La vigoressia è un disturbo poco conosciuto, ma sempre più diffuso: è una forma di dismorfia corporea in cui la persona sviluppa un’ossessione per il cibo “perfetto”, gli allenamenti impeccabili e la ricerca del corpo ideale. È una gabbia che si costruisce piano, con regole, tabelle e rinunce e che spesso chi ne soffre non vede perché la scambia per forza di volontà. Intorno a quella gabbia, quasi sempre, c’è qualcuno che guarda impotente.
La vigoressia non ferisce soltanto chi la vive in prima persona: si allarga, scivola nelle relazioni, smuove equilibri, e mette a dura prova la quotidianità di chi vorrebbe solo amare e comprendere. La sofferenza diventa un ecosistema silenzioso: ci si trova a misurare le uscite, i piatti, le parole, i momenti e si inizia a osservare se stessi con occhi che non sono i propri.
Quella che segue è una testimonianza in esclusiva per noi della redazione di SaliceMag che racconta proprio questo: la parte nascosta, sottile, rispettosamente complessa del vivere accanto a chi attraversa un disturbo alimentare legato al controllo e alla rigidità.
Per proteggere la sua identità, chiameremo questa donna Virginia.
Quando mangiavi in modo normale, come reagiva il tuo fidanzato? Ti giudicava o faceva confronti con te? Puoi raccontare un episodio significativo?
Non mi ha mai giudicata apertamente quando mangiavo in modo normale, non mi ha mai detto qualcosa di preciso per farmi sentire che mangiavo male, però ci girava sempre intorno.
Non si confrontava direttamente con me: si limitava a ripetere che il mio modo di mangiare era “sbilanciato”. Quando gli chiedevo perché lo ritenesse tale, rispondeva che assumevo poche proteine. Io gli facevo notare che, a mio parere, lui mangiava quasi solo riso e troppe proteine, senza toccare mai la verdura, e lui ribatteva che la verdura “non serve a niente”.
Era un continuo conteggio calorico, su qualsiasi cosa. Le uniche cose che non lo mandavano in agitazione erano petto di pollo lesso, salmone ai ferri o lesso, riso basmati, yogurt greco 0%, cioccolato extra fondente. Le verdure non le toccava perché secondo lui “non fondamentali per la crescita muscolare”.
In casa aveva una quantità impressionante di integratori, cose che non ho mai capito cosa fossero. E non parlo di creatina o amminoacidi, che uso anch’io in palestra: c’erano barattoli e confezioni di ogni tipo, e si preparava cocktail di pillole assurdi.
Fin dall’inizio avevi percepito qualcosa di rigido nel suo rapporto con il cibo o tutto è emerso più avanti?
All’inizio non avevo capito che avesse questo problema. Non mi ero resa conto di quanto fosse rigido perché lo aveva mascherato molto bene. Me ne sono accorta col tempo, quando ha iniziato a emergere la sua vera natura iraconda nel momento in cui non gli era possibile mangiare come diceva lui.
Infatti, poi mi sono chiesta come avesse fatto le prime volte che uscivamo a sopportare di bere un bicchiere di vino e mangiare fuori.
Nel suo ambiente (amici, palestra o famiglia) qualcuno alimentava o commentava questo suo atteggiamento?
Gli facevano i complimenti sul fisico, ma allo stesso tempo gli dicevano che era esagerato per come mangiava e per le restrizioni che si autoimponeva. La cosa che mi ha sempre colpito è che lui riportava queste critiche come fossero un vanto: gli facevano notare l’esagerazione del controllo e lui sembrava caricarsi, come se quelle osservazioni alimentassero il suo ego. Si sentiva ancora più giustificato a proseguire.
C’è stato un momento preciso in cui hai capito che il suo rapporto col cibo stava iniziando a influenzarti?
L’ho capito una sera in cui saremmo dovuti uscire con i miei amici. Più si avvicinava l’orario della cena, più lui diventava irrequieto. Continuava a dire che voleva restare a casa, poi cambiava idea, poi di nuovo si tirava indietro.
Non capivo se fosse stanco, se non gli piacessero i miei amici o se ci fosse altro. A un certo punto, gli ho strappato di bocca la verità: non voleva venire perché sapeva che, se fosse uscito, avrebbe ingerito qualche caloria in più del “necessario”.
Poi ha cambiato idea di nuovo ed è venuto, ma sempre nervoso, agitato, arrabbiato. Guidava come se l’avessi costretto ad andare al patibolo.
