Esiste un mondo silenzioso dei DCA online, dove l’anoressia si traveste da stile di vita desiderabile. Nel sottosuolo digitale di Telegram e TikTok si nascondono comunità con migliaia di membri, dove la malattia è venerata come una dea (Ana) e l’ossessione calorica diventa una gara all’autodistruzione
La magrezza è purezza. Un corpo grasso è sporcizia.
Non è il motto di una setta o la frase di un manifesto d’odio. È uno dei pilastri ideologici diffusi quotidianamente in uno dei tanti gruppi Telegram con migliaia di iscritti. I Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) sono un dramma nazionale in crescita. Questa piaga viene amplificata in modo drammatico dalla tirannia del corpo perfetto imposta dai social media.
Ma l’influenza del digitale non si limita a questo. C’è un lato molto più oscuro, uno spazio sotterraneo e tossico dove la malattia non è un disturbo da curare, ma un ideale da perseguire: le comunità pro-ana e pro-mia.
Nascoste dietro a profili Instagram camuffati, account TikTok o gruppi Telegram, queste virtual communities operano come vere e proprie sette digitali. Qui, l’anoressia nervosa è personificata in Ana, una dea che offre l’illusione del controllo a chi si sente perso. Mentre Mia è il nome che gli adepti danno alla bulimia. La nostra inchiesta si è infiltrata in questo mondo silenzioso per capire chi lo alimenta e chi ne è vittima. L’obiettivo è stato svelare le dinamiche sociali, le gerarchie e i rituali presenti al suo interno. Elementi che trasformano l’ossessione calorica in una feroce competizione per l’annientamento, in una fidelizzazione totalizzante al gruppo e in una metodica ossessione per l’autodistruzione.
NOTA ETICA: per tutelare l’anonimato e la privacy dei soggetti coinvolti, i nomi dei partecipanti alle chat e delle amministratrici sono stati modificati. Pertanto, tutti i nomi riportati nell’articolo sono da considerarsi fittizi.
Le radici del disagio
La società contemporanea ha elevato il corpo a strumento di identità e valore. I mass media, e successivamente le piattaforme social, non propongono solo modelli, ma impongono una tirannia estetica: figure magre, toniche e perennemente giovani, spingendo a una ricerca ossessiva e costante della perfezione.
Questa pressione è devastante. L’esposizione incessante ai corpi “ideali” genera un confronto tossico, minando l’autostima e alimentando un profondo senso di insoddisfazione corporea. Il processo psicologico più subdolo è l’internalizzazione dell’ideale di magrezza, che i media trasmettono come sinonimo di successo e felicità. Questa internalizzazione è un predittore chiave dell’insoddisfazione corporea.
Non è un fenomeno limitato. L’impatto dei media occidentali è stato dimostrato persino negli studi condotti nelle Isole Fiji. L’arrivo della televisione, e con essa gli standard estetici orientati alla magrezza, ha fatto emergere insoddisfazione e sintomi di DCA in intere popolazioni dove prima non esistevano.
Oggi, i social network hanno esacerbato e personalizzato il problema. Dietro l’esibizione ossessiva di corpi apparentemente perfetti si nasconde un disagio crescente. Adolescenti e giovani adulti sono intrappolati in un ciclo di auto-valutazione negativa, dove il timore che il filtro digitale venga svelato porta all’evitamento del corpo reale. È in questa fragilità e nel disperato bisogno di appartenenza, che le comunità pro-ana trovano il loro terreno fertile.
Anatomia di una setta globale: la trasversalità dei DCA
Queste comunità sono nate alla fine degli anni ’90 negli USA e si sono diffuse in Italia attorno al 2002-2003. Non considerano l’anoressia una malattia, ma una filosofia di vita, che per gli adepti diventa l’elemento centrale per la costruzione di un’identità percepita come “pura” e “autentica”. L’anoressia nervosa è Ana, una dea che offre l’illusione del controllo per riempire un vuoto interiore. I gruppi si configurano come vere e proprie sette, dotate di un credo e di comandamenti, dove il digiuno è l’atto di devozione per raggiungere la “purezza” e la “salvezza dal grasso”.
Ana e Mia, due facce di una medaglia patologica
L’uso dei nomi non è casuale: Ana e Mia sono la reificazione dei due disturbi. Ana (anoressia) è associata a significati di bellezza, perfezione, potere e controllo, che non sono il mezzo ma il fine ultimo dell’esistenza del soggetto, ed è l’obiettivo da raggiungere. L’ideologia, che si spinge fino al linguaggio mistico, equipara la magrezza alla spiritualità: “gli angeli sono sempre magri” e le scapole visibili vengono da alcune chiamate “le ali degli angeli”.
