondamente diseguale.
Se sei una persona nera in un liceo d’élite o un immigrato di seconda generazione in Italia, il tuo digiuno o le tue abbuffate vengono lette come stress, capricci, difficoltà di adattamento. Raramente come una patologia che merita lo stesso protocollo riservato a una paziente caucasica. Il sistema sanitario, costruito su categorie diagnostiche pensate per un certo tipo di corpo e di storia, continua a rendere invisibili tutti gli altri.
Il diritto di essere visti
Fare vera informazione sui disturbi alimentari significa, prima di tutto, smettere di cercare solo la pelle diafana e il corpo emaciato. Significa adottare quello che in ambito clinico si chiama approccio JEDI (Justice, Equity, Diversity, Inclusion) e riconoscere che il DCA non ha un solo volto, un solo colore, una sola cultura di appartenenza.
Achea Redd ha aspettato 26 anni prima che qualcuno la vedesse davvero. Quante altre persone, in questo momento, stanno aspettando lo stesso?
a cura di
Martina Cavalli
