La ginnastica artistica è un mondo di eleganza e forza, ma dietro la perfezione dei movimenti può nascondersi una rigidità che spezza. È una realtà dove il valore di un’atleta finisce spesso per coincidere con un numero sulla bilancia, lasciando ferite che non guariscono al termine della gara
Il confine tra la dedizione sportiva e la sofferenza psicologica è a volte invisibile a chi guarda dagli spalti.
Per comprendere cosa significhi davvero crescere in questo ambiente abbiamo raccolto la testimonianza di una ex ginnasta agonista.
Il suo racconto ci porta dentro le palestre, tra la paura dei controlli del peso e la vergogna di un corpo che cambia con lo sviluppo, svelando le ombre di un sistema che fatica a vedere la fragilità dietro la forza dei muscoli.
Per proteggere la sua identità, chiameremo questa donna Lucrezia.
Come ti sei avvicinata alla ginnastica e che ruolo ha avuto nella tua vita da bambina/adolescente?
Mi sono avvicinata alla ginnastica per pura casualità. A casa non stavo mai ferma, facevo capriole, verticali, ruote… così a 6 anni i miei genitori decisero di portarmi a provare ginnastica artistica. È stato amore a prima vista. Alla prima lezione non volevo più tornare a casa. Da lì è iniziato tutto. Ho passato dai 6/7 anni ai 17 anni sempre lì dentro, estate e inverno. Sono praticamente cresciuta in palestra quindi ha avuto un ruolo fondamentale.
Com’era l’ambiente in cui ti allenavi e che atmosfera ricordi?
Quando sono passata al pre-agonismo l’ambiente era molto sereno e divertente. Ci allenavamo tre volte a settimana ed era tutto nuovo e bellissimo. Dopo un anno mi hanno spostata nell’agonismo con allenamenti tutti i giorni per quattro ore. All’inizio ero felicissima, stavo vivendo il mio sogno. Però, fin da subito, già dagli 8 anni, hanno iniziato a parlarci di “alimentazione da ginnasta”: mangiare bene, sano, corretto. Ci pesavano, ci prendevano l’altezza. Ero piccola, magra e muscolosa, quindi in quel periodo nessuno mi diceva niente. Poi sono cresciuta, il mio fisico è cambiato e con lui sono cambiate anche le pressioni. L’atmosfera è diventata molto più rigida.
C’erano standard – espliciti o impliciti – su come una ginnasta doveva essere? Ti è mai stato fatto notare il tuo aspetto fisico o il peso?
Sì, c’erano eccome degli standard. La “ginnasta perfetta” doveva essere snella, bassa e muscolosa, ma senza un filo di grasso. Dopo la crescita e lo sviluppo, tutto ruotava attorno al mio fisico. Ogni cosa veniva ricondotta al peso o alla forma. Mi veniva fatto notare tantissime volte. Mi ricordo che in un periodo non avevo gli addominali super definiti e l’allenatrice mi diceva che non era accettabile, secondo lei era perché mangiavo troppo. In realtà era tutto muscolo, ero gonfia da quanto mi allenavo.
C’è stato un momento in cui hai iniziato a percepire una pressione diversa sul tuo corpo?
Ricordo perfettamente che, man mano che il mio corpo si sviluppava, assumeva forme più da donna. Una volta la mia allenatrice mi disse che d’ora in poi dovevo “stare veramente attenta al cibo” perché altrimenti sarei diventata troppo grossa. Io sono sempre stata molto sviluppata muscolarmente, il muscolo mi cresce molto facilmente. In poche parole, mi disse che dovevo stare attenta, altrimenti sarei diventata troppo grossa e dopo non sarei più andata bene per questo sport.
Ricordi episodi, commenti o pratiche che ti hanno fatto vivere il tuo corpo con ansia o vergogna?
Ne ho tantissimi, molti dei quali li ho rimossi, ma potrei andare avanti all’infinito. Quando mi facevo male ad esempio con una storta (ero soggetta perché ho le caviglie fragili), mi diceva che succedeva perché pesavo troppo e il mio fisico non mi reggeva.
Se stavo male di stomaco o avevo dei mancamenti per la pressione bassa, mi chiedeva sempre “cosa hai mangiato?“. Tutto era focalizzato sul cibo, anche quando non c’entrava nulla. Se dicevo di aver mangiato la pizza, la colpa era mia. Così ho iniziato a mentire e a inventare che avevo mangiato petto di pollo e insalata.
Una volta siamo andate insieme alla squadra in un pub a mangiare hamburger e patatine. Il giorno dopo, ci ha messo in riga. Una ramanzina tremenda, dicendo: “come vi permettete di mangiare le patatine? Mi stupisco dei vostri genitori che ve le facciano mangiare! Siete delle ginnaste! “. Poi ci ha fatto fare un giro immenso di potenziamento senza mai fermarci, per smaltire le patatine fritte della sera precedente.