Di contro, Mia (bulimia) è vista come il fallimento e la vergogna. Come evidenziato dalla psicopatologia dei DCA, se l’anoressia è euforica, la bulimia è uno sprofondamento nella disperazione, una perdita di controllo temuta. Pertanto, i gruppi non sono veramente pro-mia. Essere pro-mia significa essere favorevoli a quelle tecniche compensatorie (vomito, lassativi, esercizio estenuante) che permettono di annullare gli effetti delle abbuffate, percepite come un fallimento della propria capacità di controllo garantita da Ana. L’atto del vomito o l’uso di lassativi è un doloroso espediente per tornare Ana, riconquistando il potere perduto. Questo meccanismo di “punizione” e “riconquista del controllo” è ciò che rende i gruppi pro-ana così potenti nel fidelizzare i membri.
La segretezza del fenomeno
Il fenomeno è globale e si nasconde. Dopo la censura degli hashtag espliciti, la comunità si è spostata su piattaforme criptate. Le ricerche hanno rivelato centinaia di account simili, che bypassano i filtri. Su TikTok fioriscono hashtag come #unhealthywl (unhealthy weight loss) e profili con nomi camuffati come “Sk!nnyangel”, “That girl” o “Edsecret07” (dove “Ed” sta per eating disorder). Le bio sono il manifesto dell’ideologia: “Heaven though emptiness” (il paradiso attraverso il vuoto) e “We can do it guys even if it’s unhealthy” (possiamo farcela ragazzi anche se non è salutare).
L’ossessione per il numero è palese nei profili che espongono pubblicamente il proprio piano di auto-distruzione: “SW (Starting Weight): 55 kg; CW (Current Weight): 47 kg; GW (Goal Weight): 40 kg; UGW (Ultimate Goal Weight): 35 kg.”
Per nascondere i loro argomenti e aggirare i controlli, i membri di queste comunità ricorrono a nomi in codice e a tecniche di scrittura “camuffate”. Utilizzano il l33tspeak, sostituendo le lettere con numeri, ad esempio, scrivendo 4n0r3x14 invece di anoressia, o ricorrendo a semplici errori di battitura intenzionali come aanoreixriaxeia. La regola d’oro è il silenzio assoluto come mostrano le bio di alcuni account TikTok pro ana: “Block don’t report!”, o “Block if you’re not comfortable! Thank u loves”. Su piattaforme come Telegram, i gruppi si nascondono dietro nomi innocui, come “Small friends”, “Butterfly__Bones”, “Black coffee”, “ANAtoMIA” e molti altri.
Le testimonianze dei membri, una mappatura della sofferenza
In un gruppo Telegram denominato “Ambre/Anorexia y Bulimia” l’amministratrice conduceva una dettagliata indagine sui vissuti dei membri. Mappava la sofferenza del gruppo attraverso una serie di domande personali e intime. Queste coprivano ogni aspetto della loro vita e della loro patologia.
- Hai qualche diagnosi di salute mentale oltre al DCA?
- Da quando hai iniziato con il DCA? Ricordi il fattore scatenante o è stato progressivo?
- Qual è il tuo “cibo sicuro”?
- Qual è il tuo peso-obiettivo o il peso con cui ti sentiresti bene?
- Prendi lassativi, diuretici o fai esercizio estremo?
Le centinaia di risposte ricevute hanno messo in luce quanto il DCA sia trasversale e non circoscritto a una singola fascia demografica. Tra i profili dei partecipanti emergono giovani studenti universitari di medicina e giurisprudenza, madri trentaquattrenni, donne sposate e adolescenti. Molti convivono con patologie complesse, usando il DCA come ultimo tentativo disperato di controllo. Le loro voci sono storie di traumi e disperazione:
Francesco, 19 anni, Messico, studente di giurisprudenza:
Oltre al DCA, ho la depressione e tendo ad autolesionarmi. Credo che ciò che mi ha spinto sia stato il bullismo che ho subito.
Margherita, 20 anni, Paraguay:
Ho epilessia e ho scoperto di avere anche disturbi della personalità, ansia sociale, che mi hanno portata a un lungo isolamento.
