Le sirene sono nate nella nostra mente o fanno parte della natura, e soprattutto, cosa sono?
C’è una leggenda che accumuna qualsiasi uomo abbia visto o vissuto vicino a una fonte d’acqua. Potrebbe essere la struttura biochimica umana composta per l’80% d’acqua ad aver reso possibile a chiunque abbia vissuto sulla terra il pensare qualcosa di affine a lui, ma che avesse anche attributi estetici simili a quelli degli abitanti marini.
La forma e la sostanza
Che siano anfibioidi o pesciformi, le sirene evocano allo stesso tempo un archetipo mentale e un mito condiviso paragonabile all’universo jungiano. Oggi tratteremo, possibilmente senza filtri né pregiudizi, la presunta presenza di un essere dai tratti umanoidi, ma che abita e vive sotto il mare e dal quale ancora non si è riusciti ad estrarre la Verità sulla sua natura. Sono le regine ammaliatrici del mare, sono allo stesso tempo bellissime e tremende, sono le sirene.
In seguito, vedremo una breve antologia storica sulle origini di questi esseri ponendo l’attenzione prevalentemente sulle civiltà dalle quali abbiamo fonti e miti che descrivono le caratteristiche, poiché è sostanzialmente impossibile citarle tutte all’interno di un articolo. Risulta complesso e infattibile scrivere di ogni simil-sirena anche se dovessimo redigere un saggio o un romanzo.
Il vicino Oriente Antico
Prima della famosa triade omerica, ci furono creature marine dai tratti umani che comparvero nella storia della civiltà sumera, venivano chiamati Oannes ed erano esseri metà uomo e metà pesce, rappresentati nei bassorilievi esattamente come le controparti moderne disneyane, uscirono dal mare ed insegnarono agli uomini dalla testa nera l’astronomia, la matematica, la metallurgica e i primi principi della fisica. Molto simile è la storia degli Apkallu, le sirene babilonesi, da cui probabilmente presero spunto perpetuando il mito sumerico della saggezza che viene dal mare. A meno che non si voglia credere all’esistenza di una colonia mediterranea di esseri acquatici del genere Homo che diedero il via alla civiltà del vicino oriente antico nel 4000 a.C.
Lo sguardo della psiche
In questo articolo escluderemo tutte le creature pseudo-umane fluviali e lacustri perché, razionalmente, sembra davvero difficile non avere prove certe della loro esistenza date le dimensione ridotte dell’habitat da cui proverrebbero.
Considereremo invece le ipotesi cognitive della leggenda e le funzioni morali e sociali del mito, poiché il cervello umano cerca agenti intenzionali quando affronta qualcosa di nuovo o non chiaro. Secondo questa versione nel momento in cui percepiamo qualcosa di ambiguo, come un canto che non capiamo, la mente tende a pensare: “qualcuno o qualcosa mi sta chiamando”. Se vediamo una creatura della quale non conosciamo la specie, la mente tende ad associare forma e sostanza a qualcosa che già conosciamo per rendere l’esperienza più gestibile, ma anche più narrabile.
La funzione sociale
Per quanto riguarda le questioni sociali: le sirene incarnerebbero il rischio dell’attrazione proibita facendo perdere la ragione, sfidare il pericolo o seguire impulsi e desideri immediati. Mitologie di questo genere sono certamente utili per trasmettere al popolo regole non dette esplicitamente come il “non andare”, “non fidarti di canti di cui non conosci la provenienza” e “rispetta i limiti”. Le sirene farebbero anche da catalizzatore per spiegare eventi traumatici, disastrosi e incomprensibili come i naufragi che colpivano magari tante vittime della stessa piccola comunità, in queste situazioni fungerebbero da modello socio-culturale perfetto incarnando la spiegazione del motivo per cui qualcuno sparisce senza cause chiare dopo che ha sentito e seguito un segnale.
Se nella realtà questi esseri non sono altro che forme pensiero, una causa inconscia e comune all’uomo potrebbe essere anche la paura atavica di qualcosa di profondo e sinistro che ha il tuo stesso volto, ma non è della tua stessa specie. Un paradosso psicologico, che sfiora la biologia, e che richiama la dottrina nichieiana dell’abisso guardato troppo a lungo, tanto a lungo che sarà poi l’abisso stesso a guardare negli occhi te.
Informazioni dal profondo Oriente
Ricalibrando la panoramica storica, avvicinandoci sempre di più alla nostra era, notiamo come le raffigurazioni tradizionali del Buddha mostrano ben 44 parti anatomiche non umane, le più visibili e comprensibili sono: una protuberanza sulla sommità del capo, il famoso Terzo Occhio delle tradizioni orientali, lobi delle orecchie allungati, membrane tra le dita di mani e piedi tali da renderle palmate e un sistema simile allo sfiatatoio dei mammiferi marini. Esseri con attributi simili a questi sarebbero stati trovati dal chirurgo oftalmologo russo Ernst Muldashev che nel libro “Where Do We Come From?” narra la presenza di gallerie e grotte protette sotto il Tibet con all’interno individui, dalle caratteristiche sopracitate, nello stato di animazione sospesa (Samadhi) e che farebbero da serbatoio genetico dell’umanità nel caso di catastrofe globale.
