Tra Early Entry, Presale e Pacchetti VIP, i grandi concerti restano un rito collettivo, ma l’accessibilità dipende sempre più da quanto siamo disposti a pagare
Alle sei del mattino, davanti a un palazzetto dello sport, non c’è niente di particolarmente romantico. Ci sono bottiglie d’acqua, biscotti schiacciati negli zaini e coperte improvvisate per svangare la notte. Qualcuno è riuscito a dormire perfino tre ore, sotto un brusio di fondo che risuona come un mantra: «Secondo te, a che ora aprono?». Pur conoscendo la risposta, ogni tanto si controlla la fila, come se nel frattempo potesse essersi accorciata.
Piccola liturgia della fatica
Se volevi assicurarti le prime file, dovevi arrivare prima. Era una delle rare occasioni in cui la gerarchia sociale veniva temporaneamente sostituita da una forma piuttosto rudimentale di meritocrazia: oltre alle felpe e ai panini, resisteva meglio chi aveva pensato di mettere nello zaino una quantità sufficiente di pazienza.
Proprio quella pazienza che oggi si può aggiungere al carrello. Si chiama Early Entry: paghi un pacchetto, entri prima degli altri e occupi il posto che, fino a qualche anno fa, sarebbe toccato a chi si metteva in fila quando il bar di fronte stava ancora tirando su la serranda.
Siamo tutti sotto lo stesso cielo, ma non sotto lo stesso prato
General Admission, Front Standing, Gold Pit, Premium Standing, VIP Lounge, Hospitality: le planimetrie dei grandi concerti ricordano quelle delle compagnie aeree. Manca soltanto qualcuno che, prima dei bis, passi in divisa a chiederci se vogliamo acquistare l’ultimo profumo di Hugo Boss.
Naturalmente, non c’è niente di nuovo nel fatto che una tribuna costi il doppio dell’altra. Da quando esistono i teatri, esistono anche platee, palchi e loggioni. La differenza è che persino il prato – il luogo che nell’immaginario rappresenta il gomito di uno sconosciuto nelle costole – è diventato una mappa catastale.
C’è chi è sotto il palco, chi qualche metro più indietro, chi indossa un braccialetto arancione e chi guarda il concerto da una terrazza con l’open bar. Il concerto comincia allo stesso orario per tutti, ma l’esperienza è diventata sempre più stratificata.
La prima fila in comode rate
C’è poi un’altra trasformazione: la presale o, nel caso del tour 2027 degli Oasis, il codice. Non basta aprire un sito e provare a comprare un biglietto. Bisogna registrarsi, aspettare di essere selezionati, ricevere un codice e, infine, mettersi in coda. Ovviamente, il codice non garantisce il lieto fine.
Tornando all’esperienza – parola inflazionata quanto resilienza – il concerto comincia molto prima che parta Fuckin’ in the Bushes. Controlli la mail ogni cinque minuti, chiedi agli amici se nel loro codice c’è ancora posto per te, qualcuno condivide uno screenshot e scrive «Presi!» con quella soddisfazione che normalmente dovrebbe essere riservata a risultati più importanti.
Va detto che un biglietto non era facile da conquistare neanche dieci o vent’anni fa. Non c’erano code digitali, CAPTCHA con semafori da riconoscere o dieci finestre aperte tra computer, tablet e smartphone, ma servivano comunque tempo, soldi e un pizzico di fortuna.
La differenza è che la prima fila era uno dei pochi beni di lusso che non potevi comprare direttamente. Potevi inseguirla e passare otto ore seduto sull’asfalto, ma non potevi aggiungerla all’ordine. Il mercato raramente distrugge un rito. Piuttosto, lo osserva, individua la parte che desideriamo di più e mette un prezzo proprio lì. Il passo successivo è inevitabile: il costo diventa troppo alto, ma puoi diluirlo. Così un concerto di due ore può sopravvivere sul conto corrente per tre o sei mesi.
Il prezzo dell’attesa
Durante una delle date di Cardiff del tour di reunion degli Oasis del 2025, è diventato virale il video di una ragazza ripresa mentre usava Shazam per riconoscere Bitter Sweet Symphony, suonata in apertura da Richard Ashcroft. Molti l’hanno derisa, con quella punta di superiorità che spesso nasconde anche un po’ d’invidia; Ashcroft, più intelligentemente, l’ha difesa: una canzone si può scoprire anche lì. Quella scena racconta bene come nasce il desiderio di un concerto: non solo dopo aver consumato per anni la discografia di un artista, ma anche dalla sensazione che qualcosa stia per succedere e che, in qualche modo, dobbiamo esserci.
È facile liquidare tutto sostenendo che un concerto non è un bene essenziale. Il punto è che la musica, soprattutto a una certa età, raramente occupa lo stesso posto di una rata del mutuo. Per molte ragazze e ragazzi, invece, i grandi concerti sono una delle primissime occasioni in cui si entra da soli in una folla di estranei e, anziché averne paura, si è felici. Si canta insieme a persone che non si rivedranno mai più, si dividono birre, si scroccano sigarette e si torna a casa senza voce. È difficile dare un prezzo alla sensazione di essere tutti uguali.
D’altra parte, per quanto si tenda a mistificare il passato, non è vero che i concerti di una volta fossero migliori. Però c’era una domanda che, davanti alle transenne, aveva senso: «A che ora sei arrivato?». E dentro quella risposta capivi perché quella persona fosse lì davanti: il tempo speso, la pazienza, la stanchezza, magari anche aerei, treni e autobus. Oggi la domanda è cambiata: «Che biglietto hai preso?».
E così anche il prato, il luogo più orizzontale e indistinto del concerto, ha finito per dividerci.
a cura di
Edoardo Siliquini
