Dall’isolamento digitale alla dismorfofobia: come la sottocultura degli “involontariamente celibi”, ha trasformato la ricerca della bellezza in un’arma di autodistruzione, sovrapponendo i canoni estetici virali alle dinamiche dei disturbi alimentari
Ci sono uomini che contano le calorie come si contano le colpe.
Altri contano i centimetri delle spalle, la percentuale di grasso corporeo, le ore di palestra. Altri ancora passano le notti sui forum a spiegarsi perché, con quel corpo, con quel volto, con quella statura, la società li abbia già esclusi.
Sono storie diverse, ma nascono dallo stesso punto: un corpo che non basta.
In una cultura che assegna valore, riconoscimento e desiderabilità in base all’aspetto fisico, il fallimento non è solo sociale: diventa intimo. Per alcuni uomini si traduce in disturbi alimentari, controllo ossessivo del cibo, punizione del corpo. Per altri, lo stesso fallimento prende una strada diversa: viene proiettato all’esterno e riletto come ingiustizia percepita, fino a trovare spazio nelle community incel.
Questo articolo prova a tenere insieme questi due mondi, apparentemente lontani, e a raccontare cosa succede quando il disagio maschile legato al corpo resta senza nome, senza cura e senza linguaggio.
L’estetica come condanna: il corpo-algoritmo
Il legame tra questi due mondi non è un incidente, ma una conseguenza della “matematizzazione” del corpo. Nella cultura Incel, il valore di un uomo è ridotto a parametri numerici: l’altezza, l’inclinazione degli occhi, la percentuale di grasso. È il cosiddetto looksmaxxing: una ricerca parossistica della perfezione intesa come unico lasciapassare per la dignità. Quando il corpo è trattato come un software da ottimizzare, il cibo smette di essere nutrimento e diventa un “coefficiente” da manipolare per correggere i propri “bug” genetici.
Alcune stime suggeriscono che negli Stati Uniti oltre sei milioni di uomini potrebbero sperimentare un disturbo alimentare nel corso della vita, con un’incidenza tra gli adolescenti e i giovani adulti che potrebbe arrivare fino a un terzo dei casi complessivi di DCA. In Europa e in Italia, gli uomini rappresentano generalmente una minoranza dei casi clinici di anoressia e bulimia, ma le forme subcliniche o i comportamenti ossessivi legati al corpo e all’alimentazione possono essere più frequenti di quanto indicato dai dati ufficiali.
Fonti: National Eating Disorders Association, studi epidemiologici europei 2024‑2025.
Il punto non è solo statistico. È narrativo.
I disturbi alimentari negli uomini esistono ma sono rimasti spesso nascosti, forse perché non culturalmente adatti agli stereotipi di mascolinità. Anoressia e bulimia sono in maggioranza raccontate come “malattie femminili”, legate alla vanità o alla fragilità emotiva.
Digiuni estremi, allenamenti compulsivi, uso ossessivo di integratori o farmaci vengono spesso letti come autodisciplina, forza di volontà o miglioramento di sé. Gli stessi comportamenti che, in un corpo femminile, verrebbero interpretati come campanelli d’allarme, in un uomo diventano performance. Così il disagio resta invisibile, normalizzato e persino premiato.
Quando il corpo diventa un problema personale
Il punto cieco è narrativo prima che clinico. Gli uomini colpiti da DCA arrivano alla terapia con un ritardo significativo rispetto alle donne a causa dello stigma. Questa mancanza di rappresentazione crea un vuoto che viene colmato dai forum della manosphere. Laddove la medicina non arriva, arriva l’algoritmo: un ragazzo che soffre di dismorfofobia non trova ascolto nei canali sanitari, ma trova una “casa” in community che validano il suo dolore, lo radicalizzano e gli offrono soluzioni estreme come unica via di salvezza.
Studi clinici mostrano che una quota significativa di adolescenti e giovani adulti maschi manifesta insoddisfazione corporea, fattore di rischio per sintomi di disturbi alimentari e dismorfia muscolare. Nei maschi, il disagio spesso si manifesta attraverso ossessione per muscolatura, esercizio fisico compulsivo e controllo del grasso corporeo più che nella pura perdita di peso.