Ha mangiato un primo e bevuto una birra.
Il giorno dopo passava il tempo allo specchio dicendo che si era “rovinato gli addominali” e che avrebbe dovuto fare una dieta rigidissima per una settimana.
Hai mai provato a parlargli del suo comportamento? Era disposto a discuterne?
Sì, ho provato a parlarne con lui, ma insisteva nel dire che sapeva perfettamente quello che faceva. Gli ho chiesto se fosse seguito da un nutrizionista, e lui rispondeva che non ne aveva bisogno perché “sa informarsi da solo su internet”.
Se provavo ad approfondire o chiedere altro, si infastidiva, si arrabbiava, e partivano le urla.
Ti è mai capitato che ti facesse dubitare del tuo modo di mangiare o che minimizzasse le tue sensazioni di fame?
Non ha mai minimizzato la mia fame, anche perché avevo la sensazione che guardarmi mangiare lo appagasse, come se per procura potesse mangiare anche lui. Un po’ come chi si priva del cibo ma guarda video di persone che mangiano.
Per questo, mentre mangiavo mi sentivo molto osservata: vedevo due occhi famelici che sembravano trarre piacere nel guardarmi.
Ti ha mai fatto sentire “sbagliata” o priva di autocontrollo?
A un certo punto, nonostante io frequenti palestre e piscine da sempre e segua un’alimentazione sana e bilanciata, stabilita da una nutrizionista dopo aver scoperto una grossa intolleranza, ho iniziato a sentirmi non in forma a causa del suo controllo maniacale.
Mi sentivo sbagliata nella mia alimentazione, come una persona senza autocontrollo, come qualcuno che “non si vuole bene”.
La fine della nostra frequentazione è stata una liberazione: mi sono resa conto che evitavo di uscire, di proporgli uscite, o qualsiasi cosa che potesse scatenare rabbia o frustrazione. Mi faceva sentire una persona cattiva che non rispettava il suo stile di vita, una tentatrice che voleva farlo ingrassare.
Era tutto molto sottile ma costante.
Guardandoti indietro, quali segnali oggi riconosceresti come veri campanelli d’allarme?
Una sera siamo andati a un evento: non ha mangiato nulla, nemmeno le cose sane che c’erano, perché non poteva controllare le calorie. Mentre attendevo il mio cibo, e durante tutto l’evento, guardava il cibo attorno a sé come un animale in gabbia, con la fame stampata in faccia.
Quella sera aveva fatto due allenamenti intensivi. Continuavo a dirgli di mangiare, non eravamo certo in un fast food, ma lui ha preferito digiunare fino alle due del mattino, quando siamo tornati a casa e si è preparato due etti di spaghetti in bianco.
Un’altra sera, eravamo con i suoi amici: quando nessuno lo guardava, ha iniziato a divorare i dolci sul tavolo in modo furtivo e vorace, come se non mangiasse da anni.
Come vivevi il contrasto tra il suo bisogno di controllo assoluto e il tuo desiderio di una vita normale? Ti sentivi in colpa?
Non mi sentivo in colpa: i miei anni di psicoterapia e la consapevolezza di avere un buon rapporto con cibo e sport mi hanno sempre protetta.
Mi sentivo però a disagio: avevo smesso di invitarlo a uscire e lo facevo da sola con i miei amici, perché non volevo far nascere discussioni.
Credo che un’esperienza del genere, in una persona con meno consapevolezza di sé, avrebbe potuto creare grossi disagi e danni psicologici.
Il momento della rottura: cosa ti ha detto quando avete deciso di chiudere?
Quando abbiamo posto fine alla nostra frequentazione, mi ha detto che non poteva andare avanti perché io lo rendevo felice e quando è felice gli viene voglia di uscire, mangiare, fare festa.
“Ma io questo non me lo posso permettere”, diceva, “se voglio mantenere il mio corpo”.
Quindi, secondo lui, io ero un danno: danneggiavo la sua forma fisica, il suo ritmo di allenamento, il suo controllo calorico.
Alla fine, ciò che resta non è una definizione clinica, ma una semplice consapevolezza: quando il rapporto con il cibo di qualcun altro comincia a spegnere il tuo, è lì che serve fermarsi.
Virginia lo ha capito: non aveva nulla da correggere in sé, solo qualcosa da proteggere.
E il messaggio che lascia è tutto qui, semplice e gentile: stai dove ti senti bene e quando qualcosa ti fa dubitare di te, ascoltati.
a cura di
Michela Besacchi
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