Wellness o controllo? Dietro il mantra dell’autocura si nasconde l’imperativo di essere impeccabili
Succhi verdi, sessioni di yoga all’alba, digiuni intermittenti e notifiche insistenti delle fitness app. La cultura del benessere, o wellness, sembra aver sostituito quella della dieta. L’imperativo non è più dimagrire ma “prendersi cura di sé”, un mantra positivo, avvolgente, quasi spirituale.
Ma sotto la patina scintillante del self-care si nasconde un nuovo e potente imperativo sociale: essere sani, produttivi e impeccabili. Quella che viene presentata come una scelta di vita libera e consapevole si rivela spesso una trappola. È una forma di disciplinamento del corpo che non solo maschera, ma in alcuni casi alimenta direttamente i disturbi del comportamento alimentare (DCA).
Se la salute è definita come la “capacità di adattarsi e autogestirsi”, il wellness è invece un processo attivo e continuo sul miglioramento costante.
In questo articolo non si punta il dito contro l’attività fisica o un’alimentazione consapevole. Il focus è sull’industria che ha mercificato la salute, trasformandola in una performance ossessiva alla ricerca di una vita “pulita”.
Il mercato dell’ansia: l’industria da oltre 5 trilioni di dollari
Il wellness non è un hobby, è un settore globale il cui valore supera i 5 trilioni. Per sostenere un mercato di queste dimensioni, è necessario creare e mantenere un bisogno perenne. L’industria prospera coltivando e poi traendo profitto dal nostro scontento e dalla disconnessione con il nostro corpo. Trae profitto soprattutto da donne e adolescenti a cui viene detto di “fare di più, comprare di più ed essere di più” per essere sane.
Se fossimo davvero in equilibrio flessibile, l’appeal di app costose, integratori miracolosi e programmi di detox non eserciterebbe più lo stesso richiamo. L’industria crea un paradosso perfetto: vende la soluzione a problemi che essa stessa contribuisce a creare.
Questa cultura del benessere, per sua natura, è intrinsecamente legata al privilegio. La possibilità di dedicare ore quotidiane a yoga o all’acquisto di costosi “piani alimentari sani” richiede un notevole investimento di tempo e risorse economiche. La “salute perfetta” non è solo un ideale, ma uno status symbol, rendendo l’autentico benessere inaccessibile per molti e amplificando le disuguaglianze. Chi non può permettersi di partecipare a questa performance è implicitamente additato come meno disciplinato o meno attento a sé stesso.
Il terrorismo psicologico del “clean eating” e l’ortoressia
La vera continuità tra la vecchia cultura della dieta e il wellness si nasconde nel linguaggio usato. Il termine esplicito “perdita di peso” è stato bandito, sostituito da eufemismi come “clean eating”, “detox”, o “ripristinare il metabolismo”. L’obiettivo quindi è spesso lo stesso, il dimagrimento e la restrizione, ma l’ansia che ne deriva è travestita da autocura.
In questo vocabolario gli alimenti non sono più nutrienti, ma buoni o cattivi.
Negli ultimi anni questo concetto si è trasformato in una vera macchina di terrorismo psicologico, il cosiddetto fear-mongering: una tattica che sfrutta paura e ansia per vendere prodotti come unica soluzione. Il suo obiettivo è creare colpa e minaccia costanti, spaventando le persone e portandole a credere che “tutto ciò che fanno è sbagliato e le sta danneggiando”.
La paura di oli alimentari, glutine, latticini o persino la frutta, perché “c’è troppo zucchero”, diventa paralizzante. Questa tendenza porta alla diffusione di una serie di mode tossiche che minano la salute mentale e fisica. L’elenco dei comportamenti dannosi promossi anche sui social è lungo:
- Paura degli oli alimentari e incolparli per ogni problema di salute
- Evitare i carboidrati perché “fanno ingrassare” e limitare la frutta perché “c’è troppo zucchero”
- Evitare il glutine senza avere allergie o intolleranze diagnosticate
- L’idea che solo prodotti specifici (collagene, verdure…) possano guarire problemi intestinali
- Bere acqua con limone al mattino per “risvegliare il metabolismo”
- L’ossessione per l’uso di integratori per risolvere problemi di salute senza focalizzarsi sulle basi (sonno, dieta equilibrata, gestione dello stress)
Questa ossessione patologica per la purezza e la qualità del cibo è il nucleo dell’Ortoressia Nervosa (ON), un disturbo del comportamento alimentare sempre più diffuso.
