Abbiamo visto come, sempre di più, la soglia di età dei DCA si stia abbassando. Abbiamo quindi intervistato una vittima di disturbi del comportamento alimentare per capire cosa può far scaturire un disturbo alimentare, come viene vissuto e come, laddove possibile, viene curato.
Era il 2023 quando ho conosciuto Asia ad una festa di amici in comune. Una ragazza sensibile, appassionata di pasticceria, con tanti sogni. Fu un suo vecchio compagno di classe a raccontarmi per la prima volta la sua storia.
Qualche anno dopo, quest’estate, Asia mi ha contattata per propormi un progetto legato ai disturbi alimentari. La voglia di raccontare la sua storia ha spinto noi di SALICE Mag ad avviare una ricerca al fine di fornirle uno sfondo adeguato. Questa ha portato a galla informazioni che non avremmo mai pensato di scoprire, ed ecco che un semplice messaggio su Instagram ha fatto iniziare un’inchiesta lunga mesi.
Non ci siamo però scordate da dove tutto fosse iniziato. Per noi la storia di Asia è stato un punto di inizio per qualcosa di più grande. Quindi ecco a voi chi è Asia: classe 2000, diploma linguistico e studentessa di psicologia.
Quando hai iniziato a soffrire di DCA? Come ti sentivi in quel periodo?
Fine 2016, circa nell’estate di quell’anno, mentre ero in vacanza in Sardegna. Capita spesso che la malattia appaia in estate perché vedi la gente attorno a te in costume. All’inizio mi sentivo spaesata perché non capivo cosa mi stesse succedendo, è stato tutto molto improvviso: ho iniziato a guardare le etichette, a ridurre sempre di più le porzioni ma senza un motivo apparente, non sapevo il perché. Quando il peso ha iniziato a calare mia madre mi ha portato al Sant’Orsola a fare un controllo e per me è stato tutto subito molto traumatico, mi è sembrato tutto molto crudo: mi hanno fatta spogliare, pesare e mi hanno subito dato un piano alimentare.
Pensi che ci sia stato qualcosa attorno a te (contesto famigliare, amicizie, scuola) che possa aver influenzato / contribuito allo sviluppo di un disturbo alimentare?
Sicuramente, considerando il periodo, l’adolescenza, il fatto di vivere la scuola come un esame mi ha sicuramente messo delle pressioni. Prendere un voto basso significava “non essere all’altezza”. Inoltre, ho avuto numerosi problemi in famiglia, ad esempio il divorzio dei miei genitori, nonostante i rapporti non fossero tesi. Il problema maggiore è stato il dopo: una serie di brutte relazioni in casa, fatte di violenza psicologica ma anche fisica, che hanno sicuramente contribuito alla nascita della malattia. In più erano presenti dei fattori genetici che mi predisponevano alla malattia.
Come reagivano le persone intorno a te? Se ne sono accorte? Come ti faceva sentire?
In famiglia, la prima ad essersene accorta è stata mia madre, che mi ha anche confessato che questa era una delle sue più grandi paure, essendo stata lei stessa vittima di DCA. Mio padre, invece, è sempre stato “ignorante” in materia, non era consapevole a tutti gli effetti di cosa fosse un DCA. Certo, c’erano poi i miei nonni materni che mi seguivano molto, mi preparavano i pasti ma io facevo fatica a fidarmi, volevo che pesassero tutto e spesso controllavo che le bilance funzionassero davvero o nascondevo delle cose.
A scuola, invece, i professori non se ne sono mai accorti, non finché non ho portato i certificati medici, utili poi soprattutto nel giustificare le numerose assenze che facevo per visite e ricoveri. Con i compagni è stato diverso, non mi hanno giudicata, però mi sentivo gli sguardi addosso. Ero tra il quarto e il quinto anno quindi conoscevo molta gente nell’istituto e molti mi facevano anche i complimenti. Questo rafforzava la malattia perché prima mi sentivo molto invisibile, sia agli occhi dei ragazzi che agli occhi delle amicizie. Mi sembrava di fare la cosa giusta dato che ora mi vedevano.
Ti va di raccontarci come si manifestava il DCA nella tua quotidianità e come la condizionava?
