L’Operazione Metro Surge mobilita migliaia di agenti federali in Minnesota, provocando arresti di massa, due morti e proteste tra le comunità locali. Minneapolis, città santuario, è al centro dello scontro tra Trump e i Democratici
Minneapolis, è qui dove tutto ha avuto inizio ancor prima che il 2026 arrivasse. È infatti nell’ultima settimana di dicembre 2025 che sono iniziate le retate anti-immigrazione da parte degli agenti federali dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement), seminando il panico e terrorizzando tutta la popolazione. Un’operazione che verrà poi denominata Operazione Metro Surge. Per comprendere come si sia arrivati a questo punto, è però necessario fare un passo indietro.
Cos’è l’ICE? E perché Minneapolis?
L’ICE è un’agenzia federale istituita nel 2003, durante la presidenza di George W. Bush, in seguito agli attentati dell’11 settembre 2001, come parte del Dipartimento della Sicurezza Interna (DHS). Nata dalla fusione di unità dell’Immigration and Naturalization Service (INS) e della U.S. Customs Service, ha il compito di far rispettare le leggi sull’immigrazione, condurre indagini su reati transnazionali, gestire arresti, detenzioni ed espulsioni. Nel tempo l’agenzia ha assunto dimensioni sempre più notevoli. Oggi conta oltre 21.000 operatori articolandosi principalmente in due divisioni: Enforcement and Removal Operations (ERO), responsabile di arresti, deportazioni e della gestione di oltre 100 centri di detenzione civile che ospitano circa 41.000 persone; e la Homeland Security Investigations (HSI), con circa 8.700 agenti in oltre 300 uffici nel mondo, incaricata di indagare su traffico di droga, armi, esseri umani e cybercrime.
Osservando da vicino quanto riportato è impossibile non accorgersi del perché Minneapolis è stata presa di mira dall’ICE con le sue retate. Città santuario, amministrata da democratici, con forti comunità migranti e una lunga tradizione di resistenza alle politiche federali sull’immigrazione, è stata un obiettivo strategico. Come città santuario la polizia locale non ha l’obbligo di aiutare le indagini dell’ICE, questo vuol dire che non è obbligata a segnalare automaticamente le persone ai federali e nemmeno a trattenere dei cittadini solo perché lo richiedono (senza il mandato di un giudice). L’ICE può comunque operare, ma da solo, senza l’appoggio attivo della polizia cittadina. Paradossalmente, questi risultano essere grandi vantaggi per i federali, in quanto intervenire in una città come Minneapolis serve a mandare un messaggio molto chiaro, dimostrare che il governo federale “comanda comunque”, mettendo pressione su altre città santuario.
L’Operazione Metro Surge
Tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, il DHS (Department of Homeland Security), ha avviato in Minnesota la Operation Metro Surge, descritta come la più grande operazione di applicazione di leggi sull’immigrazione mai condotta negli Stati Uniti. L’operazione ha coinvolto migliaia di agenti federali impegnati in arresti su strada, nei luoghi di lavoro e nelle abitazioni, avvalendosi di spray urticante, gas lacrimogeni e armi letali. A Trump serve per “ripristinare legge e ordine” contro “insurrezioni” locali. L’operazione mira a 3.000 arresti giornalieri nazionali.
Accanto all’ICE è stata schierata anche la United States Border Patrol, nonostante sia formalmente una polizia di frontiera, guidata dal comandante Gregory Bovino nominato “commander-at-large” dall’amministrazione Trump. Bovino è stato il volto pubblico dell’Operazione Metro Surge, inviato con agenti mascherati in città. Presentata come una risposta di emergenza, l’operazione ha assunto rapidamente un carattere fortemente militarizzato. In un clima di crescente terrore, secondo un’inchiesta di NBC News, rilanciata anche in Italia, in questa squadra federale circa 200 nuove reclute ICE sarebbero state arruolate senza aver completato l’addestramento previsto, a causa di un problema nel sistema di intelligenza artificiale utilizzato per le assegnazioni operative.
Minneapolis, però, non è un caso isolato. Operazioni analoghe sono in corso, o sono state avviate, anche a Chicago (Operation Midway Blitz), New York (Operation Salvo) e in altre grandi città considerate “territori della resistenza” democratica. Documenti interni citati da “Wired” indicano inoltre la creazione di una rete di centri di detenzione e hub logistici multistatali.