Il contenuto dei social media che promuove il “mangiare pulito” è direttamente collegato a un aumento dell’ansia legata al cibo e a una maggiore insoddisfazione corporea.
L’ortoressia, definita dal dietologo Steven Bratman come “un disturbo mascherato da virtù”, si stima colpisca circa 300.000 persone in Italia ed è in costante crescita, soprattutto tra gli uomini. Il meccanismo è subdolo. Sebbene l’intento iniziale sia ottenere una dieta il più possibile sana, l’ossessione finisce per produrre l’effetto opposto, generando stress e ansia cronici che annullano i benefici. La paura di mangiare in contesti sociali o l’eliminazione completa di interi gruppi alimentari (senza intolleranze diagnosticate) sono chiari segnali di come l’ossessione per il “mangiar pulito” possa deteriorare la salute mentale e fisica.
Questa ossessione si manifesta anche nel biohacking, il tentativo di controllare gli esiti della salute (come il sonno o la digestione) al di là di ciò che è realisticamente possibile, glorificando i rimedi naturali e promuovendo l’esclusione di tutto ciò che è percepito come processato o chimico.
Il perfezionismo incoraggiato da questa cultura è un fattore di rischio che spesso si accompagna ad ansia, disturbi ossessivo-compulsivi e disturbi alimentari.
La performatività tossica: wellness burnout e fitspiration
Quando la salute viene reinterpretata come un progetto estetico, il benessere diventa una performance continua, con ricadute significative sulla salute mentale. Negli ultimi anni si è diffusa la cosiddetta wellbeing burnout, una condizione alimentata dalla pressione sociale di dover essere costantemente in forma, efficienti, produttivi, snelli e mentalmente al top. Questo fenomeno colpisce in modo particolarmente marcato la Generazione Z e i Millennial.
Secondo il Global Wellness Report 2024 di Lululemon, quasi la metà dei consumatori globali (45%) dichiara di aver sperimentato una forma di esaurimento emotivo legata al benessere. L’ossessione per l’ottimizzazione costante produce una pressione senza scuse e un senso di colpa paralizzante ogni volta che non si riesce a rispettare le pratiche previste. Ciò rivela un paradosso centrale: la cultura del wellness afferma di puntare al benessere, ma richiede di sentirsi bene praticamente il 100% del tempo, rendendo impossibile tollerare la vulnerabilità o la fluttuazione emotiva.
Anche messaggi apparentemente positivi, come lo slogan “Exercise to be fit, not skinny”, possono generare effetti tossici. Le immagini e i contenuti fitspiration diffusi sui social media, pur promuovendo uno stile di vita sano, sono stati associati a un aumento dell’umore negativo e dell’insoddisfazione corporea, soprattutto a causa del confronto sociale basato sull’aspetto fisico. La ricerca della prestazione e della forza rischia così di diventare un altro modo per giustificare la restrizione calorica e la spinta verso un ideale estetico perfezionista.
Questa performatività interferisce anche con le relazioni e la vita sociale. L’iperfocalizzazione sul sé può portare a isolamento, difficoltà a essere presenti per gli altri e forme sottili di narcisismo quotidiano, in cui il benessere personale diventa un fine totalizzante. A ciò si aggiunge la diffusione della positività tossica, che incoraggia a minimizzare il dolore e a reprimere le emozioni negative in nome di un ottimismo costante, finendo per peggiorare proprio la salute mentale che si vorrebbe tutelare.
Il controllo e i dca mascherati nel fitness maschile
Un pilastro di questo disciplinamento sono le tecnologie digitali. App per il digiuno intermittente e tracker costringono l’utente a ignorare i messaggi di cautela del proprio corpo, creando una disconnessione dalla propria saggezza interiore. L’ossessione per il dato numerico rende il self-tracking una forma di auto-punizione.
Questo controllo si manifesta con particolare virulenza nel mondo del fitness maschile. La palestra è un’ “arena” in cui gli uomini cercano di affermare la propria mascolinità.
La figura del Gymbro o Gymrat incarna una cultura della palestra che ha portato a standard estetici irraggiungibili per gli uomini. Unisce l’ideale del fisico scolpito alla mascolinità tossica, alimentando una continua ricerca di dominio fisico e prestazione.