La cosa che più mi ricordo era la fame continua, chiaramente la dovevo controllare ma la sentivo, spesso mi svegliavo di notte per i crampi. Già dalla mattina, nonostante avessi molta fame, sceglievo sempre le ciotole più piccole, i cucchiai più piccoli, per illudere la mia mente che stessi mangiando più cibo. In questi casi si ricerca sempre il volume a minor calorie possibili. Mettevo due cucchiai di yogurt, cinque cucchiaini scarsi di müsli da cui toglievo sempre la frutta secca e molta cannella. Un’altra cosa che infatti condiziona molto il DCA è la ricerca di sapore nelle spezie e nel sale, che non hanno calorie.
Un’altra cosa che mi ricordo è il freddo perenne, in qualsiasi stagione. In estate mettevo due maglioni. Avevo i geloni alle mani, ai piedi, in inverno chiedevo sempre il posto vicino al termosifone. Inoltre, condizionava sicuramente tutta la mia vita sociale: non potevo uscire fuori a mangiare, una merenda nemmeno. Facevi una passeggiata e ti fermavi a bere un succo? No, io non dovevo ingerire nulla che non fosse acqua e a volte nemmeno quella perché gonfiava troppo, soprattutto se frizzante. Quindi ho perso quasi tutta la vita sociale.
Per non parlare poi dei problemi di salute: avevo i muscoli delle gambe atrofizzati perché avevo perso un sacco di peso, ero arrivata più o meno a 39 kg e non avevo la forza di camminare o di fare le cose più comuni. Il cibo era il pensiero costante, guardavo video di cibo per credere di riempirmi. Da lì poi partono anche diversi pensieri ossessivi, la compulsione e spesso purtroppo anche pensieri suicidi perché non riesci a vedere una via d’uscita.
C’è stato un momento specifico in cui ti sei accorta che qualcosa non andava?
Io ho sempre saputo che qualcosa non andava ma per me la malattia era estremamente identitaria. Non ero in grado di vedere una vita senza malattia o un corpo diverso da quello che lei mi dava. Ho sempre capito che ci fosse qualcosa di sbagliato, di malato, però non riuscivo a mettermi nell’ottica di cambiare per non stare male. Anche quando rischiavo un arresto cardiaco perché non c’era abbastanza energia per il cuore non ho mai pensato di curarmi o di iniziare a mangiare di più. Ho sempre fatto un percorso altalenante: mangiavo per una settimana, appena mettevo su mezzo chilo riducevo tutto.
L’unica cosa che mi ha fatto un po’ cambiare mentalità è stata la mia gravidanza perché avendo un’altra persona di cui prendermi cura non lo faccio per me ma per lei. Nonostante ciò, è ancora più difficile perché vedo il mio corpo cambiare. Cerco di metterla a tacere per l’amore di mia figlia.
Quindi, come hai detto, non sei stata tu a chiedere aiuto ma è stata tua madre ad intervenire.
Esatto. Il mio chiedere aiuto era più una richiesta di eliminare la malattia ma senza che nient’altro cambiasse, senza che io dovessi fare nulla. Il mio corpo rimane magro ma senza la malattia. Una cosa quindi impossibile. Era una richiesta di aiuto finto, ho visto più di venti nutrizionisti ma io non riuscivo a seguire una dieta per più di una settimana.
Come è stato il percorso di cura? Come ti ha fatta sentire?
Purtroppo quando non sei completamente nell’ottica di poter guarire, perché non riuscivo a vedermi come “solo Asia” senza la malattia, non funziona. Quando andavo dallo psichiatra molto spesso interrompevo i farmaci perché pensavo che tanto non si sarebbe mai risolto. Sono stati sempre gli altri a dirmi “ti prego vai”, io lo facevo per loro, pur ripetendogli che tanto non avrebbe funzionato. Ci sono sicuramente stati dei momenti in cui stavo meglio, in cui forse potevo farcela ma mi è bastato vedere che dei pantaloni mi stavano male o l’arrivo dell’estate come scusa per perdere di nuovo tanti chili in poco tempo.
La gravidanza è sicuramente un punto cruciale del tuo percorso, cosa pensi possa succedere quando nascerà?
Mi sono chiesta e mi chiedo ancora cosa potrebbe succedere. È vero che in quanto madre avrò sempre una responsabilità nei suoi confronti ma se in 10 anni non ho pensato di guarire, come posso fare? Soprattutto, come faccio a non trasmetterle nulla di questa malattia? Se ho un momento di crisi e lei lo capisce? Non è una cosa che voglio ma come faccio? Fino ad adesso siamo sempre stati io e mio marito, era controllabile ma non voglio che lei lo veda. Vorrei che sapesse questa cosa di me ma non perché la vede o la vive.