Fonti: studi peer-reviewed 2024‑2025 su dismorfia muscolare e insoddisfazione corporea.
Il messaggio implicito è chiaro: se il tuo corpo non funziona, è un tuo problema. Ed è qui che il dolore, se non intercettato dalla cura, inizia a cercare, appunto, altre forme di riconoscimento.
Quando il dolore cambia direzione
C’è un punto in cui il disagio non resta più confinato nel rapporto con se stessi.
Per alcuni uomini, la frustrazione legata al corpo e alla propria percezione di inadeguatezza fisica, sessuale o sociale, trova una spiegazione collettiva. Non sono io a essere sbagliato, è il sistema a esserlo.
Le community incel nascono da questa ideologia.
Gli “Involuntary celibates” sono uomini che si definiscono esclusi dalle relazioni affettive e sessuali e che interpretano questa esclusione come il risultato di un ordine sociale percepito come ingiusto. Nei forum online, il corpo diventa prova, argomento e condanna.
Qui la traiettoria del dolore devia. Se l’anoressia è una violenza rivolta verso l’interno, la cultura Incel opera una sintesi pericolosa: il dolore per un corpo “insufficiente” viene interiorizzato attraverso il controllo alimentare e, contemporaneamente, proiettato all’esterno come risentimento. È una forma di anoressia ideologizzata: non si digiuna solo per sparire, ma per trasformarsi in un’arma estetica (il mito del Chad) che possa finalmente reclamare il potere perduto.
Studi accademici recenti mostrano che gli uomini che si identificano come incel riportano livelli più alti di isolamento sociale, ansia e depressione, ma non ci sono dati definitivi sul numero di incel con disturbi alimentari. Queste comunità riflettono esperienze di esclusione, frustrazione corporea e difficoltà relazionali.
Fonti: Swansea University, studi sociologici 2024‑2025.
Il corpo come simbolo di ingiustizia
Nella narrazione incel, il corpo non è solo fonte di sofferenza personale: è la prova di un’ingiustizia percepita.
La cosiddetta black pill sostiene che l’attrattività fisica determini in modo decisivo le opportunità relazionali, e chi nasce “sbagliato” rischia di sentirsi escluso.
Questa visione, rafforzata dall’isolamento e dalla mancanza di supporto psicologico, trasforma il disagio in risentimento. La vergogna non nominata diventa rabbia, e la rabbia trova legittimazione in una comunità che la riconosce, la amplifica, la organizza in racconto.
Non si tratta di giustificare, ma di comprendere il processo: quando il dolore non passa dalla cura, può passare dalla narrazione e non sempre quella narrazione è innocua.
Il silenzio istituzionale
Il punto cieco è lo stesso per entrambi i fenomeni: la mancanza di riconoscimento.
La medicina intercetta poco i DCA maschili. I media parlano raramente di disagio corporeo negli uomini se non in termini di performance o fallimento individuale. Le politiche di prevenzione restano sbilanciate. Così il corpo maschile continua a essere raccontato nella maggior parte dei casi come strumento, non come luogo di esperienza psicologica.
Senza linguaggio, diagnosi o più spazi di ascolto, il disagio rischia di non scomparire ma di cambiare forma.
Il corpo come campo di battaglia culturale
Il legame tra DCA maschili e mondo incel è strutturale.
Entrambi nascono nello stesso ecosistema: una cultura che assegna valore ai corpi “giusti” e invisibilità a tutti gli altri. La differenza sta nella direzione del dolore: verso l’interno o verso l’esterno.
Raccontare questo legame significa spostare lo sguardo dal singolo comportamento deviante al sistema che lo produce. Significa riconoscere che il corpo maschile non è solo performance, forza o fallimento, ma anche vulnerabilità, esperienza, sofferenza.
Finché questo non accadrà, il corpo che non basta continuerà a cercare spiegazioni e non sempre le troverà dove fanno meno danni.
a cura di
Michela Besacchi
articolo scritto con il parziale ausilio di AI
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