Per gli uomini a cui è stato insegnato a sopprimere le emozioni, l’ambiente della palestra risulta confortevole perché tutto è misurato in termini fisici.
L’ossessione per massa muscolare e definizione porta a un approccio rigidamente restrittivo alla vita. Il controllo ossessivo di dieta e allenamenti si trasforma in un disturbo chiamato Vigoressia (o Dismorfia Muscolare).
I comportamenti tipici di questa cultura, come misurare meticolosamente il cibo, contare le calorie, e praticare cicli estremi di cutting e bulking, sono coerenti con i DCA.
Inoltre sui social influencer spingono i giovani uomini a perseguire fisici che spesso sono realizzabili se si assumono steroidi o se si è uomini adulti, creando uno standard irraggiungibile per gli adolescenti. Il prezzo di questa “perfezione” non è la salute, ma spesso l’uso di sostanze come steroidi e uno stress fisico e psicologico insostenibile.
La trappola psicologica del “gym bro“
Tuttavia, la spirale tossica che avvolge il gym bro sembra agire con un livello di criticità e di negazionismo particolarmente pericoloso. Se la cultura tossica della dieta ha esposto le donne per decenni, creando almeno un certo grado di consapevolezza del danno, gli uomini sembrano aver ingoiato lo standard irrealistico senza filtro critico.
Questo è preoccupante se si considera che molti giovani si confrontano sui social media con corpi disidratati, spesso sostenuti dall’uso di steroidi, pensando che in qualche modo ciò garantirà loro amore e attenzione. Ma l’ossessione per l’aspetto fisico, come dimostra chi ha attraversato percorsi simili, è un vicolo cieco psicologico: non sarà mai abbastanza.
Il modo in cui gli uomini a rischio trattano l’alimentazione è un campanello d’allarme che riecheggia i DCA restrittivi. Il cibo è ridotto a “un mezzo per un fine, o un ostacolo da superare”, generando un ciclo distruttivo. L’oscillazione tra la fame costante (durante le fasi di cutting o restrizione ossessiva) e l’eccesso forzato per raggiungere la quota proteica (durante il bulking) è una forma di rapporto disordinato e patologizzante con il nutrimento.
Nonostante gli sforzi, il risultato è un senso perenne di inadeguazione: i muscoli non sono mai abbastanza grandi o definiti. Questa insicurezza costante mina la vera fiducia in sé stessi, che non può esistere senza l’accettazione della propria imperfezione e della fragilità del corpo.
Inoltre, i DCA sono spesso circondati da un forte negazionismo. Nessuno pensa di avere un disturbo alimentare. Questo è il rischio silenzioso che la cultura del wellness nasconde dietro la sua facciata di forza.
Cosa succede se ci concediamo il diritto di fare meno?
Viviamo in una società dominata dall’healthism, dove la salute è interpretata come un dovere morale individuale. Questa ideologia costruisce una narrazione ingannevole: se stai male, è colpa tua, proprio come la diet culture ti fa credere che sia colpa tua se non hai il corpo ideale.
In questo modo, la responsabilità viene scaricata interamente sul singolo, ignorando il peso dei fattori socio-economici, della genetica e della semplice, inevitabile, fragilità umana. L’idea che “la dimensione corporea sia completamente sotto il controllo dell’individuo” e che la salute possa essere giudicata dall’aspetto è non solo inaccurata, ma anche profondamente pericolosa.
Uscire da questa trappola richiede un cambio di paradigma radicale.
Forse il passo più rivoluzionario verso la vera cura di sé è concedersi il diritto di fare meno, di rallentare, di spostare il baricentro da prestazione a presenza. Trovare valore in vittorie più leggere – la gioia, la connessione, la serenità – invece che nel controllo ossessivo.
Abbandonare la mentalità della dieta e dell’efficienza, per riscoprire un’alimentazione intuitiva, più compassionevole e realistica. Ritrovare la salute non come un progetto individuale di perfezione, ma come una forma di relazione: con se stessi, con gli altri, con il mondo.
Un corpo sano non è quello perfetto o sempre performante, ma quello che sappiamo ascoltare, rispettare e accettare. Un corpo libero dal giudizio e dall’ossessione di controllo imposta da un’industria che prospera sulle nostre insicurezze. Non si misura solo nel mangiare verdura o junk food, ma nel trovare finalmente il proprio equilibrio.
A cura di
Martina Cavalli
