I disturbi alimentari non appaiono in rete esclusivamente con la comparsa dei social media che conosciamo e che attualmente utilizziamo. Le origini affondano le proprie radici negli anni ’90.
Durante la ricerca di SALICE Mag sui disturbi alimentari e su come la rete e i social network ne trattano o ne hanno trattato, mi sono imbattuta in quello che, dopo un controllo incrociato, può essere considerato il primo articolo di approfondimento a proposito delle comunità DCA online. Ovviamente già su Yahoo! Answers erano già comparsi accenni a queste comunità, ma erano perlopiù elenchi di siti e link sparsi.
Nell’estate del 2002, quindi, il Baltimore City Paper, settimanale che ha cessato le proprie pubblicazioni nel 2017, pubblica un articolo dal titolo “The Ana Beat: a look at Pro-Anorexia Websites“. Un approfondimento al pubblico su come questi spazi online promuovessero l’anoressia non come malattia ma come vero e proprio stile di vita.
Spazi che iniziano ad esistere già dai primi anni ’90, quando compaiono i primi siti (blog) “pro-ana” (pro-anoressia) e “pro-mia” (pro-bulimia), giovando della possibilità di contare su servizi di hosting gratuiti. Si parlava già allora di “thinspiration” (immagini motivazionali per dimagrire all’estremo) e di comunità che spingevano adolescenti vulnerabili a restrizioni alimentari.
In Italia invece, il fenomeno dei forum e blog pro-ana è arrivato con un leggero ritardo, tra il 2002 e il 2003, anche se la vera copertura mediatica su larga scala si ha con gli anni 2010, con l’arrivo di piattaforme come Facebook.
Tra siti e social (o ibridi) vediamo il caso di MySpace, Tumblr e Pinterest, precursori, a tutti gli effetti, delle piattaforme social nate in seguito e che tutt’ora conosciamo.
MySpace e la scelta dell’integrazione
Siamo negli anni 2000 e l’ascesa dei social media è segnata da MySpace.
Lanciato nel 2003, il sito dava la possibilità di avere una vera e propria vetrina dove era possibile condividere foto, testi ma anche caricare musica in formato mp3, cosa che lo rendeva diverso da tutte le altre piattaforme. Tuttavia, MySpace venne gradualmente soppiantato dagli altri social a causa della lentezza del caricamento delle pagine, dovuta alla possibilità di una completa personalizzazione delle pagine tramite stringhe di codici html generate da siti esterni.
Non tardarono a comparire sulla piattaforma anche contenuti pro-ana e pro-mia a causa della politica di MySpace a proposito di questi contenuti. La strategia adottata, infatti, prevedeva la non rimozione dei contenuti e profili pro-ana optando per aggiungere ad essi contenuti informativi forniti da organizzazioni specializzate impegnate nella lotta ai disturbi del comportamento alimentare.
Questa scelta, però, seppur fatta con le migliori intenzioni, permise la proliferazione indisturbata dei contenuti tossici che spesso erano presenti sul sito, organizzati come privati e quindi difficili da trovare.
Qui si scambiavano foto, “consigli” tossici e confronti su peso e rituali, dando risalto a messaggi distorti sull’immagine corporea che normalizzavano l’estrema magrezza.
Pinterest: un catalogo di idee visive e i filtri aggirati
Con oltre 400 milioni di utenti attivi mensili (dato 2020), Pinterest nasce nel 2009. Con utenti al 60% donne e spesso provenienti da una fascia socio-economica elevata, mette a disposizione uno spazio, una vera e propria vetrina per condividere foto o ricette, Anche se sembra tutto bellissimo, anche qui proliferano contenuti tossici sui disturbi del comportamento alimentare.
Come spiega María del Carmen Suárez Alcántara, professoressa di psicologia sociale presso l’Università Autonoma Metropolitana di Città del Messico, Pinterest ha un accordo con la Commissione Europea per combattere i contenuti inappropriati e di conseguenza ha adottato politiche di moderazione significative.
Ad esempio, quando un utente cerca termini come “ana” o “mia”, viene subito reindirizzato a messaggi di avviso e risorse per l’aiuto, come la NEDA (National Eating Disorders Association) negli Stati Uniti. Tuttavia, la comunità pro-ana/mia persiste, in parte perché il materiale può essere facilmente aggirato tramite ricerche Google esterne e, nondimeno, questi messaggi non sono davvero efficaci, dato che spesso le adolescenti che cercano questi contenuti non sono consapevoli di avere una malattia.
Ad ogni modo, Pinterest è comunque considerata meno lesiva di altre piattaforme dato che i contenuti principali sono quelli di ispirazione al fitness, i cosiddetti “fitspo”, orientati quindi alla salute.
Tumblr, tra personificazione e reblog
La piattaforma Tumblr fu lanciata nel 2007 e pare essere a tutti gli effetti uno degli spazi più significativi per la proliferazione di contenuti relativi alle DCA. I contenuti pro-ana sono qui all’ordine del giorno: immagini “thinspo” con clavicole, costole e “thigh gaps” in evidenza, fino alla “bonespiration” che celebra l’estrema magrezza.
L’elemento più inquietante, però, come fa notare la professoressa Leandra Preston-Sidler dell’University of Central Florida nel saggio “Watch Me Disappear: Gendered Bodies, Pro-Anorexia, and Self-Injury in Virtual Communities“, è la personificazione dell’anoressia come “Ana“, un’entità che sembra dettare il comportamento degli utenti, talvolta come forma di negazione della responsabilità.
La funzione “reblog” di Tumblr è la miccia che innesca la diffusione virale di questi contenuti, fornendo un “incoraggiamento sociale” immediato, anche perché, nonostante il divieto pro-ana/mia imposto nel 2012, gli utenti sono diventati astuti modificando i tag da “pro-ana” a “ED”, che sta per Eating Disorder, allo scopo di eludere i controlli.
Tuttavia c’è una nota positiva: Tumblr è anche un luogo di resistenza, con le sue attivissime comunità anti-ana e pro-recupero, che offrono supporto alle lotte personali e donano sostegno.
Qual è l’eredità di MySpace, Tumblr e Pinterest?
Se i primi approcci in rete delle comunità sui disturbi del comportamento alimentare ci dimostrano qualcosa, è sicuramente l’evoluzione dei contenuti e la loro veicolazione che, a seconda della piattaforma, assume forme differenti, sebbene il meccanismo di base – senso di appartenenza mescolato a pratiche dannose – rimanga identico.
Per gli specialisti, gli educatori, i genitori e i famigliari in generale, la strada è anche quella di comprendere le dinamiche di questi spazi digitali, informarsi e restare al passo con i cambiamenti della rete e delle comunità online, per fare fronte compatto nel combattere i DCA nel modo corretto.
Chi è interessato può sempre rivolgersi a centri italiani come quelli dell’AUSL o AIDAP per diagnosi e cura.
a cura di
Sara Alice Ceccarelli