Congetture sulla biologia marina
Come abbiamo già detto, una creatura marina dai forti attributi umani altro non potrebbe essere se non un mammifero. È logico pensare quindi che abbia delle caratteristiche riconducibili ad altri esseri del suo genere o della sua famiglia e dovrà necessariamente avere la possibilità tecnica di immergersi a grande profondità velocemente. Dovrà quindi essere composta da un tessuto adiposo, osseo e muscolare molto compatto. Avrà il naso con una forma idrodinamica e il sangue denso e viscoso, 3 o 4 volte superiore a quello dei mammiferi terrestri con la stessa massa e, presumibilmente, possederà un tessuto spesso dietro la retina che funge da retro riflettore aumentando la luce possibile per i fotorecettori presenti nel bulbo oculare dovendo muoversi, interagire, accoppiarsi e cacciare anche a grandi profondità.
L’evoluzione e gli avvistamenti nella storia recente
La civiltà euro-occidentale ha cercato, scritto e parlato di sirene e affini con relativa veemenza durante tutto il XIX secolo, ma sebbene l’era industriale non vedeva nel Medioevo una fonte d’ispirazione, fu proprio da quel periodo e dalla prima età moderna che ha ricavato le fonti dalle quali partire per tentare la classificazione scientifica di queste ed altre creature. Ad esempio, ne “Il libro delle meraviglie del mondo” Marco Polo narra le vicende di una sirena che vive su uno scoglio al centro del Mar Mediterraneo dove con una mano regge uno specchio, artefatto iconico ed evocativo spesso associato, e con l’altra si tocca sempre la coda.
Nel 1566 Paracelso scrisse che le sirene non hanno l’anima e possono ottenerla solo tramite il matrimonio con un umano. Il nome Ondina dell’opera di Andersen, fonte primaria del classico Disney “La Sirenetta“, deriva anch’esso dagli scritti del noto alchimista. In Scozia, nell’isola di Iona, i resoconti descrivono la vita di un monaco da cui ogni giorno si recava una sirena per chiedergli di avere un’anima per poter stare con lui. Il monaco le ripeteva che per poter diventare totalmente umana avrebbe dovuto rinunciare, senza condizioni, alla sua lunga vita e al mare. La sirena non riuscì a compiere il grande passo e dovette rinunciare all’anima e al monaco che amava. Oggi i sassi sulle scogliere della costa ionica si chiamano lacrime di sirena.
Nel giugno del 1608, durante un viaggio d’esplorazione nelle gelide acque artiche, l’equipaggio di Henry Hudson vide una pallida figura femminile con seno e corpo bianchissimi, lunghi capelli neri e una coda maculata simile a quella dello sgombro o della focena.
Episodi dell’era moderna
Spostandoci avanti nel tempo vediamo come nel XVIII secolo gli avvistamenti furono estemporanei e parziali nonostante l’aumento delle spedizioni marittime e della conoscenza oceanica. Il biologo inglese Sam Wilkinn disse che si poteva trattare di specie non ancora identificate di foche o dugonghi, ma la maggioranza propendeva ancora per l’esistenza dell’umanoide marino. Verso la fine dell’800, nel porto gallese di Milford Haven gli abitanti erano convinti che le sirene venissero in segreto al mercato a comprare pettini di tartaruga e specchi. Tutti gli avvistamenti venivano trattati con criteri abbastanza stringenti e si lasciava poco spazio alle speculazioni.
Una relativa e neonata notorietà si ebbe con le ricerche condotte tra la fine degli anni 70 e l’inizio degli anni 80 dall’antropologo culturale Roy Wagner in Papa Nuova Guinea. Nel 1982 pubblicò ,sulle pagine del giornale della Società Internazionale di Criptozoologia, un articolo su un misterioso animale marino conosciuto dai locali dell’isola di Nuova Irlanda con il nome di Riy. Una creatura acquatica descritta come una mammifero con tronco, genitali, braccia e testa umani e la parte inferiore terminante con una pinna orizzontale.
Nel corso delle ricerche fu chiesto ai locali come mai non furono mai avvertite le autorità coloniali riguardo a questi esseri; risposero che vedevano il Riy (la sirena) sulle polene delle navi, tra i colori dei vestiti, nei disegni sulla pelle e sulle scatole di cibo degli occidentali dal tempo dai tempi dei loro antenati. Dedussero quindi che su questa creatura la nostra civiltà ne sapeva sicuramente più di loro.