Luca, 17 anni, Perù, studente di medicina:
Il detonante della mia ossessione è stato quando il mio ex mi ha lasciato: ho sentito un vuoto e semplicemente ho iniziato a smettere di mangiare.
Carla, 26 anni, Colombia, sposata:
Ho fatto un recovery ma non ho continuato il trattamento perché ho preso peso. Il mio obiettivo è tornare a 49 kg.
Samanta, 16 anni, Italia, studentessa:
Mi identifico sia con Mia che con Ana. È stato progressivo e tutto è iniziato con un gioco e sentimenti di colpa, all’età di 11 anni, non mangiando e non bevendo per un giorno, ma solo bevendo, anche 3/4 giorni latte con cioccolato o fragole. Prendo lassativi e prima facevo esercizio estremo, ora non più.
Sara:
Attualmente digiuno 20 ore e mangio solo 1 giorno alla settimana (tutto il giorno) e poi vomito.
Cristina:
Peso 55 kg, il mio obiettivo è 37 kg. Se volete, scrivetemi in privato e ci aiutiamo a vicenda.
Lucia, 34 anni, madre, commessa:
Mi identifico con Ana, credo che sia iniziato a 15 anni, mi confrontavo sempre con le ragazze più magre e non ero mai soddisfatta del mio corpo, facevo molte ore di esercizio e restrizioni alimentari.
Il mio peso massimo è stato 90 kg, ora sono a 75 kg e il mio obiettivo è 50 kg.
Vado molto in palestra, digiuni di 16 ore, e il mio cibo sicuro sono verdure e pollo.
Alessandro, 17 anni , Spagna:
Mi identifico con Ana. È stata una cosa progressiva ed è iniziata dai 10 anni, quando ho cominciato a svilupparmi. Sì, di solito faccio digiuni di almeno 17 ore.
Il mio cibo sicuro sono le verdure, il pomodoro e le gelatine da 1 caloria. Non voglio rispondere alla domanda sul peso. Il mio obiettivo è 45 kg. Prendo una specie di acqua texturizzata che ti riempie senza calorie, o con meno calorie di quelle che normalmente mangeresti.
Queste testimonianze indicano come il DCA, in queste circostanze, emerga da un disagio più profondo. Si tratta di un tentativo disperato di esercitare onnipotenza e controllo sulla propria vita.
Questo disperato bisogno di dominare il corpo è confermato dalla testimonianza di una delle amministratrici, Ladykafeina, la cui storia di abusi e patologie mostra il DCA come una forma di controllo estrema, e patologica, quando la vita sfugge completamente:
Sin da quando ero molto piccola vedevo ombre, sentivo voci e altre cose. La verità è che, da quando ho memoria, il mio zio materno ha abusato di me, mi ha molestata e mi ha violentata. […] A 17 anni sono rimasta incinta e ho abortito, quindi ho passato molti anni a stare male, usavo droghe come il crack o la cocaina per sopportare tutto ciò che mi succedeva dentro e fuori dalla mia testa. Fu lì che mi diagnosticarono la schizofrenia, la psicosi, l’ADHD, il disturbo schizotipico e la depressione. Tutto insieme è una bomba atomica per la mia testa e per me.
La sua esperienza, dove il corpo è stato violato e la mente sopraffatta, è l’esempio più lampante di come il controllo sui numeri e sul peso diventi l’unica illusione di salvezza.
Il manifesto del body shaming, la vergogna condivisa e l’intimità tossica
Entrare nelle chat Pro-Ana è assistere al trionfo della captologia: i sistemi informatici sono usati per modificare comportamenti e atteggiamenti attraverso la pressione del gruppo, la competizione e il riconoscimento.
L’ideologia è martellante. La descrizione di un gruppo recita:
Motivazione crudele. Unisciti se vuoi smettere di essere quella stupida grassa che nessuno vuole e che non potrà mai essere felice perché GRASSA!
Questa retorica si traduce in dogmi sulla “scelta”: “Meglio piangere per la fame o piangere per il tuo corpo per sempre?” e la competizione patologica: “Smettila di essere gelosa, lavora finché loro saranno gelosi di te.” La magrezza è celebrata come trofeo: “Ossa visibili attraverso la pelle, costole delineate dall’ombra, un ventre affondato… Perfetto. Eccellente” sono state riportate su un profilo TikTok pro-ana, il quale basava la sua strategia di diffusione nella condivisione di video composti unicamente da scritte motivazionali di questo genere.