Problema più grande è invece cosa succederà quando lei a dicembre nascerà e io tornerò ad avere la piena responsabilità del mio corpo. Sicuramente fino alla fine dell’allattamento non potrò riprendere i farmaci, poi saranno circa due anni senza, quindi mi chiedo già se riprenderli. È tutto un forse. Vorrei sicuramente mantenere un controllo sulle porzioni, pesarle e non mangiare a porzioni libere ma nemmeno ritornare a quando sono rimasta incinta che pensavo 42 kg. La paura di tornare indietro c’è e più il parto si avvicina più diventa reale.
C’è stato un appoggio (uno sport, un obiettivo, una passione) che ti ha aiutata durante il processo di guarigione?
Il mio appoggio più grande sono le persone. Da quando ho conosciuto quello che ora è mio marito tante cose sono cambiate. Il suo supporto ha fatto tanto. È la prima persona che sento che mi ama davvero, a parte la mia famiglia con cui ho però avuto un rapporto difficile all’inizio.
Lo sport per me è stato deleterio, lo vivevo in modo ossessivo. Mi allenavo sei volte a settimana anche per due ore al giorno, poi andavo a correre. Faceva tanto sport e ora sono tre anni che non lo faccio perché mi spaventa. Adesso però sento che mi manca ad esempio CrossFit perché lo facevo con persone con cui avevo legato. La mia idea è di tornare, nonostante per me sia una grande sfida perché non deve sfociare di nuovo in iper-allentamento.
Quali sono i momenti che ti hanno fatta sentire davvero vista?
Io ho notato che nei momenti in cui stavo peggio le persone mi stavano più vicine per la paura di perdermi. Quando vedevo i miei stare male, sentivo mia madre piangere, mi sentivo vista. Quando invece le persone si allontanavano e notavo quante cose mi stavo perdendo magari provavo seriamente a guarire ma non era lo stimolo giusto e non sufficiente perché proveniva comunque dagli altri.
Che rapporto hai oggi con il cibo e come lo affronti?
Prima di rimanere incinta io ero comunque nel corso della malattia, quindi c’erano le grammature ossessive, la fame, la privazione delle cene fuori e di alcuni tipi di cibo. Con la gravidanza c’è stato un effetto opposto: gestire un senso di fame nuovo che sei costretto ad assecondare è stato difficile. Non so mangiare, non riesco a capire quando sono sazia, arrivo a riempirmi troppo perché non so fare le porzioni. Ho messo su molti chili rispetto a quelli fisiologici, chiaramente partendo da un sottopeso importante non arriverò all’obesità ma in paragone il bilanciamento è stato molto alto, cosa che mi ha mandato molto in crisi. Ho usato la scusa della bimba come via libera per darmi il permesso di mangiare. Sto gestendo abbastanza bene l’idea di mangiare tutto, senza limitazioni di cibo ma non è un mangiare sano, tende quasi all’eccesso, forse anche per colpa degli anni di forte privazione.
Come descriveresti oggi la relazione che hai con il tuo corpo?
Prima della gravidanza stavo bene. Finché vedo un corpo magro che so essere in sottopeso mi vedo bene. Se prendo un chilo, anche non vedendolo allo specchio, mi vedo male. Adesso, con la gravidanza, è un corpo bello per quello che rappresenta, mi piace la mia pancia ma non è un corpo che accetto, lo guardo in maniera ossessiva e comunque entro in crisi quando non mi vanno alcuni vestiti, quando mi guardo allo specchio o quando devo mangiare.
Cos’è che manca, ad oggi, nella percezione sociale dei DCA? Cosa si potrebbe migliorare nel quotidiano?
Il tema più grande sono le cure: io mi sono trovata male e mi sono sentita poco seguita. Da molti poi il disturbo non viene riconosciuto. Si pensa che sia una moda e che sia un modo per apparire magri perché ci piace, senza considerarne la parte psichiatrica. Manca tanta informazione: non ci sono incontri o gruppi di sostegno per le famiglie, i miei genitori non sapevano come comportarsi. C’è poco sostegno a scuola: mi hanno abbassato il voto a scuola per le assenza nonostante le giustificazioni. C’è molta disinformazione, non si usano le parole giuste, dire “ti vedo bene” è dannoso perché se sto bene non sono più malata e ho messo su peso.
a cura di
Giulia Focaccia
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