In quest’ultima parte dell’intervista alla Dott.ssa Carmen Settanta ci siamo concentrati sul comprendere quali possano essere i fattori esterni che influiscono sul possibile insorgere e svilupparsi di un DCA
Che connessione c’è tra un disturbo alimentare (DCA) e i disturbi che vi ruotano attorno?
I disturbi del comportamento alimentare (DCA) non sono quasi mai entità isolate, ma si presentano spesso all’interno di una rete complessa di altre problematiche psicologiche che la medicina definisce “comorbilità“.
Questa connessione è così stretta che il disturbo alimentare può essere visto come la punta di un iceberg: sotto la superficie, il sintomo con il cibo nasconde e riflette altri disagi che ruotano attorno alla stessa ferita emotiva. Spesso, il disturbo alimentare funge da “meccanismo di compensazione“. È uno scudo per gestire disturbi d’ansia, depressione o disturbi della personalità che il paziente non riesce a regolare diversamente.
I DNA sono caratterizzati da una complessità profonda perché non solo celano altri disagi psichici preesistenti, ma diventano essi stessi generatori di nuove e gravissime patologie sul piano fisico.
Il danneggiamento sistematico del corpo nei disturbi alimentari comporta conseguenze fisiche estremamente gravi che interessano quasi ogni organo e sistema del corpo umano, rendendo la malattia non solo una sofferenza psichica, ma una vera e propria emergenza medica.
Proprio per questa fitta rete di connessioni, è fondamentale che il piano di cura sia integrato e interdisciplinare. Più professionisti — dallo psicoterapeuta al nutrizionista, dal medico allo psichiatra — devono unire le proprie forze per guardare l’intero panorama dei disturbi che ruotano attorno al paziente.
L’obiettivo non è solo curare il sintomo alimentare, ma identificare e affrontare tutti gli schemi di vita disfunzionali che alimentano il disagio. Solo attraverso questa visione d’insieme l’équipe può aiutare la persona a trovare nuovi equilibri possibili.
Spesso si è portati a pensare che i DCA derivino solamente da fattori esterni, è vero? O ci sono predisposizioni innate in coloro che ne soffrono?
È un errore comune pensare che i DNA siano causati esclusivamente da pressioni esterne, come i canoni estetici della società o le dinamiche familiari. In realtà, la scienza ci dice che queste patologie nascono dall’incontro tra un ambiente scatenante e una profonda vulnerabilità biologica innata.
Non tutti coloro che sono esposti ai medesimi messaggi culturali o a eventi stressanti sviluppano un DCA. Questo accade perché esiste un terreno fertile, una sorta di “predisposizione” nel patrimonio biologico dell’individuo che lo rende più suscettibile a certe dinamiche.
Questa componente innata non trasmette direttamente la malattia, ma piuttosto dei tratti della personalità e delle modalità di funzionamento del sistema nervoso. Parliamo di una sensibilità biologica che si manifesta attraverso una tendenza spiccata al perfezionismo, una rigidità nel cambiare prospettiva o una particolare reattività emotiva.
A livello profondo, il cervello di chi soffre di queste patologie può elaborare i segnali di gratificazione e di allarme in modo differente, rendendo il controllo del cibo o la modifica del corpo un meccanismo quasi naturale per placare l’ansia o per sentirsi sicuri.
È come se la biologia fornisse la materia prima e l’ambiente fornisse la scintilla: il disturbo alimentare diventa allora il modo in cui quella specifica persona, con quella specifica sensibilità, cerca di stare al mondo.
Parlando invece di pressioni esterne, quali tipologie influenzano maggiormente lo svilupparsi e l’emergere di un disturbo del comportamento alimentare (oltre ai social)?
Oltre alla pervasività dei social media, esistono altre pressioni esterne, forse persino più profonde e radicate, che agiscono come catalizzatori per un disturbo alimentare.
