Perché milioni di italiani sono pronti a votare Vannacci
Come è possibile che un generale che ha rivendicato pubblicamente <<il diritto all’odio>>, definito Mussolini <<uno statista>>, invocato classi separate per i disabili e dichiarato che Paola Egonu – nata a Cittadella, provincia di Padova – non rappresenta “l’italianità” nei tratti somatici, stia costruendo un partito che sfiora il 5% nei sondaggi nazionali a meno di quattro mesi dalla fondazione?
Dire che chi lo vota è semplicemente ignorante, o fascista, o entrambe le cose, significa liquidare la questione senza spiegare nulla. E i fenomeni politici non si combattono se prima non si capiscono.
I numeri prima di tutto
Futuro Nazionale nasce il 6 febbraio 2026 dalla rottura di Roberto Vannacci con la Lega. Alla prima rilevazione disponibile il partito viene già stimato al 4,2%, soglia sufficiente a entrare in Parlamento con l’attuale legge elettorale. Quattro mesi dopo, la curva non accenna a invertirsi.
Le principali rilevazioni disponibili nella settimana dell’8-13 giugno collocano Futuro Nazionale tra il 4,1% e il 4,8%. Numeri che, in termini politici, dicono una cosa sola: il partito è stabilmente sopra la soglia di sbarramento e in traiettoria ascendente da quando è nato, a febbraio 2026. Quanto agli iscritti, all’apertura dell’assemblea Vannacci ha annunciato di aver raggiunto quota 100.000, il doppio dei 50.000 dichiarati tre settimane prima.
Nel frattempo la Lega, da cui tutto è partito, oscilla tra il 5,8 e il 6,8% nelle diverse rilevazioni – il dato più basso della sua storia recente – con flussi elettorali che mostrano un trasferimento strutturale verso Futuro Nazionale. Si sta verificando la legge del contrappasso: il partito che ha creato il personaggio ora paga il prezzo della sua autonomia.
Ma c’è un dato che supera tutti gli altri in termini politici. Secondo SWG – il principale istituto di sondaggi politici in Italia, che realizza le rilevazioni settimanali per il TG La7 – il centrodestra mantiene il vantaggio sul campo largo solo se include Futuro Nazionale nella coalizione: 47,1% contro 45,1%. Senza Vannacci, la situazione si ribalta: centrosinistra al 45%, centrodestra al 42,6%. In altri termini, il generale che Salvini ha usato come strumento elettorale è diventato l’ago della bilancia dell’intera politica italiana.
L’assemblea costituente
Il 13 e 14 giugno, all’Auditorium della Conciliazione di Roma, si è tenuta la prima assemblea costituente di Futuro Nazionale. Tutto esaurito: 1.700 tra delegati e ospiti, di cui almeno il 25% tra sindaci e assessori. Otto deputati – ex Lega, FdI e Forza Italia – seduti in prima fila. Un’assemblea nazionale di 100 membri eletta. Il centrosinistra, invitato, ha disertato. Dal centrodestra nessun leader in persona, ma delegazioni locali.
Dal palco, Vannacci non ha deluso le attese. Ha aperto la prima giornata con una definizione di sé stesso:
<< Noi rappresentiamo lo scarto e la feccia e siamo orgogliosi di esserlo. In Parlamento siamo una sporca dozzina, qui siamo i figli di nessuno e fierissimi di esserlo>>.
Chiudendo con: <<Sono la speranza per gli italiani che vogliono cambiamento>>.
Nella seconda giornata è arrivato il programma. Tetto al 4% per gli immigrati presenti in Italia e stop al decreto flussi. Remigrazione per chi <<non si assimila>>. Giustizia riassunta in una battuta: <<Nessuno tocchi Caino? No, nessuno tocchi Abele. Caino va in carcere>>. Attacco ai magistrati: <<Libereremo la magistratura dalle correnti politicizzate>>. E, a margine dell’assemblea, una nuova dichiarazione destinata alla cronaca: <<Il femminicidio non esiste, è un omicidio come tutti gli altri >>.
