Nel mondo della ginnastica, dietro i successi e le medaglie luccicanti, si nasconde una realtà meno luminosa fatta di restrizioni caloriche e controllo costante del corpo per aderire allo standard della “ginnasta ideale“
Lo sport è universalmente celebrato come un veicolo di valori positivi, come disciplina, resilienza e promozione del benessere fisico e mentale. Tuttavia, la pressione per il risultato agonistico, unita alla necessità di raggiungere una specifica forma fisica, può trascinare gli atleti in un ciclo di comportamenti alimentari disfunzionali che ne compromettono seriamente la salute.
Mentre i dca colpiscono circa 55 milioni di persone nel mondo e 3,5 milioni in Italia, la loro prevalenza tra gli atleti aumenta almeno del doppio rispetto alla popolazione non agonistica, con ginnastica e danza tra le discipline più colpite.
Secondo alcune ricerche internazionali condotte su atleti universitari (in particolare negli Stati Uniti e citate anche dalla NEDA – National Eating Disorders Association), la percentuale a rischio di sviluppare anoressia è del 35% per le donne e del 10% per gli uomini mentre la bulimia è del 58% per le donne e del 38% per gli uomini.
Sport a rischio e pressione estetica
I dca, come l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa e il disturbo da binge-eating, rappresentano una vera e propria emergenza sanitaria globale, con una diffusione che aumenta drasticamente tra gli atleti, in particolare tra le donne e gli adolescenti. Già a partire dagli anni ’80, il potenziale rischio di sviluppare un dca è stato riconosciuto come una concreta insidia nel percorso di un atleta.
La vulnerabilità è particolarmente alta negli sport in cui la magrezza o una silhouette specifica sono considerate essenziali per la prestazione o sono oggetto di valutazione (i cosiddetti leanness sports). Discipline come la ginnastica, la danza, il pattinaggio artistico, il nuoto e la lotta, figurano tra quelle con un rischio più elevato.
A riprova di ciò, studi specifici indicano che le atlete femminili nella ginnastica artistica hanno un’incidenza di dca stimata tra il 18% e il 20%, una cifra notevolmente superiore al 5-9% riscontrato nella popolazione generale femminile non sportiva.
In questo contesto, la magrezza e un peso corporeo ridotto vengono spesso percepiti da atleti e allenatori come elementi chiave per migliorare le performance.
L’anoressia atletica e la triade dell’atleta
Nel mondo sportivo si parla spesso di anoressia atletica. Questa condizione si differenzia dall’anoressia nervosa “classica” per una motivazione peculiare: la restrizione calorica e l’eccessiva magrezza sono ricercate primariamente come strategia per ottimizzare le prestazioni agonistiche, non per un’insoddisfazione corporea fine a sé stessa. In questi casi, l’attività fisica può diventare un comportamento compulsivo ed eccessivo.
In particolare, per le atlete che praticano discipline che richiedono un basso peso, il rischio di sviluppare la triade dell’atleta (composta da dca, amenorrea e osteoporosi) è particolarmente alto, aggravato da diete troppo rigide e da un costante confronto sul peso. L’eccessiva attenzione al corpo può facilmente degenerare in ossessione, soprattutto in individui già vulnerabili, magari con fragilità legate all’autostima o un bisogno elevato di controllo.
La pressione dell’ambiente
Lo sviluppo di un dca negli atleti è un fenomeno complesso, guidato da un’interazione di fattori biologici, psicologici e socio-ambientali.
Nel contesto sportivo, i principali fattori di rischio comprendono:
- fattori ambientali: la tipologia della disciplina e l’alto livello di competizione;
- pressione esterna: in ambienti agonistici, l’enfasi estetica sul corpo “in bella mostra” e i commenti negativi sul peso o sulla forma fisica da parte di figure influenti (allenatori, familiari, compagni di squadra) favoriscono l’insorgenza di dca. Atlete come Carlotta Ferlito hanno pubblicamente denunciato abusi psicologici legati al controllo alimentare imposto, evidenziando il ruolo critico dell’ambiente;
- fattori individuali: tratti della personalità come un perfezionismo esasperato o una bassa autostima.
Riconoscere i segnali silenziosi
Riconoscere un disturbo alimentare negli atleti può essere estremamente difficile, poiché molti segnali di allarme possono essere confusi con la normale disciplina agonistica. Sintomi come un allenamento eccessivo e compulsivo, affaticamento, irritabilità, disturbi del sonno o ritiro sociale possono essere ignorati o considerati “normali”. Tuttavia, queste condizioni non solo minano la salute mentale e fisica, ma compromettono anche la carriera: gli atleti con dca tendono ad avere carriere più brevi, caratterizzate da incostanza e frequenti infortuni.
Prevenzione e collaborazione istituzionale
È fondamentale che i professionisti e le istituzioni riconoscano questi rischi. A riprova della serietà del problema, la Federazione Ginnastica d’Italia (FGI) ha avviato un progetto con Auxologico IRCCS per studiare e prevenire l’insorgenza di questi disturbi tra ginnaste e ginnasti, evidenziando la necessità di affrontare il legame tra performance, fragilità emotive e dca.
Questo tipo di collaborazione istituzionale è cruciale per implementare screening, supportare famiglie e coach e fornire educazione alimentare e vicinanza emotiva, prevenendo così demotivazione e abbandono precoce.
Ma oltre i dati e le ricerche, cosa prova davvero un’atleta? Nella prossima parte della nostra inchiesta, daremo voce a chi ha vissuto in prima persona le pressioni e le difficoltà di questo mondo.
Martina Cavalli
