Meglio il Caimano della Fiamma, dunque? Sui social sembra che ci sia un diffuso (e assolutamente incredibile) rimpianto per Berlusconi. Ma perché?
Mentre la premier Meloni, quella che va a fare il proprio lavoro a Palazzo Chigi un giorno si e dieci no, sfoggia decisionismo e piglio da “io sono Giorgia e non ci stò più”, nei meandri più reconditi e polverosi del pensiero progressista serpeggia un’eresia che fino a ieri sarebbe costata la lapidazione mediatica: il rimpianto per Silvio Berlusconi.
Pare infatti che alcuni orfani della sinistra (sui social), smarriti nella fitta e oscura nebbia meloniana, stiano riscoprendo il Cavaliere di Arcore. Un fenomeno che meriterebbe un trattato di “psicopatologia della politica italiana”, ma accontentiamoci, per ora, di elencare i capi d’accusa di questa nostalgia canaglia che porta alcuni a questo lieve masochismo.
Berlusconi, l’argine inaspettato al “Pericolo Nero”? O Solo il male che conoscevamo meglio?
C’era una volta un Berlusconi che, pur con le sue leggi “salva-premier” e le cene che definire “eleganti” è un eufemismo, oggi viene quasi dipinto come un agnellino moderato, un po’ pasticcione ma in fondo innocuo.
Al confronto, la Meloni, con quella fiamma che arde nel simbolo e un pedigree politico che fa venire l’orticaria cronica ai partigiani dell’ANPI, appare come la Marchesa De Sade della politica nostrana, pronta a stringere le viti del conservatorismo.
“Almeno Silvio ci faceva ridere – o piangere, a seconda dei casi e del tasso alcolemico – ma non ci faceva tremare per le fondamenta della democrazia ogni tre per due!”, sospirano alcuni ex anti-berlusconiani della prima ora: ciò che ieri era impensabile, oggi, di fronte a un “peggio” percepito, diventa quasi accettabile.
La Meloni, invece, con la sua agenda “Dio, Patria, Famiglia” versione 2.0 (rivista e corretta per l’era dei social), fa scattare l’allarme rosso “fascismo in agguato” e così anche il classico meccanismo del “male minore”, che però, a furia di essere invocato, rischia di farci dimenticare che anche il “minore” era pur sempre un male.
Il “Berlusca umano, troppo umano”: il fascino del piazzista dal grande carisma
Pare che manchi lo stile da piazzista di lusso di Berlusconi, quel suo personalismo un po’ guascone, le barzellette da avanspettacolo e le grandi promesse.
Un “contatto umano”, un “calore” (seppur artificiale come un sorriso siliconato) che, a detta dei nostalgici, la Meloni, più istituzionale e rigida di uno stoccafisso, non saprebbe replicare nemmeno seguendo un tutorial intensivo su TikTok impartito da Chiara Ferragni.
Ma il maestro del bunga bunga ci manca non tanto per l’aspetto pruriginoso, quanto come metafora di un’Italia meno ingessata, più cialtrona ma forse più viva, dimenticando forse che quel “calore” era spesso il fumo negli occhi di un’abile operazione di marketing politico.
L’ombra lunga del Ventennio. Il passato che si rifiuta di passare
Berlusconi, pur essendo il padre nobile (o lo zio un po’ imbarazzante, a seconda dei punti di vista) del centrodestra moderno, viene ora quasi rivalutato come colui che, tra un condono edilizio e uno fiscale, aveva in qualche modo “annacquato” le pulsioni più “nere” della sua coalizione.
Lo fece, forse, con una spruzzata di liberismo all’americana, un’incrollabile (e spesso servile) fede atlantista e una narrazione incentrata più sul sogno del successo individuale che sulle glorie passate.
Oggi, invece, ogni riferimento della premier a figure, simboli o periodi controversi scatena il panico da “ritorno al passato che più passato non si può”, alimentando la percezione di una destra che non ha fatto completamente i conti con la propria storia.
È la “memoria collettiva” che, come un fantasma, torna a bussare alla porta.
Meglio un “pragmatico pasticcione” che una “narratrice regressiva”
La sinistra accusa, con il dito puntato e la voce rotta dall’indignazione (o dalla mancanza di idee alternative): la narrazione meloniana è tutta un “prima gli italiani” condito da nostalgie imperiali che sanno di muffa, un richiamo a radici profonde che però sembrano escludere chi non si riconosce in un certo modello e un revisionismo storico che fa accapponare la pelle.
Berlusconi, al confronto, pur con i suoi evidenti difetti, le sue “marchette” legislative e i suoi conflitti d’interesse grandi come una casa (con piscina e parco secolare), appariva quasi un campione di pragmatismo.
Meno impantanato in crociate ideologiche (a meno che non riguardassero i suoi processi), più interessato al “fare” (spesso per sé e per i suoi amici, ma tant’è). Un’epoca, dicono i nostalgici con un sospiro, in cui la politica era un circo, sì, ma forse meno cupo, meno carico di risentimento.
Era la politica-spettacolo, che anestetizzava forse più che dividere su fratture identitarie profonde.
Crisi identitaria a sinistra: quando il nemico di ieri diventa il “meno peggio” (e il sintomo di un vuoto cosmico)
La sinistra, frammentata come un vaso di cristallo scagliato dal quinto piano durante una lite condominiale, arranca, balbetta, non trova la quadra. Incapace di forgiare un’alternativa che scaldi i cuori (e soprattutto le urne), si ritrova a guardare indietro con gli occhi lucidi, come un’amante abbandonata che riguarda le foto del suo ex più detestato.
Berlusconi, nel bene e nel male (molto male, per la sinistra), era un polo. Un nemico chiaro, definito, quasi rassicurante nella sua prevedibilità.
Un “Grande Satana” contro cui compattarsi e definire la propria identità per opposizione.
Oggi, di fronte a una destra compatta e a una premier che non molla un centimetro, la nostalgia per il “Caimano” potrebbe essere solo il sintomo più evidente di una profonda crisi di idee, di leadership e, sociologicamente parlando, di “senso”.
In una “società liquida” come la nostra, dove le vecchie appartenenze si sciolgono, la mancanza di un “nemico” chiaro può lasciare un vuoto identitario difficile da colmare.
L’Incubo dell’agenda “valori forti”
La Meloni è percepita, da una parte consistente dell’elettorato progressista e non solo, come la paladina di un’agenda identitaria e conservatrice con richiami ai valori tradizionali (quali, poi, è sempre oggetto di dibattito), simbolismi che strizzano l’occhio a un passato ingombrante e una certa rigidità su temi etici.
E così, con una percezione politica distorta, il Berlusconi delle ville, delle veline, delle leggi ad personam e di una morale pubblica spesso discutibile, finisce per sembrare quasi un campione del “volemose bene” e del “laissez-faire”, meno divisivo e, paradossalmente, più “aperto” o quantomeno più indifferente alle scelte private altrui.
È il paradosso di una società che, forse spaventata da un eccesso di “richiami all’ordine”, finisce per rivalutare chi, almeno, garantiva un edonismo di facciata meno giudicante.
C’è da dire, e credo a ragion veduta, che il fenomeno contorto del “berlusconismo postumo” nasconda della realpolitik spicciola modello “si stava peggio quando si stava meglio”, e tanta, tantissima confusione sotto il cielo plumbeo di una sinistra che non sa più a che santo votarsi.
Sara Alice Ceccarelli
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