Sul posizionamento politico, il messaggio è stato netto: <<O con noi di Futuro Nazionale, guardiani del sovranismo e della cittadinanza, o con Von der Leyen, Draghi, multinazionali e globalismo>>. Nessuna alleanza con il centrodestra attuale, accusato di <<portare avanti l’agenda Draghi>>. L’obiettivo dichiarato è presentarsi come alternativa sovranista autonoma, non come stampella di Meloni.
Perché lo votano?
Rispondere alla domanda sul consenso di Vannacci richiede di separare due cose che di solito vengono confuse: CHI lo vota e PERCHÉ.
Partiamo dal chi. I sondaggi disponibili indicano un bacino composito. Circa la metà dei voti proviene dall’area del centrodestra, con una quota sottratta a FdI superiore, in proporzione, a quella tolta alla Lega. L’altra metà è più interessante. Include elettori che non votano da anni o che provengono da movimenti sovranisti minori rimasti fuori dal Parlamento. Secondo l’analisi di YouTrend, sono <<periferici o disallineati>>, gente che non si riconosce nell’offerta esistente, non necessariamente gente che condivide ogni virgola del programma del generale.
Passiamo al perché. La risposta, sorprendentemente, ha più a che fare con il modo in cui Vannacci parla che con quello che dice.
Prendiamo alcune delle sue dichiarazioni più note. Sugli omosessuali: <<Normali non lo siete, fatevene una ragione! La normalità è l’eterosessualità. Se a voi tutto sembra normale, invece, è colpa delle trame della lobby gay internazionale>>.
Su Egonu: <<Che piaccia o no, non nasciamo uguali su questa terra. Paola Egonu è italiana di cittadinanza, ma è evidente che i suoi tratti somatici non rappresentano l’italianità>>.
Sul diritto all’odio: <<Come lo fece Oriana Fallaci, rivendico a gran voce anche il diritto all’odio e al disprezzo e a poterli manifestare liberamente>>.
Per chi le ascolta con orrore – e sono la maggioranza – queste frasi sono semplicemente inaccettabili. Ma per una parte dell’elettorato funzionano in modo radicalmente diverso: non vengono percepite come odio, ma come “coraggio“. Come la rottura di un silenzio imposto. Come qualcuno che finalmente “dice quello che tutti pensano ma non possono dire“.
Questo meccanismo non è nuovo e non è italiano: è la logica del populismo identitario che ha alimentato Trump, Le Pen, l’AfD tedesca, a cui Futuro Nazionale si ispira esplicitamente. Il contenuto delle dichiarazioni è secondario rispetto alla “funzione” che svolgono: segnalare che esiste un confine tra chi può parlare liberamente e chi no, e posizionarsi dalla parte di chi viene censurato. Vannacci non conquista voti nonostante le sue affermazioni, in parte le conquista proprio grazie ad esse, perché per il suo elettorato rappresentano prove di autenticità.
Il vuoto che ha riempito
Per capire come sia stato possibile, bisogna smettere di guardare Vannacci e iniziare a guardare quello che c’era prima di lui.
Giorgia Meloni ha scelto la strada del governo e governare richiede mediazione, alleanze atlantiche, rispetto formale dei vincoli europei. Una parte dell’elettorato più radicale, che aveva votato FdI come partito identitario e di rottura, si è sentita progressivamente abbandonata dalla tecnosovranista di Palazzo Chigi. Il ministro della Difesa Guido Crosetto, uno dei fondatori di FdI, aveva già etichettato le posizioni di Vannacci come <<farneticazioni personali>>, un segnale inequivocabile della rotta che il partito aveva imboccato.
