Il primo accesso alle cure per una persona affetta da disturbi del comportamento alimentare avvengono sempre, come per ogni altra patologia, attraverso il medico di base, che è sempre il nostro primo punto di riferimento
Il medico di base infatti è in grado di riconoscere la malattia, ascoltare il paziente, ma anche i genitori del paziente, ed elaborare una strategia per poter aiutare il malato, attivando le cure dell’ASL locale.
Abbiamo intervistato la Dottoressa Mariangela Scaletta, che opera come medico di base nella città di Rimini, per conoscere meglio tutti gli step necessari per garantire ad un paziente l’accesso alle cure.
Dottoressa Scaletta, in quanto medico di base, ha a che fare con persone affette da DCA, immagino…
Sì, certo, ma non solo: mi occupo di DCA anche svolgendo dei seminari rivolti alla formazione dei prossimi medici di base. Inoltre, in quanto medico di base, ho anche dei pazienti affetti da DCA.
Ho notato che nelle statistiche si è molto abbassata l’età delle persone colpite da questa, a tutti gli effetti, malattia. E stanno aumentando anche anche i casi nella popolazione maschile, mentre una volta erano praticamente tutte donne. Lo ha riscontrato anche lei?
Opero a Rimini da dieci anni e tra i miei pazienti, volendo fare una percentuale, posso dire che il 99% sono donne mentre un 1% uomini. Ho proprio avuto un solo paziente di sesso maschile affetto da DCA, per il momento. Sono convinta che ci sia un numero sommerso ancora, per quel che riguarda gli uomini.
Le donne che seguo, per la maggior parte soffrono di anoressia nervosa, sia in forma lieve, gestita da un nutrizionista o dietologo, che forme gravi, che hanno richiesto dei ricoveri in ospedale, anche fuori Regione.
Il dato però è vero: l’età si sta abbassando e le mie sono quasi tutte pazienti minorenni, adolescenti.
Ha riscontrato pazienti con DCA in età adulta invece?
No, o meglio, non proprio. Le persone adulte sono quelle che hanno avuto DCA da giovanissime e che poi nel tempo lo hanno affrontato e superato. Sono comunque persone che mantengono una forma fisica molto magra e che tendono ad una attenzione che è simile alla ortoressia, per quel che riguarda il cibo, ma sono comunque sotto controllo.
Sono guarite, hanno un funzionamento sociale ottimale, ma, e questo devo dirlo, molto spesso sono genitori di pazienti che sviluppano un DCA. Questo dimostra che c’è anche una componente genetica, qualcosa che viene trasmesso.
Ma come avviene il riconoscimento di questa malattia nei suoi pazienti? Sono loro che ne parlano o sono i genitori?
Allora, l’approccio avviene attraverso il genitore con i pazienti minorenni. Quindi, è sempre il genitore che mi pone il problema. Poi io vedo il figlio e ne iniziamo a parlare. Sono molto giovani, non vengono spontaneamente dal medico di base, anche perché essendo sui 14 anni sono appena arrivati da me, mentre fino a poco tempo prima erano dal pediatra con cui avevano più confidenza.
E in alcuni casi, come è accaduto nel caso del ragazzo, si è arrivati al nocciolo del problema, il fatto che fosse un DCA, partendo da un problema che sembrava essere gastrointestinale. Questi disturbi erano a tutti gli effetti le conseguenze della sua bulimia, mangiava quantità esorbitanti di cibo.
Devo dire, per mia esperienza, che la bulimia ha un sommerso pazzesco, molto più della anoressia. Si tratta di persone sempre più o meno normopeso, con un ciclo mestruale regolare. Le abbuffate di cibo le fanno chiaramente di nascosto, in solitudine. Non è facile riconoscere subito questo tipo di DCA.
Una volta che lei, come medico di base, riconosce un caso di DCA, quali sono i passi successivi?
Una volta che viene riconosciuta la problematica e i casi che richiedono più attenzione, i pazienti vengono indirizzati all’ASL. In questo caso però ci possono essere delle problematiche relative ai tempi di attesa, ho riscontrato anche quattro mesi pieni di attesa nella presa in carico di un paziente per questa tipologia di malattia.
Questo, assieme alle tabelle di riferimento come limiti di peso, allunga i tempi di attesa per un paziente. Il carico psicologico in questi casi si aggrava con l’attesa dell’accesso alle cure.
In questi casi ci si può rivolgere privatamente ad uno psicologo e ad uno psichiatra, nell’attesa di essere chiamati dall’ASL e di essere presi in carico. Non perdere tempo per queste patologie è davvero importante.
E quando vengono presi in carico, cosa succede?
Funziona così. Quando un genitore mi segnala il problema di una possibile DCA, faccio venire il ragazzo in ambulatorio. Devo necessariamente pesarlo e questo spesso è complicato, non vogliono essere pesati. Raccolgo l’anamnesi, cerco di capire cosa mangia e quanto mangia e faccio fare alcuni esami del sangue per controllare i livelli di sali minerali, il fegato e i reni.
Infine li invio all’unità di neuropsichiatria infantile, se minorenni.
Dopo essere stati presi in carico pensa l’ASL a fare tutto, con la consulenza psicologica, nutrizionale ed eventuali ricoveri. Diviene una presa in carico a 360 gradi.
Lei ha mai riscontrato dei problemi dopo la presa in carico?
