Non sono capricci infantili, non è una fase passeggera e, soprattutto, non è una scelta. Per chi soffre di ARFID, il cibo è una vera e propria barriera psicologica e sensoriale
Il disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo (ARFID) è stato inserito nel manuale DSM-5 e, di conseguenza, riconosciuto ufficialmente come malattia solo a partire dal 2013.
È un disturbo che compare spesso durante l’infanzia e può persistere fino all’età adulta. I dati clinici disponibili mostrano una prevalenza particolare nei bambini e negli adolescenti.
I tre volti dell’ARFID
L’ARFID si manifesta principalmente attraverso tre percorsi, spesso intrecciati tra loro, che trasformano il cibo da nutrimento a minaccia:
- L’ipersensibilità sensoriale: un’avversione estrema per odori, consistenze o colori. Come racconta un utente su Reddit: “alla vista, al pensiero o all’odore di qualcosa che non mangio solitamente mi viene da vomitare”.
- Paura delle Conseguenze: spesso il disturbo scatta dopo un episodio di soffocamento o una brutta influenza intestinale. Il cervello registra il cibo come un pericolo di morte. Sul forum FEM, una madre racconta: “è stato male per una brutta influenza… da lì è diventato sempre più selettivo”.
- Disinteresse per il cibo: è il caso di chi non prova lo stimolo della fame. Il cibo è una noia, una perdita di tempo. “Non gliene frega nulla di mangiare”, commenta un’altra madre sconsolata.
Il legame con la neurodivergenza
Un aspetto fondamentale che emerge dalle testimonianze raccolte nei vari forum (reddit, Fem) è la correlazione tra ARFID e neurodivergenza (come l’autismo o l’ADHD). Molti utenti descrivono una sensibilità che va oltre il piatto: “mi succede lo stesso anche con alcuni rumori, mi sento indifesa e vorrei stare in silenzio per ore”. In questi casi, la selettività alimentare è solo una delle manifestazioni di un sistema nervoso che elabora gli stimoli esterni (suoni, luci, sapori) in modo molto più intenso rispetto alla norma.
I “Cibi Sicuri“
Chi soffre di ARFID sopravvive grazie ai “safe foods” (cibi sicuri). Spesso si tratta di alimenti secchi, di colori neutri (pasta in bianco, cracker…) e, soprattutto, di marche specifiche che garantiscono sempre lo stesso identico sapore e l’assenza di sorprese sensoriali.
Un primo aspetto che si sgretola è proprio la vita sociale: “faccio fatica anche ad andare nei ristoranti”, racconta un’altra testimonianza, “perché se l’ingrediente è leggermente diverso, il piatto non è più sicuro”. L’isolamento diventa una conseguenza inevitabile, alimentato dal senso di colpa e dall’imbarazzo di dover spiegare a colleghi o amici perché non si riesce a toccare nulla nel piatto.
Una diagnosi spesso mancata
L’ARFID fatica ancora a essere riconosciuto da adulti e medici come una vera malattia. Spesso, inoltre, viene confuso con altri DCA.
È bene chiarire che l’ARFID sia un disturbo diverso dall’anoressia, in quanto il rifiuto del cibo non è mosso dal desiderio di dimagrire o da una distorsione dell’immagine corporea. Nonostante ciò, i danni fisici sono sovrapponibili: arresto della crescita nei bambini, stanchezza cronica, gravi carenze vitaminiche e, nei casi più acuti, problemi cardiaci dovuti alla malnutrizione.
Il dramma nel dramma è spesso la risposta del mondo circostante. Molti pazienti portano le cicatrici di metodi educativi coercitivi. “I miei genitori mi dicevano di non alzarmi finché non avevo mangiato…. mi sono addormentata a tavola pur di non toccare quel cibo”.
I medici spiegano che ricatti, premi o punizioni sono non solo inutili, ma dannosi: innescano comportamenti oppositivi e trasformando il pasto in un momento traumatico.
In questo scenario, il pediatra gioca un ruolo cruciale: troppo spesso, però, la diagnosi viene ritardata perché, finché il bambino cresce regolarmente, il problema viene liquidato come “eccessiva selettività“.
Purtroppo ancora oggi troppi professionisti danno consigli fuorvianti: “un nutrizionista mi ha detto: lascialo a digiuno finché non mangia. Mio figlio è stato 4 giorni senza toccare nulla”.
In questo modo vengono ritardate diagnosi che potrebbero cambiare la vita.
La strada verso la guarigione
Uscire dall’ARFID non significa “imparare a mangiare tutto”, ma espandere gradualmente la propria varietà alimentare per garantire al corpo i nutrienti necessari. Il trattamento è multidisciplinare:
- CBT-AR (terapia Cognitivo-Comportamentale specifica): aiuta a gestire l’ansia e a introdurre gradualmente nuovi alimenti attraverso un’esposizione controllata e non forzata.
- Supporto Nutrizionale: per arginare danni come l’ipotensione, la fragilità ossea o l’aritmia cardiaca dovuta alla malnutrizione.
- Empatia familiare: capire che il rifiuto non è una sfida all’autorità, ma una reale difficoltà neuro-biologica.
La vittoria più grande non è finire il piatto, ma il coraggio di provare. Come scrive un utente dopo aver assaggiato un chicco di riso integrale: “non mi è piaciuto, ma sono orgoglioso di me stesso per averlo provato”. In quel piccolo gesto c’è tutto il senso della lotta contro l’ARFID: la riconquista di un pezzetto di libertà.
a cura di
Martina Cavalli