Queste pressioni non creano la malattia dal nulla, ma interagiscono con quella vulnerabilità innata di cui parlavamo, offrendo al disagio interiore un binario su cui correre. Una delle influenze è rappresentata dalla cultura della performance.
Viviamo in una società che premia costantemente il risultato, l’efficienza e il superamento dei propri limiti. Per una persona predisposta al perfezionismo, questa pressione si traduce nel bisogno di eccellere in ogni campo: scolastico, sportivo e, infine, estetico.
Il corpo diventa così l’ultimo terreno di verifica del proprio valore: se riesco a controllare perfettamente ciò che mangio e la mia forma fisica, allora sento di avere successo. In questo contesto, il disturbo alimentare non è solo una questione di “bellezza”, ma un tentativo disperato di aderire a uno standard di perfezione che la società richiede per essere accettati e considerati “validi”.
Un altro fattore determinante è legato alle dinamiche relazionali e comunicative all’interno dei micro-sistemi in cui viviamo, come la famiglia, la scuola o i gruppi sportivi.
Spesso, commenti apparentemente innocui sul peso, paragoni tra fratelli o compagni, o un’attenzione eccessiva rivolta alle abitudini alimentari da parte delle figure di riferimento, possono agire come inneschi. Non si tratta necessariamente di colpe, ma di un ambiente in cui il corpo e il cibo sono caricati di significati emotivi eccessivi.
Infine, non vanno sottovalutate le pressioni legate ai ruoli e alle transizioni di vita. Le aspettative sociali su come una persona “dovrebbe essere” in determinate fasi — ad esempio il passaggio all’età adulta o la gestione di nuove responsabilità — possono generare un senso di sopraffazione.
Quando il mondo esterno sembra chiedere troppo e ci si sente impotenti, il controllo del corpo diventa una strategia per semplificare la realtà. Gestire le calorie è più facile che gestire le incertezze del futuro.
Tra i fattori scatenanti quali sono quelli più pericolosi e incidenti? A quali si dovrebbe fare maggiormente attenzione?
I fattori scatenanti agiscono come la scintilla su un terreno già reso fragile dalla predisposizione biologica. Non sono mai banali e la loro pericolosità dipende spesso da quanto colpiscono nel profondo il senso di sicurezza della persona.
Tra i più incidenti e rischiosi troviamo i traumi emotivi e i grandi cambiamenti di vita, che agiscono come veri e propri “terremoti” esistenziali. Eventi come un lutto, la separazione dei genitori, un fallimento scolastico o una rottura sentimentale possono scatenare una sensazione di perdita di controllo totale.
In questi casi, il disturbo alimentare emerge come un meccanismo di difesa estremo. La persona, non riuscendo a gestire il dolore o il caos esterno, sposta tutta la sua attenzione sul corpo, l’unica cosa che sente di poter ancora governare.
Un altro fattore estremamente insidioso è il commento mirato sul corpo, specialmente se proveniente da figure di riferimento come genitori, allenatori o insegnanti. Quella che per un adulto può sembrare una semplice osservazione — come un invito a “stare attenti alla linea” o un paragone con altri — per una persona vulnerabile può trasformarsi in un imperativo categorico.
La pericolosità di questi messaggi risiede nella loro capacità di legare il valore della persona esclusivamente al suo aspetto fisico, alimentando quel desiderio di accettazione di cui parlavamo. Bisognerebbe fare molta attenzione anche ai periodi di transizione biologica, come la pubertà. Il cambiamento repentino del corpo può essere vissuto con angoscia e il rifiuto del cibo diventa allora un tentativo inconscio di fermare il tempo e la crescita.
Infine, sono particolarmente pericolose le situazioni di isolamento sociale o bullismo, dove il corpo diventa il bersaglio di critiche. In questi contesti, il danneggiamento del proprio organismo attraverso il digiuno o l’abbuffata diventa un modo per “punirsi” di non essere come gli altri vorrebbero o, al contrario, per cercare di raggiungere una perfezione che metta finalmente al riparo dai giudizi.
a cura di
Agnese Piana