A Rimini sono molto bravi, hanno sistemato molti miei pazienti che erano anche particolarmente gravi. I problemi riscontrati sono avvenuti dopo la guarigione e la remissione della malattia, poiché alcuni sono stati dimessi dal servizio troppo presto e sono incappati in delle recidive.
L’ASL ha tantissimi casi di cui occuparsi, quindi appena riescono a rimetterli un po’ in assetto li dimettono e sperano che poi riescano ad andare con le loro gambe. Questo però talvolta non accade.
Le persone che hanno avuto disordini alimentari, hanno poi di conseguenza delle problematiche fisiche? C’è l’insorgenza di qualche patologia?
Per prima cosa pensiamo a questo: l’alimentazione sana è quella chiamata intuitiva, in cui si mangia quando si ha fame ed è una attività appagante in cui si mangia di tutto, senza problemi, e in cui si fa un’attività fisica per il nostro benessere.
Poi c’è l’alimentazione disordinata in cui si comincia ad utilizzare il cibo come calmante emotivo, come un anestetico generale, il cosiddetto comfort food, per cui “sono stanca, allora mangio”, “sono triste, sono stressata, allora mangio”. E allo stesso modo avviene il contrario, quiando non ci si sente bene e allora si evita di mangiare. Questi sono i principi dei DCA.
E anche per questo, una DCA lascia sempre degli strascichi, soprattutto perché questo accade in adolescenza, durante la crescita. A maggior ragione per quel che riguarda le pazienti anoressiche possono insorgere problemi di osteoporosi ma anche problemi intestinali. Sappiamo bene che l’intestino è direttamente collegato al cervello.
Per quel che riguarda invece il linguaggio? Ci sono cose da lei riscontrate, nel dialogo, che possono sfavorire una guarigione?
Purtroppo queste patologie non sono molto conosciute e comprese, sia dalle famiglie che dai medici, bisogna dirlo. Il contesto sociale è molto importante per aiutare la guarigione o, purtroppo, per disincentivarla.
Per esempio, è sbagliato dire cose come, “devi sforzarti a mangiare, devi impegnarti”. Le sento dire spesso e non è corretto e sicuramente non incentiva la guarigione, semmai li fa sentire inadeguati, impotenti e annientati. Non è una questione di volontà, è una malattia e come tale va curata.
C’è molta confusione sulle cose da dire e da non dire e allo stesso tempo c’è confusione sulle cause dell’insorgenza di questa malattia. Si dà per esempio la colpa ai social media, ma in realtà non è questo. Certo i social possono aggravare una situazione, ma c’è sempre qualcosa sotto.
Una metafora che trovo molto utile è quella della cipolla: si taglia a metà una cipolla e tutti gli strati che ci sono possono essere una causa. Quindi c’è il contesto sociale, della famiglia, dei coetanei, della scuola.
Bisogna capire che la persona affetta da DCA è come un giocatore d’azzardo.
In che senso?
I malati di DCA guardano il qui e ora. Loro vedono che se mangiano meno provano meno ansia e non pensano a cosa possa succedere domani in conseguenza al loro comportamento. Come il giocatore, giocare oggi lo fa sentire bene, senza pensare che domani poi avrà il conto prosciugato.
C’è stato un famoso biologo nutrizionista statunitense, Ancel Keys, colui che ha studiato la dieta mediterranea coniandone il termine, che era stato incaricato dal Governo statunitense di scoprire cosa accade ai soldati in carestia e restrizione calorica.
Mediante un esperimento, Keys scopre che durante i primi mesi di restrizione calorica il corpo libera la dopamina e ci si sente bene, in forze. Questo accade perchè in carestia, la dopamina serve all’uomo per sentiersi più forte allo scopo di alzarsi e andare a cercare il cibo. Questa fase dura dai 3 ai 6 mesi e viene chiamata da Keys “Fase della luna di miele“.
Dopo questa fase però, si passa a quella definita, “Starvation Neurosis“, ovvero neurosi da digiuno, in cui iniziano i pensieri fissi sul cibo e si prova una pseudo demenza, in cui si riscontrano disturbi cognitivi. I ragazzi quindi combattono ogni giorno con il bisogno di cibo e pensano di avere un controllo, ma non è così.
Ci sono alcune cose in cui lei, come medico, si sente di dare dei consigli o indicazioni?
Mi sento di dire che bisogna iniziare a considerare che occorre un approccio multidisciplinare per i DCA. Bisogna pensare ad uno sgabello a tre gambe, dove una gamba è il medico di base, che deve essere formato in modo specifico sui disturbi alimentari. La seconda gamba deve essere un nutrizionista specializzato in DCA mentre l’ultima gamba dello sgabello è lo psicologo, fondamentale in fase acuta.
E mi sento di consigliare anche di fare attenzione a determinati sport, quelli chiamati “lean sport” ossia sport magri come l’endurance, la danza, la ginnastica artistica o ritmica. Ci sono categorie di peso da rispettare, caratteristiche estetiche in cui rientrare e questo può favorire dei DCA se le persone sono già predisposte.
Non bisogna ovviamente evitare questi sport, ma è bene che un genitore faccia caso all’alimentazione del proprio figlio, in ogni caso, ma anche e soprattutto se pratica questi sport.
Sara Alice Ceccarelli