Questa spinta tossica si scontra però con la disperazione. Nel mezzo di questa retorica, una ragazza in un gruppo Telegram invia una sua foto ricoverata in ospedale con il sondino nasogastrico e chiede: “qualcuno parla italiano? aiutatemi per favore”. La sua richiesta, in un gruppo a maggioranza spagnola, scompare rapidamente, soffocata dalla retorica dell’odio per il corpo.
Eppure, il meccanismo più subdolo è quello del finto supporto, che si configura come una vera e propria amicizia tossica o segreta, basata sulla condivisione totale di un trauma e della patologia. Se una ragazza lamenta l’impulso all’abbuffata, riceve una risposta apparentemente comprensiva che la fidelizza alla patologia:
Fidati che provare a digiunare 2 giorni non porta a nulla se non altre abbuffate per la fame. Quello che è successo è successo cerca di allenarti tanto a casa camminare tanto e non importi il digiuno se non sei pronta.
Questo apparente “sostegno” allontana la ragazza dall’abbandonare il gruppo, facendole credere che i membri non vogliano il suo male, ma la sua “perfezione”, indirizzandola verso altre forme di restrizione patologica. Nello spazio pro-ana, la forte vergogna e colpa generate dalla malattia vengono neutralizzate e collettivizzate.
Questa dinamica è potente e si basa su un senso di catarsi malsana, dove la condivisione della vergogna crea un forte legame, offrendo accettazione attraverso l’auto disprezzo:
Mi mancano i giorni in cui quella merda era ovunque su Tumblr… Il mio culo bulimico passava ore a riversarsi sui post più tossici… L’ho adorato. Quella merda ora è vietata, quindi devi davvero cercarla.
Condividendo il trauma, i membri si sentono meno soli nel loro “fallimento” e trovano una narrazione comune alla loro sofferenza.
Il paradosso di TikTok: quando l’anti-ana amplifica il contagio
La censura dei contenuti espliciti ha portato i gruppi a nascondersi, ma la minaccia si è evoluta. Oggi, su piattaforme come TikTok, il problema è il paradosso dei video anti-pro-ana. Sebbene ufficialmente volti a sensibilizzare sulle conseguenze dei DCA, questi contenuti finiscono per innescare l‘emulazione di comportamenti distruttivi in adolescenti vulnerabili. A differenza dei contenuti esplicitamente pro-ana, che vengono bannati, questi video godono di maggiore visibilità, amplificati dagli algoritmi che li ripropongono a chi ha mostrato interesse. Si crea così una competizione nella sofferenza, dove i creatori di contenuti dimostrano di essere “veramente malati” mostrando numeri, calorie e parametri estremi.
L’estetizzazione della malattia
La tendenza più subdola è la reificazione e l’estetizzazione della malattia. Su TikTok emergono video che mostrano una serie di immagini con porzioni minuscole di cibo, ragazze visibilmente sottopeso, scene di vertigini (ragazze che vedono sfocato), accompagnate dalla scritta “Rare aesthetic Ana”. L’ideologia è martellata anche nelle didascalie dei video, come in quella che recita: “Vai a dormire affamata, svegliati più leggera”. Nei commenti, questa visione tossica della malattia come “bellezza rara” si traduce in una vera e propria competizione e in un’esaltazione della sofferenza fisica. Messaggi come: “io che sto diventando pelata, che congelo, e ho complicazioni di salute, è tutto così aesthetic” o “il mio cuore che cede è così aesthetic” dimostrano come l’anoressia sia percepita come uno status elevato e desiderabile dagli utenti: “vorrei troppo tornare ad essere una ragazza di ana” o “sembra di stare in un sogno, i brontoli della pancia mi fanno sentire viva lol”.
L’anoressia normalizzata dall’algoritmo
Ancora più preoccupante è l’uso dei commenti per la trasmissione attiva di consigli patologici, una dinamica che le piattaforme non riescono a intercettare. Sotto i video, centinaia di persone chiedono consigli normalizzando di fatto la ricerca di schemi auto-distruttivi, come nella domanda: “se mangio come ana, dovrei anche allenarmi?” a cui una utente risponde con un cinico incoraggiamento: “no ma se lo fai sarebbe meglio”
L’esaltazione dello stato di malattia è palese nelle testimonianze come: “Ricordo che mi sentivo lusingata e felice ogni volta che mi è stato detto che sembravo una malata ahahaha” o l’adesione totale al culto: “Ana è la migliore”, “per sempre ana”. Questa auto-fidelizzazione al ciclo tossico è evidente nei commenti degli utenti che scrivono: “commento per restare nella motivazione tossica” o “commento per stare in questo lato di tik tok”, dimostrando che l’algoritmo non è solo un meccanismo passivo, ma uno strumento attivamente utilizzato per rafforzare la propria negazione.