Nel marzo del 1943 durante la campagna asiatica, nei dintorni delle isole Kai, in Indonesia, militari giapponesi dissero di incorrere in esseri umanoidi anfibi color rosa, col volto umano e la bocca da carpa alti 150 cm, con cresta e zampe palmate.
Esperimenti scientifici moderni
Molto interessanti sotto molti aspetti sono stati gli esperimenti di John Lilly, autore del libro “The mind of the dolphin”, e Margaret Howe, la sua aiutante. Qui mettiamo in risalto il lavoro della Howe che riuscì ad avere un contatto comunicativo con un delfino di nome Peter, nato e cresciuto in cattività. L’animale si era infatuato della ricercatrice e durante le loro interazioni la donna notò com’era interessato agli spazi tra le dita, sia delle mani che dei piedi. Il legame era talmente profondo e vitale per Peter, che quando gli esperimenti furono interrotti, e i delfini separati lui, si lasciò morire presumibilmente perché non poteva più rapportarsi con Margaret.
Nel Febbraio 2012, durante una seduta parlamentare, Samuel Sipepa Nkomo, vice ministro delle risorse idriche dello Zimbabwe, chiese dei rituali dell’acqua per riprendere i lavori di costruzione di un canale. Gli operai si erano rifiutati dopo ripetuti avvistamenti di esseri umanoidi marini che nuotavano intorno ai cantieri idrici. L’episodio venne trattato dalla stampa occidentale come una curiosità etnografica senza procedere ad inchieste e interviste.
Nel 2019 ad Ahira Yam, in Israele, sulla costa occidentale decine di testimoni videro una figura femminile. I resoconti erano coerenti e indipendenti e la storia venne coperta dai servizi televisivi senza indagare sulla zona esatta degli avvistamenti, deducendo si trattasse di un espediente turistico.
Negli ultimi due casi nessun biologo marino è stato contattato.
Speculazioni conclusive: due casi distinti come spiegazione finale
Volendo speculare sull’esistenza reale di creature marine umanoidi, cercheremo di comprendere come mai, ad oggi almeno ufficialmente, non si hanno prove certe a disposizione della comunità scientifica e della verifica indipendente. Ciò che segue è frutto di congetture personali basate sulla ragionevolezza e sulle conoscenze a disposizione. Innanzitutto dobbiamo fare un distinguo sullo status naturale delle sirene che vogliamo analizzare, dividiamo per comodità narrativa la possibilità d’esistenza in due distinte possibili speci e vediamo in ambo i casi le probabili motivazioni della loro invisibilità.
Conclusione parziale: Primo caso
Se una di queste fosse biologicamente evolute tanto o più di Homo Sapiens, classificata idealmente come Aqua Sapiens, potrebbe essersi facilmente occultata in maniera autonoma quando ha visto il progressivo aumento della tecnologia e i rischi che poteva comportare per la loro esistenza. Oggi sappiamo che non si sono mai verificati attacchi mortali di orche a esseri umano in natura, l’eccezione Tilikum, orca maschio del parco acquatico SeaWorld Orlando, uccise tutte e tre le sue vittime mentre si trovava in cattività, o prigionia se consideriamo il suo punto di vista.
Durante l’epoca d’oro della caccia alla balena, gli armatori americani notarono come la percentuale di riuscita diminuiva drasticamente di anno in anno e solo apportando strategie complesse e aumentando il numero di baleniere si riusciva a portare a termine decentemente la battuta di caccia. Questi due esempi mostrano come nel mondo marino la capacità comunicativa dei suoi abitanti, quelli muniti di bio-sonar, sia estremamente performante e incredibilmente utile.
Conclusione finale: Secondo caso
Se invece la presunta sirena fosse più vicina ad un primate acquatico, Homo Aquaticus, la sua esistenza celata potrebbe essere riconducibile quasi certamente ai programmi militari sottomarini e alle loro classificazioni segrete. Le nazioni, soprattutto quelle egemoni o imperiali, sono garanti del sistema vigente e riparatrici delle sue falle e tra loro vi è spesso un’accesa competizione su tantissimi campi del sapere. Possedere esemplari esotici rari costituisce un vantaggio biochimico non indifferente e l’eventuale divulgazione annullerebbe questo scarto. Inoltre; oggi viviamo nell’era della mitologia progressista, secondo la quale gran parte di ciò che viene dal passato è spesso considerato di scarso valore e quasi senza utilità scientifica e sociale.
Se scoprissimo, oltre ogni ragionevole dubbio, che qualcosa di ieri non solo potrebbe rivelarsi utile oggi, ma anche spingere ulteriormente quel progresso tanto anelato rischieremmo di mettere in crisi le varie sovrastrutture economiche, scientifiche, culturali e nazionali che non possiedono strumenti per adeguarsi.
a cura di
Samuele Baldinini

Complimenti articolo scorrevole e divertente
Grazie mille!