Campionessa mondiale di pattinaggio artistico a rotelle, Sara Venerucci racconta cosa significa crescere in uno sport agonistico che chiede rigore fin da bambine. La sua testimonianza diventa un invito ai più giovani: seguire le regole, sì, ma senza smettere di ascoltarsi
Nel pattinaggio artistico a rotelle si impara presto a stare dritte, a cadere senza fare rumore, a sorridere mentre il corpo lavora.
Si impara anche che il corpo va gestito, accompagnato e rispettato ed è così che l’alimentazione entra, quasi in punta di piedi, nella vita di chi inizia da bambina: non come ossessione, ma come parte di un equilibrio delicato che va imparato nel tempo.
Sara Venerucci, campionessa mondiale, quel tempo lo ha attraversato tutto e racconta a noi di SaliceMag una consapevolezza: le regole servono, anche a tavola, perché fanno parte dello sport ma servono ancora di più le persone, le competenze e l’ascolto.
Servirebbe dirlo prima, ai ragazzi che oggi crescono cercando di fare tutto “nel modo giusto”, a volte da soli, a volte senza sapere che ascoltarsi non è un segno di debolezza, ma di maturità.
La sua voce ricorda che il corpo non è qualcosa da controllare, ma da conoscere, che la disciplina non esclude la gentilezza e che nello sport, come nella crescita, imparare a chiedere aiuto è parte dell’allenamento.
Parlaci di te: chi sei, quale è la tua storia?
Sono Sara Venerucci e vengo da Rimini: attualmente sono mamma di due bellissime bimbe e lavoro in Ausl come impiegata amministrativa. Sono qui a raccontarmi perché sono stata una sportiva a livello professionale, 9 volte campionessa mondiale nella specialità della coppia artistico, nel mondo del pattinaggio artistico a rotelle.
Come è nato l’amore per il pattinaggio artistico?
Io sono nata nel pattinaggio artistico in quanto i miei genitori sono allenatori della Nazionale italiana di Pattinaggio, hanno una loro scuola a Rimini e mio padre è stato a sua volta 11 volte campione mondiale sempre nella specialità della coppia artistico. Un destino abbastanza segnato anche se in realtà ho praticato anche danza classica e ginnastica artistica, per poi scegliere di dedicarmi solo al pattinaggio in 3 delle sue specialità. È sempre stata la mia seconda casa e il luogo dove sono riuscita ad esprimere al meglio me stessa. Sicuramente il fatto di avere la mia famiglia coinvolta ha influito ma l’ho sempre vista come un’opportunità per condividere la stessa passione e le stesse emozioni con le persone più importanti per me.
Lo sport agonistico va di pari passo con la restrizione alimentare e il controllo del fisico: perché e come hai vissuto questo paradigma?
L’agonismo è sinonimo di un sacrificio a 360 gradi. Quando si tratta di una disciplina artistica, dove la componente estetica è centrale, il controllo del peso diventa un fattore determinante per la riuscita tecnica degli esercizi. Nel mio caso specifico, praticando pattinaggio di coppia, questo aspetto era ancora più cruciale, poiché il mio partner doveva sostenermi nei sollevamenti.
Il rapporto con l’alimentazione è stata la sfida più difficile da affrontare: l’imposizione di una restrizione, per natura, amplifica il desiderio di ciò che ci viene negato. È una vita scandita da rinunce e privazioni, che diventano particolarmente intense in prossimità delle competizioni più importanti. Tuttavia, quando l’obiettivo è chiaro, la sofferenza diventa consapevole e, in un certo senso, gratificante. Nonostante i sacrifici, è un percorso che rifarei senza esitazioni e di cui non mi pento affatto.
Com’era la tua giornata tipo a livello di alimentazione? Quanti pasti e spuntini facevi e a che orari?
A causa della pressione legata alla prestazione e all’estetica, ho attraversato periodi in cui il mio rapporto con il cibo non è stato lineare, manifestando alcuni disturbi del comportamento alimentare. Sebbene non siano mai sfociati in forme gravi, hanno reso la gestione dei pasti una sfida costante. Tuttavia, ho compreso l’importanza di un’alimentazione bilanciata per sostenere l’intensità degli allenamenti.
Quando riuscivo a seguire un regime regolare, la mia giornata era strutturata per fornire al corpo l’energia necessaria: una colazione nutriente, uno spuntino a metà mattina, un pranzo incentrato su carboidrati e verdure per garantire la spinta energetica, una merenda pomeridiana e, infine, una cena a base di proteine e fibre per il recupero muscolare. Questo schema alimentare permetteva al mio organismo di ricevere tutti i nutrienti essenziali per affrontare le numerose ore di attività fisica quotidiana.
Quando potevi “sgarrare” dalla dieta, come gestivi quei momenti? Ti sentivi in colpa o rilassata? Descrivi un episodio.