La morte di Renee Nicole Good e di Alex Pretti
I fatti di Minneapolis hanno riacceso il dibattito sulle politiche migratorie dell’amministrazione Trump e dei suoi metodi ritenuti sproporzionatamente violenti utilizzati per applicarle. Al centro della polemica restano ICE e Border Patrol, oggi accusate di essere responsabili della morte di due cittadini americani durante le operazioni federali, Renee Nicole Good e Alex Pretti.
Il 7 gennaio 2026, Renee Nicole Good, 37 anni, maestra elementare e poetessa, viene uccisa da un agente ICE a Minneapolis. L’agente spara tre colpi attraverso il finestrino dell’auto, mentre la donna si trova ferma all’interno del veicolo. L’esaminatore medico della contea di Hennepin classifica la morte come omicidio. Testimoni oculari riferiscono che l’auto non si stava muovendo verso gli agenti. L’episodio scatena proteste immediate contro le retate ICE, scontri con le forze dell’ordine e le dimissioni di procuratori federali, che contestano il tentativo di collegare la vittima a gruppi anti-ICE. A distanza di poche settimane la situazione precipita ulteriormente.
Il 24 gennaio 2026, durante una protesta contro le operazioni federali, viene ucciso Alex Pretti, 37 anni, infermiere di terapia intensiva, cittadino statunitense, legale possessore di armi. Pretti non era il bersaglio dell’operazione che, invece, mirava a un immigrato accusato di aggressione. Secondo la versione ufficiale, Pretti avrebbe opposto resistenza armata. Tuttavia, video e testimonianze raccolti da diversi media contraddicono questa ricostruzione. L’uomo aveva un telefono in mano mentre aiutava una manifestante, e un agente avrebbe estratto un’arma dopo averlo immobilizzato a terra. Pretti viene colpito da almeno due agenti federali con fino a dieci colpi d’arma da fuoco. La successione ravvicinata dei due omicidi segna un punto di rottura.
Proteste, gelo e risposta istituzionale
Gli Stati Uniti sono stati scossi da giorni di tensione e mobilitazione dei cittadini con proteste che si diffondono rapidamente, nonostante temperature fino a –23°C, con slogan come “ICE OUT” e richieste di ritiro delle forze federali. Il governatore del Minnesota Tim Walz schiera la National Guard, definendo il secondo omicidio un “inflection point” e dichiara di aver perso fiducia nelle autorità federali, affidando allo Stato del Minnesota la guida dell’indagine, ma la risposta federale prende un’altra direzione.
Il presidente Donald Trump, annuncia una revisione complessiva degli eventi ma difende pubblicamente gli agenti, lodandoli e descrivendo il loro operato come un “lavoro fenomenale”. Al Wall Street Journal dichiara che “a un certo punto l’ICE lascerà Minneapolis”, senza fornire una tempistica. Su Truth Social attribuisce le morti al “caos provocato dai Democratici” e accusa le città santuario di incoraggiare agitatori di sinistra.
Solo dopo settimane di pressione politica e proteste diffuse emerge un primo segnale di cambiamento. Martedì 27 gennaio alcuni agenti federali hanno lasciato Minneapolis come parte di un cambio di strategia da parte dell’amministrazione Trump. Il presidente ha inviato Tom Homan, ex capo dell’ICE, per supervisionare le operazioni, sostituendo il comandante della Border Patrol, Gregory Bovino, e parte del suo team, in risposta alle proteste e agli incidenti recenti.
Alla fine, quello che succede a Minneapolis è molto più di una semplice operazione federale. È cercare di capire quale sarà il confine tra sicurezza, legge e rispetto dei diritti civili. Con migliaia di arresti già effettuati e centinaia di agenti schierati sul campo, il dibattito non accenna a fermarsi. Quello che accadrà nei prossimi mesi potrebbe definire la strategia dell’ICE e delle autorità federali in tutto il paese.
“È accaduto, quindi può accadere di nuovo.”– Primo Levi.
a cura di
Beatrice Berti

Bellissimo articolo!!