La giustizia la settimana trascorsa ci ha mostrato falle, problematiche, errori e omissioni in alcuni dei famosi casi di cronaca nera italiana, tanto che le procure hanno deciso di riaprire alcuni di questi “pastrocchi”
Oggi mi sono trovata a ragionare sulla giustizia, o meglio, sulla fiducia che ripongo nella giustizia. Il viaggio in autostrada è stato lungo e mi è come venuto l’istinto di chiudermi in casa, sulla strada del ritorno.
Mi spiego meglio. Più scopro indagini pasticciate, mancanza di professionalità reperti raccolti e mal conservati e piste ignorate, più comprendo come sia facile “incappare” in situazioni in cui non hai fatto nulla ma qualcuno ha deciso che sei tu il colpevole o qualcuno pastrocchia e diventi il colpevole.
Voglio dire, com’è possibile che dopo anni di processi, condanne, appelli, si arrivi al punto di “aprire gli occhi” e comprendere che forse, in prigione può esserci la persona sbagliata? Che, sempre forse, il colpevole stia ancora girando per le strede, indisturbato?
O magari il colpevole è effettivamente in carcere, ma non aveva agito da solo. E come fai a esserne certo se puntualmente vengono commessi errori così grossolani che nemmeno a “Scuola di Polizia” sarebbero stati capaci di fare?
Non è solo il caso di Chiara Poggi e della nuova impronta parziale del cosiddetto “Ignoto 2“: ci sono altri casi anche mediatici, cui lo svolgimento delle indagini è avvenuto in maniera più che discutibile.
Alcune cose poi, non sono scoperte recenti: di alcune tracce spesso si conosce l’esistenza ma, chissà perché, non vengono prese in considerazione. E allora mi chiedo: perché oggi sì e ieri no? Perché pezzi importanti dell’indagine sono stati lasciati nell’ombra?
E ci sono dei casi in cui gli errori sono più visibili che in altri.
Serena Mollicone: la porta scomparsa
Le indagini sull’omicidio di Serena Mollicone, avvenuto nel 2001, sono segnate da gravi errori e omissioni che hanno ritardato l’accertamento della verità per oltre 20 anni.
La scena del crimine è stata mal gestita, per esempio. Quando il corpo della ragazza viene ritrovato in un boschetto ad Anitrella, vicino ad Arce, il luogo non viene isolato adeguatamente e la contaminazione delle prove è inevitabile.
Le indagini inoltre iniziano in ritardo e senza un piano ben strutturato, concentrandosi inizialmente su Carmine Belli, un carrozziere, che viene poi arrestato nel 2003.
Un arresto quello di Belli, basato su prove inconsistenti: dopo due processi viene assolto con formula piena. Questo ha fatto perdere anni preziosi alle indagini.
Oltretutto, solo nel 2019 si è ipotizzato che Serena potesse essere stata uccisa all’interno della caserma dei Carabinieri di Arce, dopo un alterco con Marco Mottola, figlio dell’allora comandante Franco Mottola, nonostante già nel 2001 qualcuno li avesse nominati.
La porta contro cui si ritiene che Serena sia stata spinta con violenza viene subito sostituita senza mai essere analizzata e solo molti anni dopo si scopre che il legno presentava compatibilità con la frattura sul cranio della vittima.
Poi c’è il grande errore sul mancato ascolto di alcuni testimoni. L’insegnante di Serena aveva riferito infatti che la ragazza era preoccupata e voleva denunciare un giro di droga, mentre alcuni testimoni (compreso il brigadiere Santino Tuzi, poi trovato morto in circostanze misteriose nel 2008) hanno sempre collocato Serena in caserma il giorno della sua scomparsa. Tutte queste voci sono state, di fatto, ignorate.
Anche con l’autopsia non viene fatto un gran lavoro: il corpo di Serena Mollicone presentava segni di violenza e soffocamento che però solo dopo anni e con nuove perizie viene effettivamente preso in considerazione.

