“E poi arrivò DeepSeek” il libro di Mafe de Baggis e Alberto Puliafito, sequel di “In principio era ChatGPT”, che fa il punto sulla situazione dell’intelligenza artificiale generativa a un anno di distanza dal primo libro.
In questo libro “E poi arrivò DeepSeek” gli autori analizzano l’evoluzione rapida e inaspettata dei modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM), come GPT-4, Claude 3.5 e Gemini 2.0, e l’impatto geopolitico dell’AI, con la svolta nazionalista di OpenAI e la risposta cinese con DeepSeek, un LLM open source con costi e consumi minori ma prestazioni analoghe ai modelli occidentali.
Nel tratteggiare a veloce evoluzione delle intelligenze artificiali viene anche criticato l’oligopolio tecnologico e l’hype mediatico, sottolineando la necessità di un senso critico e di educazione in questo campo.
Nel libro inoltre si esamina il ruolo dell’open source come alternativa ai modelli proprietari, e si analizzano le reazioni al lancio di DeepSeek, tra cui lo stupore per le sue prestazioni, le discussioni sul suo costo e le accuse di copia da parte di OpenAI.
I tre punti chiave in cui DeepSeek è maggiormente efficiente
1. Efficienza in termini di costi e tempi: il costo di addestramento di DeepSeek-R1 è stato significativamente inferiore rispetto a quello di concorrenti come OpenAI o Meta, richiedendo “solo” 2,78 milioni di ore GPU sui vecchi chip Nvidia H800 al costo di 5,6 milioni di dollari, rispetto ai 30,8 milioni di ore GPU di Llama 3.1 sui chip più recenti, stimati in 60 milioni di dollari.
2. Efficienza hardware: il modello è stato addestrato utilizzando solo 2.000 chip Nvidia H800, molto meno potenti di quelli utilizzati dai concorrenti occidentali, a causa delle limitazioni dei chip.
3. Efficienza energetica: DeepSeek ha affermato che il suo modello di intelligenza artificiale utilizza circa un decimo della potenza di calcolo rispetto a Llama 3.1 di Meta, rivoluzionando potenzialmente il consumo energetico e l’impatto ambientale dell’intelligenza artificiale.
Le reazioni al lancio di DeepSeek e le accuse di plagio
Sui social media il lancio di DeepSeek, come sempre succede, è stato caratterizzato da un’ampia gamma di opinioni contrastanti, frutto molto probabilmente della scarsa informazione.
Tra l’altro, la prima cosa che viene criticata a DeepSeek è l’incapacità di svolgere analisi approfondite in breve tempo dovendo di conseguenza utilizzare altri strumenti di benchmarking come LMArena per valutare le prestazioni dello stesso DeepSeek.
Per quel che riguarda le accuse di plagio rivolte a DeepSeek da parte di OpenAI, invece, gli autori evidenziano l’ironia della situazione, dato che OpenAI stessa è accusata di aver utilizzato dati protetti da copyright. Proprio OpenAI accusa DeepSeek di aver copiato?
La personalizzazione
Per evitare di subire passivamente l’influenza i due autori spiegano l’importanza di personalizzare l’utilizzo delle AI mediante la progettazione di assistenti personali adattandole al proprio stile di pensiero con un addestramento ad hoc.
Richiede tempo e impegno, ma è fondamentale per evitare che gli strumenti definiscano l’utente.
Una pratica importante per fare questo è il Design Thinking, ossia ragionare su come impostare gli obiettivi della nostra AI quando la stiamo utilizzando ma anche come richiedere che ci vengano consegnati gli output dopo una richiesta.
Infatti con l’apprendimento mimetico (imitazione di stili) e memetico (trasmissione di sistemi di pensiero), si può modellare in maniera efficace l’AI creando un assistente completamente personalizzato ottenendo di volta in volta risultati sempre più efficaci.
DeepSeek permette tutto questo.
Infine, il capitolo introduce il concetto di “creatività sovrumana”, ovvero la creatività potenziata dall’IA, che permette di realizzare ciò che prima era ritenuto impossibile per mancanza di tempo, capacità o risorse.
Secondo il libro, l’obiettivo non è solo usare l’IA per ciò che è di moda, ma per risolvere problemi specifici e migliorare la propria efficienza e creatività, evitando di aumentare il carico di lavoro.
Conclusioni: a chi può essere utile l’AI e perché sono importanti?
Seguendo il libro, le AI generative servono a chi ha idee, intuizioni e informazioni ma non la capacità di creare gli artefatti necessari per condividerli (testi, immagini, musica, video, illustrazioni). Ciò include persone con disabilità come la disgrafia o chi trova la scrittura innaturale.
Le AI potrebbero rappresentare una seconda alfabetizzazione, aiutando chi ha difficoltà con la lettura, la scrittura e il calcolo. Inoltre, permettono a chi ha una formazione umanistica di scrivere codici.
Le intelligenze artificiali generative, pur evolvendosi rapidamente, non sono strumenti magici o semi-divini, ma sistemi che calcolano con eleganza ma serve un metodo per utilizzarle con efficacia. Non sono il Sacro Graal, non c’è sensazionalismo.
E in tutto questo, di vitale importanza è l’open source come alternativa efficace contro il modello proprietario e sottolinea la necessità di sviluppare un senso critico verso le AI, evitando il fatalismo tecnologico e sfruttando il loro potenziale per migliorare il lavoro e la creatività umana.
Sara Alice Ceccarelli
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