Anche prima di partire per le vacanze ci pesavano. Al ritorno ci pesavano di nuovo. Se il peso era aumentato anche solo di mezzo etto, erano problemi. Dovevo stare attenta a tutto quello che mangiavo in vacanza. L’unica cosa che avrei dovuto fare era sfogarmi e godermi la vacanza, e invece no.
Come hai reagito a queste pressioni?
A un certo punto, visto che mi proibivano tante cose, il mio cervello le desiderava ancora di più. Ho iniziato a mangiare di nascosto, abbuffandomi di tutto ciò che non potevo toccare. Mi ero gonfiata e la mia allenatrice mi ha imposto una dieta che non volevo seguire.
Tutte le ginnaste con la corporatura longilinea e gli addominali si allenavano d’estate in top e pantaloncini. Io non sono mai riuscita a stare in top. Sapevo che mi avrebbe giudicata, o perlomeno io mi sentivo giudicata da lei e provavo una vergogna gigantesca. Anche in piscina o al mare con la squadra mi vergognavo tantissimo.
Tra compagne si parlava di peso, diete o confronti fisici? C’erano controlli o regole?
Non c’erano regole scritte sulle diete, ma i controlli sì. Ogni tanto facevano il controllo del peso. Entravi in palestra e ti ritrovavi la bilancia lì davanti. Appena la vedevamo, tutte in bagno a fare pipì, disperate, pur di pesare un etto in meno. Non cambiava niente, ma in quel momento facevamo di tutto. Se pesavi più della volta precedente, anche di pochissimo, sapevi che l’allenatrice ti avrebbe sgridata.
Con le compagne eravamo piccole, non parlavamo tanto di diete, ma la paura era assolutamente condivisa. Ho incontrato di recente una mia ex compagna, anche lei oggi ha grossi problemi col cibo e mi ha raccontato che ha paura di prendere la pillola anticoncezionale perché teme di ingrassare. Questa paura le è rimasta da quando ce l’aveva inculcata l’allenatrice.
Guardando indietro, ritieni che l’ambiente abbia influito sul tuo rapporto con il cibo e con il corpo?
Sicuramente. È inevitabile. Dopo aver smesso con la ginnastica è esploso tutto. Ho avuto vari problemi con il cibo che sono derivati da quell’ambiente. Magari a priori li avrei avuti lo stesso, ma la pressione costante ha influito in modo enorme sul mio rapporto con il cibo e con il corpo.
C’erano segnali di sofferenza tra le atlete? La questione del peso era l’unica fonte di pressione?
Non parlavamo apertamente di sofferenza ma lo sapevamo tutte: la situazione sotto quell’aspetto era pesante. La mia allenatrice era molto pressante e fissata sul numero della bilancia. L’unica cosa che contava era non superare un certo limite, non importava se quel peso in più fosse muscolo, dato che noi ci allenavamo tantissimo. Si focalizzava unicamente su quel numero.
Ci sono stati adulti di riferimento che ti hanno aiutata? O qualcuno che non ha visto?
Non ho mai ricevuto aiuto, perché non ho mai detto niente a nessuno, nemmeno ai miei genitori. Se l’allenatrice mi diceva qualcosa, io non lo riferivo. Avevo paura che, se i miei genitori fossero intervenuti, tutto sarebbe ricaduto su di me. Così ho fatto tutto di nascosto.
Avevamo anche un nutrizionista, ovviamente voluto dall’allenatrice, per le misurazioni della massa grassa e magra. Ci chiedeva cosa mangiavamo. Io mentivo anche lì. Sapevo che se avessi detto la verità, lui lo avrebbe riferito all’allenatrice, visto che era lei a voler sapere i risultati delle nostre misurazioni e cosa mangiavamo.
Cosa vorresti dire oggi a una ragazza che sta vivendo pressioni simili? Cosa cambieresti nel sistema?
Per fortuna le cose stanno cambiando. Tante ginnaste, come Carlotta Ferlito e molte americane, hanno iniziato a parlare di questi problemi. Grazie a queste persone il sistema sta migliorando. Ad esempio, mi è stato riferito che con le ginnaste che si allenano adesso nella mia ex palestra, la mia allenatrice non è più come prima su questo aspetto. A una ragazza che sta vivendo una situazione simile, direi una cosa sola: parlane. Soprattutto con i tuoi genitori. Io non l’ho fatto e me ne pento. Parlare ti può solo aiutare e ti può salvare.
Il consiglio di Lucrezia è chiaro: parlare può salvarti. La sua storia non è un atto d’accusa contro lo sport, ma un atto d’amore verso chi, in questo momento, sta guardando la bilancia con angoscia.
Lucrezia ha ormai smesso di gareggiare, ma la sua gara più importante è iniziata quando ha deciso di non mentire più su ciò che provava. La sua testimonianza è un monito affinché la disciplina sportiva torni a essere un luogo di crescita e non di giudizio continuo. Perché se è vero che le cose stanno cambiando è solo grazie al coraggio di chi, come lei, sceglie di raccontare la propria storia.
Martina Cavalli

Articolo molto bello, complimenti