Incel è un termine che è ormai entrato a far parte della cultura popolare, anche se non approfonditamente descritto e analizzato, soprattutto nel nostro Paese. Tuttavia, la genesi di questo movimento, che spesso è ricondotta a Elliot Rodger, affonda le sue radici negli anni ’90, per opera di una blogger che si faceva chiamare Alana
Elliot Rodger, infatti, può essere considerato il primo e più conosciuto incel della storia. Il giorno in cui il mondo viene a conoscenza della sua esistenza è il 23 maggio 2014.
Quel giorno la cittadina universitaria di Isla Vista, in California, diventa il teatro di una strage inquietante compiuta proprio da Elliot Rodger, 22 anni, che uccide sei persone e ne ferisce quattordici prima di togliersi la vita.
Questo caso però va oltre la cronaca nera poiché scoperchia un vero e proprio Vaso di Pandora, quello della manosfera, di cui abbiamo parlato anche in precedenti articoli.
Le origini di Rodger e l’attacco di Isla Vista
Elliot Rodger nasce a Londra nel 1991 ma la sua famiglia di trasferisce in California quando Elliot era ancora molto piccolo. Nonostante il contesto privilegiato, la sua è una famiglia benestante, la sua crescita è comunque segnata da gravi difficoltà relazionali, episodi di bullismo e una autostima notevolmente bassa.
Durante l’arco dell’adolescenza, Rodger percepisce la propria verginità come un’ingiustizia da lui subita e non come una propria condizione personale, cosa che lo portò a frequentare la manosfera online e le comunità incel (celibi involontari), luoghi in cui la frustrazione sessuale si trasforma in odio verso le donne.
Rodger inizia così a costruire su di sé l’immagine distorta del ragazzo perfetto e gentiluomo supremo, accusando il genere femminile di non riconoscere il suo valore.
Ed è in questo momento, carico di vittimismo e delirio di onnipotenza, che pianifica quella da lui stesso definita “la sua retribuzione”: una punizione collettiva contro le donne, simbolo del rifiuto.
L’attacco si svolge in più fasi. In principio uccide tre compagni di appartamento con un coltello, poi esce e si dirige verso la sorority Alpha Phi, dove uccide due studentesse.
Poi, a bordo della propria BMW, continua a sparare e ad investire pedoni nella zona universitaria e, dopo uno scontro a fuoco con la polizia, si suicida sparandosi alla testa.
In totale, Elliot Rodger uccide sei persone e ne ferisce quattordici.
Una eredità tossica
Il caso di Elliot Rodger è, a tutti gli effetti, il momento di svolta nella visibilità del fenomeno degli incel. Addirittura, all’interno di forum estremisti, Rodger viene venerato come “Saint Elliot” un martire che ha avuto il coraggio di ribellarsi contro un sistema sociale ingiusto.
La figura di Rodger risulta così un modello di violenza emulativa. Da quel momento, diversi attacchi avvenuti negli anni successivi sono stati compiuti rivendicando Rodger come maestro e ispirazione.
La narrazione del masculine victimhood (vittimismo maschile) legittima il passaggio dalla frustrazione personale alla violenza di massa, rendendo il suo manifesto pericoloso per la radicalizzazione misogina online.
Alana: quando “Incel” non era un’ideologia
Come dicevamo all’inizio, il termine involuntary celibate, poi abbreviato in incel, nasce alla fine degli anni Novanta in un contesto molto diverso da quello con cui oggi viene comunemente associato.
A coniarlo fu una donna canadese, conosciuta online con lo pseudonimo di Alana, che lo utilizzò per descrivere una condizione personale di solitudine affettiva e sessuale, non un’identità politica, né tantomeno un’ideologia misogina.
Erano gli anni dei primi forum, un’epoca in cui internet veniva usato soprattutto come spazio di confronto e supporto, e parlare apertamente di sessualità, isolamento e difficoltà relazionali era ancora fortemente stigmatizzato.
Alana, giovane donna che desiderava relazioni sentimentali e sessuali ma non riusciva a viverle, si sentiva fuori posto, inadeguata e sola. Da questa esperienza nacque “Alana’s Involuntary Celibacy Project”, un piccolo progetto online pensato come luogo di ascolto e condivisione.
Il termine involuntary celibacy, indicava semplicemente persone, uomini e donne, inclusa anche la comunità LGBT che avrebbero voluto una relazione o una vita sessuale, ma non riuscivano ad averla. Il tono era empatico, solidale, privo di rancore o discorsi d’odio. L’obiettivo era il supporto emotivo, non la ricerca di colpevoli.
Con il passare degli anni, però, Alana si allontanò dal progetto e perse il controllo sull’uso del termine. “Incel” iniziò a circolare in altri spazi online, assumendo significati sempre più distorti.
Oggi Alana ha dichiarato apertamente il proprio dolore nel vedere come una parola nata per aiutare persone vulnerabili sia stata associata a misoginia, odio e violenza. Un’evoluzione che non avrebbe mai potuto immaginare.
Ma chi sono davvero gli incel oggi? E quanti si riconoscono in questa etichetta?
Secondo uno studio condotto su 561 persone che si autoidentificano come incel, il 74% afferma di sentirsi parte della comunità incel (dati riportati da GOV.UK). Questo suggerisce che, almeno all’interno delle ricerche accademiche, la maggioranza di chi partecipa accetta consapevolmente l’etichetta.
Allo stesso tempo, un dato spesso ignorato nel dibattito pubblico riguarda il rapporto tra incel e violenza. Uno studio pubblicato su ScienceDirect rileva che il 79% degli intervistati rigetta l’idea che la violenza sia giustificata.
Altri studi, come un sondaggio citato da HSToday, mostrano però una forte diffusione di specifiche convinzioni ideologiche all’interno di questi ambienti. Il 44,1% degli intervistati ritiene che si possa essere incel solo aderendo a determinate idee, in particolare alla cosiddetta “blackpill”, una visione secondo cui l’attrattività fisica e lo status sociale determinano in modo rigido il successo relazionale. Nello stesso sondaggio, il 94,9% dichiara di credere nella blackpill, mentre il 71,3% si considera incel in modo permanente.

L’essere incel viene oggi spesso vissuto come identità definitiva, accompagnata da una visione del mondo rigida e pessimista. Gli studiosi sottolineano come tale radicalizzazione sia favorita da dinamiche tipiche delle piattaforme online: camere dell’eco, algoritmi che premiano contenuti estremi e comunità che rafforzano il senso di esclusione.
Comprendere la storia del termine incel significa quindi distinguere tra la sua origine, legata al bisogno di supporto e comprensione, e le sue declinazioni, che in alcuni casi sfociano nell’odio. Una distinzione necessaria per affrontare il fenomeno non solo come problema di sicurezza, ma anche come questione sociale e culturale, legata alla solitudine, alla salute mentale e alle trasformazioni delle relazioni nell’era digitale.
a cura di
Beatrice Berti
Sara Alice Ceccarelli

Articolo chiaro, profondo e davvero piacevole da leggere.
Ho apprezzato in particolare il modo in cui affronti il tema, con linguaggio accessibile ma mai superficiale.