Chiara Poggi: cosa c’era sotto le unghie?
È un fatto noto ormai che, nel 2007, all’epoca dell’omicidio di Chiara Poggi, la scena del crimine sia stata mal gestita.
La casa non viene infatti isolata adeguatamente, molte persone entrano ed escono indisturbate prive di copriscarpe e guanti, polizia scientifica compresa, mentre i soccorritori calpestano il sangue sul pavimento, compromettendo le prove.
Passando poi alle tracce biologiche trovate sotto le unghie di Chiara Poggi, scopriamo che un profilo genetico oggi noto come Ignoto 2, non viene approfondito con le prime indagini poiché si pone l’attenzione esclusivamente sulle tracce lasciate da Stasi.
E sempre in relazione alle tracce, anche sul dispenser del sapone in bagno, c’era un’impronta papillare, o meglio un frammento, che conteneva informazioni forse importanti, che non è mai stato utilizzato per fare confronti con altri sospettati.
Nel 2020, Oscar Ghizzoni, consulente della difesa di Alberto Stasi, scrive infatti una relazione tecnica in cui segnala il fatto, ma alla segnalazione non vi è stato seguito.
Per quel che riguarda le analisi informatiche sul computer di Stasi, condotte senza metodi scientificamente inoppugnabili, la difesa e l’accusa presentano versioni contrastanti sull’effettiva attività del pc al momento dell’omicidio.
Ma ancora, le indagini si concentrarono solo su Stasi e su una certezza quasi granitica della sua colpevolezza, trascurando altre possibili colpevoli come Andrea Sempio, che viene chiamato in causa solo nel 2017.
Il DNA di Andrea Sempio, amico del fratello di Chiara Poggi, viene poi ritrovato sul corpo di Chiara, ma anche questa pista viene archiviata.
Alberto Stasi viene dichiarato colpevole principalmente per le impronte delle scarpe anche se su di lui non viene ritrovata alcuna traccia di sangue.

Meredith Kercher: più errori di così…
Questo caso è emblematico per gli errori commessi già dall’inizio quando molte persone entrano ed escono dalla scena del crimine contaminando le prove e i reperti non vengono raccolti e conservati adeguatamente.
Il coltello che è considerato arma del delitto conteneva tracce esigue di DNA per poter essere considerato affidabile mentre il DNA di Raffaele Sollecito che secondo l’accusa è presente sul gancetto del reggiseno di Meredith, viene analizzato solo 46 giorni dopo il ritrovamento, quindi possibilmente contaminato.
Gli errori qui aumentano se consideriamo anche che Amanda Knox viene interrogata per ore senza la presenza di un avvocato fuorviando quindi le sue dichiarazioni, in una situazione di privazione del sonno e pressioni psicologiche.
La polizia anche qui si concentrò subito su Raffaele Sollecito e Amanda Knox senza considerare altre piste ma solo successivamente prendendo in considerazione Rudy Guede, il cui DNA è l’unico e inequivocabile presente sulla scena del crimine.
Se a tutto questo si aggiunge che il clima mediatico restituisce un’immagine di Amanda Knox come una Famme Fatale, si fa presto a immaginare come anche gli investigatori e la giustizia possano essere stati condizionati.

Conclusione
Qui però non si parla solo del caso di Perugia, Garlasco o Arce, perché durante la scorsa settimana ci sono state novità anche sul caso di Liliana Resinovich (ritrovata morta tre anni fa). Dopo un anno di studi infatti, la dottoressa Cristina Cattaneo ha stabilito che la sua morte è con certezza un omicidio, spazzando via l’ipotesi di suicidio accreditata fino a quel momento.
Se oggi si arriva a questa conclusione, mi viene naturale chiedermi: perché nessuno ha indagato seriamente in questi tre anni? Perché nessun familiare, nessun presunto compagno o marito è stato mai considerato un sospettato?
Il punto centrale è uno: possiamo fidarci della giustizia? Non si tratta più solo di stabilire se Alberto Stasi sia colpevole o meno, di capire chi ha ucciso Liliana Resinovich, di capire se la famiglia Mottola ha orchestrato l’omicidio di Serena Mollicone, ma di affrontare un problema ben più grande: possiamo dire di sentirci davvero tutelati dalle autorità?
Possiamo vivere con la certezza che, in caso di tragedia, le indagini saranno condotte con professionalità e senza pregiudizi?
E se un giorno fossi io, o chiunque altro, a trovarmi in un vortice investigativo, avrei qualche garanzia di una giustizia equa? Basta un dettaglio fuori posto per essere considerati colpevoli?
Se venissero analizzati i miei dispositivi, basterebbe la prova del mio utilizzo di una VPN o di TOR come motore di ricerca a farmi passare per sospetta? E se venisse fuori che uso pc differenti a seconda del tipo di ricerca? O il fatto di essere iscritta all’Ordine dei Giornalisti mi garantirebbe una tutela in più?
Domande, per quel che mi riguarda, che restano sospese, in bilico tra il desiderio di credere nella giustizia e il timore che il sistema sia meno solido di quanto dovremmo poter pretendere.
Sara Alice Ceccarelli
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3 pensieri su “Giustizia, possiamo avere fiducia nelle indagini?”