La Lega aveva provato a intercettare quel malcontento candidando Vannacci alle europee del 2024. Come documentato da Le Grand Continent, Salvini aveva bisogno dell’ “effetto Vannacci” per resistere ai governatori del Nord, Zaia e Fedriga, e per drenare l’elettorato più estremo senza potersi esprimere direttamente. Il generale diceva ciò che altri, nella Lega come altrove, “non possono dire“. Il problema è che uno strumento, una volta che funziona, sviluppa vita propria e il conto lo presenta al suo creatore. All’assemblea costituente, Vannacci lo ha detto senza giri di parole: <<Lui ha usato me>>.
Il manifesto come specchio
Vale la pena leggere il testo con cui Vannacci ha presentato Futuro Nazionale, perché non è uno sfogo: è un documento politico costruito con precisione. L’acronimo VITALE – Virtù, Identità, Tradizioni, Amore, Libertà, Eccellenza – è un tentativo di dare forma dottrinale a un’offerta che si vuole strutturalmente distinta dagli altri partiti di destra.
Il testo parla di <<talento umiliato, merito non riconosciuto, orgoglio ammansito>>, un vocabolario che intercetta un disagio reale e diffuso ben oltre il perimetro dell’estrema destra. Poi però chiarisce i confini: <<Chi non si assimila ai valori, agli ideali, ai principi e ai sentimenti della nostra comunità non fa parte del nostro popolo. Chiunque venga in Italia a lavorare sarà rispettato ma non per questo diventerà italiano>>.
E sull’immigrazione: <<L’immigrazione di massa, anche quando non criminale, sgretola la compattezza di una civiltà. Per chi non si integra e non si assimila la remigrazione diventa una necessità>>.
Non è un programma di governo: è una mappa identitaria. Dice chi sei, non cosa farai. Il programma vero, quello presentato all’assemblea, è arrivato dopo, ed è altrettanto rivelatore. Tetto al 4% di immigrati, nessun riconoscimento del femminicidio come categoria giuridica, guerra alla magistratura. Sono posizioni nette, facilmente comunicabili, pensate per chi vuole risposte semplici a domande che il sistema considera troppo complicate. Vannacci vince sul terreno dell’appartenenza, non su quello delle politiche pubbliche. Il suo elettorato non gli chiede cosa farà: gli chiede di esistere.
Il problema non è Vannacci
Diciamolo chiaramente: Vannacci non è la malattia. È la febbre.
La febbre fa paura, fa male, è il sintomo che tutti vedono ma curarla senza capire cosa la provoca non serve a niente. E in Italia, da anni, la classe politica si ostina a trattare i sintomi. Demonizza il personaggio, ignora il vuoto che lo ha generato, si stupisce ogni volta che i sondaggi salgono.
Meloni ha moderato la destra per poter governare – scelta legittima, anzi inevitabile – ma così facendo ha lasciato scoperto un pezzo del suo elettorato originario, quello che non voleva un governo, voleva una rivoluzione. Salvini ha usato Vannacci come arma tattica alle europee del 2024, convinto di poterlo controllare, e ora si ritrova un concorrente diretto che lo sta progressivamente svuotando di consensi.
Il centrosinistra, nel frattempo, ha scelto di ignorarlo o di deriderlo, contribuendo involontariamente ad alimentarne la visibilità.
Nessuno di loro ha risposto alla domanda vera: perché una parte degli italiani si sente così fuori dal discorso pubblico da cercare rifugio in un generale che rivendica il diritto all’odio?
Quella domanda non assolve nessuno. Non assolve chi vota Vannacci, non assolve le sue dichiarazioni, non assolve la retorica dell’identità usata come clava contro le minoranze. Ma finché la risposta collettiva resterà lo scandalo da talk show, finché ci si limiterà a elencare le frasi choc senza chiedersi perché trovino mercato, Futuro Nazionale continuerà a crescere. E il giorno in cui supererà il 5%, qualcuno si stupirà ancora. Come se i dati non lo avessero annunciato da mesi.
Come se la febbre alta fosse una colpa del termometro, e non del corpo che sta male.
a cura di
Martina Cavalli
