Cronaca nera e gossip: perché siamo arrivati a tanto? Qual è il cortocircuito che ci ha fatto arrivare alla spettacolarizzazione del dolore?
Mi sono interrogata a lungo prima di scrivere queste righe. Mi ero ripromessa, con determinazione, di non dare spazio, attenzione né voce a Fabrizio Corona. Né tantomeno di associare il suo nome alla parola “cronaca”.
Avevo anche deciso con fermezza di non cliccare più sui suoi video, di non far parte neanche minimamente del meccanismo perverso che lo tiene ancora in piedi e che in qualche modo continua a dargli ossigeno.
Però succede che mi sveglio alle sei, come mio solito, e la prima cosa che mi propone YouTube è il canale di Fabrizio Corona, a cui non sono iscritta, con un video su un caso che mi ha toccato tantissimo quando è successo.
Un caso che mi ha spaventato e che ho seguito con interesse, avendo la stessa età di Chiara Poggi.
Fabrizio Corona ha pubblicato un video in cui, con il suo solito tono da presunto depositario della verità assoluta, sostiene che Alberto Stasi sia innocente. E fin qui nulla di sconvolgente (ancora). In fondo, può trattarsi della sua opinione.
Ma nel video ci dice che “quella mattina in casa (di Chiara, ndr) c’erano quattro persone”, che “verranno arrestati carabinieri”, che l’avvocato di Stasi già sapeva tutto, ma che i dati erano inutilizzabili perché raccolti “in modo non autorizzato”.
A me non interessa entrare nel merito delle sue affermazioni, delle sue parole, anche perché seguendo le indagini odierne ancora non è tutto chiaro (la procura non ha ancora fatto alcuna dichiarazione ufficiale) e la stampa sembra avere ogni giorno un colpevole nuovo.
Non voglio entrare quindi nel merito delle sue parole,
Il punto focale in realtà, e quello che più mi disgusta, è che nessuno ormai si scandalizza più. Nessuno si indigna davvero. Neanche io, a essere sincera. E questa rassegnazione e mancanza di indignazione è forse il segnale più pericoloso di tutti: ci siamo abituati allo scempio, all’orrore e allo sciacallaggio.
Abbiamo normalizzato la monetizzazione del dolore rendendola intrattenimento
Viviamo in un Paese dove la cronaca nera e le sue vittime diventano dei personaggi, di un reality appunto, dove chiunque è in grado di pontificare su delitti irrisolti lanciando accuse gravi.
E importa poco che ci siano genitori che piangono una figlia uccisa. Poco importa se esistono sentenze, processi e verità giudiziarie. Posso guadagnarci sopra? Sì, e allora lo faccio, lo dico, lo scrivo.
E qui non stiamo parlando della stampa e del ruolo che dovrebbe avere, quello di raccontare i fatti di cronaca, approfondire, indagare e smontare bugie. Accendere le luci sulle zone d’ombra.
Stiamo parlando semmai della stampa e dei “giornalisti”, o coloro che si arrogano il diritto di farsi chiamare tali, che impacchettano notizie e illazioni molto spesso false, e lo fanno con cognizione, che rovinano vite e veicolano l’opinione pubblica ogni giorno verso un nuovo colpevole.
Sono partita da Corona, ma è solo la punta dell’Iceberg. Tanti, tantissimi sono i giornali che agiscono in questo modo, e forse mi indignano più di Fabrizio Corona, che almeno non si è mai nascosto dietro a un dito.
Corona ha ragione nel proprio video? Ha torno? Non mi interessa, in questa istanza, capire se ci siano dei fatti veri o falsi alla base del suo video. Quello che mi interessa invece è capire come siamo arrivati a spettacolarizzare tutto e, purtroppo, a non stupircene più.
Sara Alice Ceccarelli
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