Un esempio calzante sono i video What I Eat In A Day (WIED) realizzati da ragazze in teoria in un percorso di guarigione (recovery), ma che mostrano ancora porzioni estremamente limitate. Questi contenuti, pur sotto l’etichetta #EDrecovery, alimentano la competizione nella malattia e forniscono un registro visivo di restrizione accettabile, trasformandosi in una forma insidiosa di thinspiration.
Un elemento che amplifica il pericolo è la pratica, diffusa sia nei WIED “sani” sia in quelli di “recovery”, di mostrare il proprio fisico nell’introduzione del video. Per le ragazze con un DCA, vedere un corpo ritenuto ideale accanto a un piano alimentare limitato può agire come trigger, spingendole a imitare la dieta per ottenere lo stesso risultato. Ma questo meccanismo è insidioso anche per gli utenti senza DCA, in quanto alimenta l’idea illusoria che replicando il regime alimentare di un’altra persona si possa ottenere lo stesso fisico. Questa equazione errata porta a una profonda insoddisfazione corporea, poiché ignora che il piano alimentare di ognuno di noi è estremamente soggettivo e non garantisce affatto un risultato fisico identico.
Il manuale dei trucchi e l’ossessione calorica
Nei gruppi si diffondono veri e propri manuali di auto-distruzione. I consigli di “Mia i❄” un’amministratrice del gruppo, sono agghiaccianti nella loro precisione tecnica:
Masticalo bene fino a farlo poltiglia… Burro/olio tra i bocconi per meno rumore durante il vomito
Probabilmente inizierai a perdere capelli, non deprimerti, non parlarne o sospetteranno
Non lavarti i denti subito dopo aver vomitato… puoi usare un collutorio
L’ossessione del controllo è totale:
Bevi acqua ghiacciata, fai la doccia con acqua ghiacciata… il tuo corpo brucerà calorie cercando di mantenere la temperatura stabile
Annusando qualcosa di molto dolce, il tuo corpo lo registra come se l’avessi mangiato
Ogni caloria conta, e anche se è una cosa stupida, se non lo sai il seme ha 15 calorie per ogni eiaculazione
Questo codice tossico non si limita alle chat criptate. Su piattaforme come TikTok, le tecniche pro-mia vengono veicolate attraverso challenge e sigle che bypassano i filtri. Ad esempio, un video mostrava una ragazza mangiare diversi dolci, ritenuti cibi proibiti nella visione di una persona con DCA. Nella didascalia era riportata la frase criptica “30 minutes rule”. Nei commenti, gli utenti ne svelavano il significato. La regola consiste nel mangiare e vomitare tutto prima che passino trenta minuti, nella convinzione che in questo modo il corpo non assimili tutte le calorie. Questo dimostra come le piattaforme, nonostante gli sforzi di censura, non riescano a intercettare il linguaggio cifrato di una setta in continua evoluzione.
La routine è scandita dalla restrizione, come in un registro alimentare ossessivo in cui le utenti comunicano il minimo dettaglio: “pranzo di oggi: 29 g di primosale, 43g di fagiolini, 17g fesa di pollo”. L’analisi delle conversazioni nei siti pro-ana italiani conferma che il dibattito si concentra quasi solo su bevande, prodotti vegetali e alimenti a basso contenuto calorico. Per gestire l’ansia e la paura del cibo, la comunità ricorre a un vocabolario rassicurante. Utilizza in modo ossessivo etichette come “light” o “sugar free” per limitare la paura di assimilare calorie. In questo contesto, l’uso di Internet è percepito dai soggetti come un ulteriore strumento di controllo sulla malattia. Qui possono attivamente cercare e selezionare solo i contenuti che rinforzano la loro restrizione e la loro negazione, scartando attivamente i messaggi di guarigione.
La competizione e la punizione anti-recovery
Il disturbo è trasformato in una gara. L’amministratrice di un gruppo Telegram ha lanciato la “Super toxic kilos race”: una competizione di dimagrimento con regole militari. Vengono registrati i passi (fino a 12.000 al giorno) e il deficit calorico (bruciare più di quanto si consuma). La punizione per chi fallisce è brutale:
LE PUNIZIONI SARANNO: DIGIUNO DI 24 ORE, DIETA DI 50 KCAL IL GIORNO SUCCESSIVO! 10.000 PASSI! Se non lo rispetti, sai cosa ti aspetta!