Gli episodi emblematici di questo conflitto interiore sono innumerevoli. Vivevo lo “sgarro” alimentare con estrema ambivalenza: lo desideravo intensamente, ma subito dopo subentrava un profondo senso di colpa per aver trasgredito alle regole che io stessa mi ero imposta. Si innescava così un circolo vizioso: l’aumento di peso comportava una maggiore fatica fisica, che gravava anche sul mio partner, e un conseguente nervosismo dovuto al non vedermi in forma. Questo stato d’animo influenzava negativamente la qualità tecnica degli allenamenti, alimentando ulteriormente il malessere.
Era un meccanismo a catena in cui a ogni trasgressione seguiva una reazione psicologica complessa. Riuscivo a vivere il cibo con serenità solo quando lo sgarro era “giustificato” dal contesto, come nel post-gara. Al contrario, se accadeva prima di un allenamento, mettevo in atto condotte compensatorie disfunzionali: digiuni prolungati, sessioni di corsa extra per “smaltire” o, nei casi peggiori, l’assenza dall’allenamento per timore di mostrare una forma fisica non ottimale. Oggi riconosco lucidamente che quelle strategie erano profondamente errate e controproducenti per il benessere sia fisico che mentale.
C’erano alimenti proibiti o concessi solo in rare occasioni? Se sì, come ti faceva sentire tutto questo?
Ho compreso che una corretta alimentazione non si basa sulla privazione, ma sull’equilibrio: mangiare tutto è possibile e necessario. Ciò che fa realmente la differenza sono le quantità e la distribuzione dei nutrienti nei diversi momenti della giornata, in base alle richieste energetiche dell’organismo. Si potrebbe quindi affermare che nessun alimento è intrinsecamente “buono” o “cattivo”. È la misura, insieme alla consapevolezza alimentare, a determinare se un cibo sia funzionale al benessere e alla prestazione o, al contrario, controproducente.
Guardando indietro, cambieresti qualcosa nella tua gestione dell’alimentazione?
Se potessi tornare indietro, cercherei di perseguire una maggiore costanza, così da evitare le frenetiche “corse dell’ultimo minuto” che comportano inevitabilmente pesanti restrizioni, sia fisiche che mentali. La costanza è un valore che ripaga sempre, in ogni ambito della vita. Tuttavia, bisogna riconoscere che la tenuta psicologica non sempre lo permette. È proprio qui che risiede la sfida più grande dell’agonismo: l’equilibrio tra la disciplina ferrea e l’ascolto delle proprie fragilità emotive.
Sentivi di dover rinunciare a esperienze sociali per rispettare i piani alimentari?
La dimensione sociale del cibo rappresentava un’ulteriore sfida: mangiare in compagnia può indurre a eccedere o accentuare il senso di diversità rispetto a chi non è vincolato a restrizioni atletiche. In questo senso, restare nel proprio “habitat”, circondati solo da alimenti funzionali, aiuta a mitigare il peso della privazione. Tuttavia, queste situazioni possono essere interpretate come vere prove di carattere, che portano a interrogarsi sulle proprie priorità: è più gratificante un piacere momentaneo o il raggiungimento di un obiettivo agonistico ambizioso?
Quando la risposta è la vittoria, il sacrificio perde parte della sua asprezza. Soprattutto in prossimità delle gare, evitare le tentazioni è una strategia necessaria per prevenire i sensi di colpa e mantenere alta la concentrazione, rimandando la convivialità al post-gara. Naturalmente, tale rigore non può essere mantenuto ininterrottamente, poiché diventerebbe una tortura psicologica insostenibile. Saper rinunciare a un momento di festa fa parte della disciplina e dell’identità stessa dell’atleta agonista.
Guardando indietro, c’è qualcosa nella gestione dell’alimentazione che cambieresti o di cui vorresti parlare con i giovani atleti?
Credo sia più giusto concedersi qualche piccolo “sgarro” regolarmente, piuttosto che privarsi di tutto per lunghi periodi e poi esagerare nel momento in cui si cede. L’eccesso non va mai bene, né in negativo né in positivo.
È vero che i sacrifici sono necessari per ottenere risultati, ma bisogna sempre farli in maniera salutare, mai “malata”. Se ci si accorge che un pensiero diventa un’ossessione o che è in grado di condizionare negativamente le nostre giornate, allora vuol dire che stiamo sbagliando approccio. Il mio obiettivo sarebbe sicuramente quello di farmi amico il cibo, non nemico, per vivere l’agonismo al meglio delle mie possibilità.
Un’altra cosa fondamentale è parlarne. Bisogna rivolgersi a chi ha le competenze per capire o anche solo a chi sa ascoltarci e aiutarci. Se ci nascondiamo e neghiamo l’evidenza, significa che sta nascendo un disturbo. Il mio consiglio è di non vergognarsi mai di chiedere aiuto o conforto: la prevenzione è sempre meglio del sacrificio fatto di sola frustrazione.
a cura di
Michela Besacchi
articolo scritto con il parziale aiuto del’IA
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