Ma il meccanismo più crudele è quello che punisce chi cerca la guarigione, il cosiddetto messaggio anti-recovery. L’amministratrice non esita a infamare pubblicamente le ragazze che cercano di abbandonare il gruppo, come in questo messaggio che si conclude con un’inquietante condanna:
NON PER MAIALI! Queste hanno mostrato quanto siano patetiche, disgustose e sporche… l’unica cosa che la gente guarderà saranno le loro disgustose maniglie dell’amore, le loro facce grasse e brutte… Dopo, non lamentarti quando sarai ancora più grassa di quanto non lo sei già, che invece di camminare rotolerai!
In questo clima di bullismo patologico, la malattia è l’unica via per l’accettazione e il senso di onnipotenza. L’intera struttura della chat contribuisce attivamente al mantenimento del disturbo , ostacolando ogni tentativo di guarigione e aumentando i sintomi del disturbo alimentare. Lo rivela un poema diffuso nella chat, intitolato “Banchetto degli Stolti”, dove l’autrice esprime il piacere nel “vederli gonfiarsi come palloni pieni di pane e grasso” mentre lei, che rifiuta il cibo, proclama: “Il banchetto è vostro. La vittoria, mia”.
Il contesto istituzionale e l’urgenza di risposta
La diffusione massiccia di queste comunità tossiche è un segnale di allarme sociale che richiede un intervento complesso. Il dibattito legale in Italia si è concentrato sulla proposta di legge (D.D.L. n. 189) che mira a introdurre nel codice penale il reato di “istigazione al ricorso a pratiche alimentari idonee a provocare l’anoressia o la bulimia”. Tuttavia, la proposta è stata criticata dagli esperti per le sue definizioni arbitrarie e il rischio di trattamento coatto. Come suggerito dalle associazioni, il problema non si risolve con la sola repressione. Questi gruppi sono ricercati perché offrono un supporto sociale, sebbene tossico, che spesso manca nella vita reale. I soggetti vulnerabili, come quelli che interrompono un percorso di cura “perché ho preso peso”, non trovano nel sistema sanitario la risposta adeguata al loro bisogno di controllo e accoglienza.
La sfida: intercettare la malattia nel digitale
Siamo in un punto di non ritorno: il digitale e i social media fanno ormai parte della vita quotidiana. I giovani si sentono più a loro agio nel cercare supporto e parlare dei loro problemi online che nella vita reale.
Il blocco e la censura di alcune ricerche esplicite da parte delle piattaforme non hanno debellato il fenomeno. Come in ogni ambito della vita umana, le comunità pro-ana troveranno sempre il modo di adattarsi. Creeranno linguaggi cifrati e vie di fuga per eludere le regole, dimostrando così che la sola repressione non è la vera soluzione.
L’attrattiva dei gruppi pro-ana e di strumenti come l’intelligenza artificiale (ad esempio, ChatGPT usato come confidente) risiede in un fattore chiave: l’assenza di giudizio. In questi spazi anonimi, i soggetti si sentono compresi, visti e finalmente parte di un gruppo senza essere costretti all’identificazione pubblica.
È un paradosso allarmante: l’esposizione ai gruppi pro-ana spinge i disturbi alimentari verso il baratro. Persino i contenuti che promuovono la guarigione (pro-recovery) possono, però, rivelarsi insidiosi. In alcuni casi, infatti, questi messaggi minano l’autostima dei pazienti e la loro volontà di sottoporsi a una cura strutturata, rendendo il percorso verso la guarigione ancora più difficile.
L’approccio dei professionisti della cura non può più essere di evitamento. Serve una strategia duplice. Da un lato, è fondamentale incrementare l’accesso alle cure tradizionali, aumentando posti letto e strutture specializzate a livello nazionale.
Dall’altro, è indispensabile abitare lo spazio digitale, potenziando i servizi di supporto online gestiti da professionisti. Questi spazi devono replicare l’attrattiva dei gruppi pro-ana, offrendo non-giudizio, anonimato e comprensione, ma guidando attivamente verso la salute. L’obiettivo è offrire un’alternativa vitale e sana, penetrando l’isolamento prima che la “setta digitale” reclami un’altra vittima.
a cura di
Martina Cavalli
